“Place to Be” segue le correnti invisibili che spingono uno verso l’altro, ricordando come i momenti di fragilità possano trasformarsi nelle nostre guide più preziose. Il cinema, come la vita, deve restare indomabile
Place to Be
regia di Kornél Mundruczó
“Place to Be” è un road movie dai toni leggeri sull’inaspettata amicizia tra una donna anziana e un uomo maturo, in viaggio da Chicago a New York per restituire al legittimo proprietario Intruder, un piccione da gara smarrito.
Brooke Graham, donna mite e riservata, dopo la scomparsa del marito ha dedicato la vita ai figli. La sua tranquilla quotidianità viene stravolta da una presenza inattesa: un piccione viaggiatore che si ostina a non voler lasciare la sua casa. Incapace di abbandonare l’animale al suo destino, Brooke si imbarca per un’impresa donchisciottesca. Lungo la strada trova un compagno di viaggio improbabile in Nelson Green, un uomo d’affari che, dopo un susseguirsi di traversie personali e professionali, fatica a risalire la china. Uniti da un volatile cui nessuno dei due avrebbe mai creduto di potersi affezionare, Brooke e Nelson maturano pian piano una complicità che li aiuterà ad affrontare i propri rimpianti, a ritrovare una direzione e a chiedersi: è mai troppo tardi per inseguire la vita che desideriamo davvero?
Brooke Graham parte per salvare un piccione. Al termine del percorso, è impossibile stabilire chi abbia salvato chi. Dopo anni dedicati a realizzare film sulle catastrofi, Mundruczó desiderava una storia più intima: una storia d’amore incentrata su una donna anziana. Non perché il mondo avesse bisogno di un ennesimo messaggio, ma per osservare cosa accade quando due anime solitarie, avvicinate da una circostanza bizzarra come la presenza di un volatile ostinato, decidono di affidarsi al caso. Place to Be segue le correnti invisibili che ci spingono l’uno verso l’altro, ricordandoci come i momenti di fragilità possano trasformarsi nelle nostre guide più preziose. Il cinema, come la vita, deve restare indomabile.
Dopo “Quel giorno tu sarai” (2021), prodotto da Martin Scorsese, il regista Mundruczó torna con “Place to Be”, con Ellen Burstyn e Taika Waititi. Premiato al Festival di Cannes ed autore affermato per la critica internazionale, il regista di origini ungheresi si concentra sulle coincidenze della vita, sul modo in cui certi incontri imprevisti possono rivelarsi eventi fatali. “Place to Be” parla dell’assurdità di come, nel tempo, una persona diventi invisibile nella propria vita. Ma perdere visibilità non significa necessariamente perdere se stessi. In effetti, può portare a una comprensione più profonda.
La protagonista, Ellen Burstyn, vincitrice dell’Oscar per “Alice non abita più qui” e resa celebre per “L’Esorcista”, è alla seconda collaborazione con il regista, dopo “Pieces of a Woman”. A tal proposito l’attrice ha dichiarato: “Mi sorprende e mi delizia ancora lavorare alla mia età (93 anni, ndr) e sono entusiasta di intraprendere questo “viaggio su strada” con Taika e Kornel. Tornare nella splendida Australia è davvero un piacere speciale (nonostante sia ambientato negli Stati Uniti, le riprese si sono svolte interamente nel New South Wales, in Australia, ndr)”.
Il film è presentato a Venice Open – Fuori Concorso dell’83a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.
Qui la recensione di Vitalba Paesano e Leonardo Resele

Essere ancora protagonisti della propria vita
Un piccione smarrito, una donna di 93 anni, un uomo molto più giovane incontrato quasi per caso e un viaggio da Chicago a New York. “Place to Be” potrebbe facilmente scivolare nella favola sentimentale. Kornél Mundruczó evita invece questa tentazione e costruisce un film lieve, talvolta divertente, ma attraversato da una domanda tutt’altro che leggera: quando gli altri cominciano a considerarci marginali, siamo destinati a diventarlo anche per noi stessi?
Ellen Burstyn dà a Brooke una presenza straordinaria, proprio perché non cerca mai di trasformarla in un’eroina della vecchiaia. È una donna che ha vissuto, ha perduto, ha dedicato molto agli altri e che, quasi senza averlo programmato, torna a scegliere per sé. Il viaggio per riportare a casa un piccione diventa così qualcosa di molto più importante: l’occasione per rimettersi in movimento.
Accanto a lei, Taika Waititi costruisce un Nelson altrettanto imperfetto. La differenza d’età non viene utilizzata per mettere in scena l’incontro edificante fra due generazioni, ma progressivamente perde importanza. Sono due persone che arrivano da solitudini diverse e scoprono di potersi riconoscere proprio nel momento in cui entrambe hanno smarrito una direzione.
Ed è forse questo l’aspetto più bello del film: nessuno salva nessuno. Brooke e Nelson si accompagnano. Si ascoltano. Si restituiscono reciprocamente la possibilità di guardare la propria esistenza da un punto di vista diverso.
Il piccolo Intruder, trasportato nella sua gabbia, diventa allora un discreto paradosso narrativo: mentre loro cercano di riportare a casa chi ha perduto la strada, sono proprio Brooke e Nelson a domandarsi quale sia ormai il luogo al quale appartengono.
Mundruczó racconta tutto questo senza trasformare l’età in una diagnosi e senza fare della fragilità un destino. A 93 anni Brooke può ancora partire, incontrare, sbagliare, scegliere, cambiare idea. In una parola: vivere.
E “Place to Be” finisce così per dire qualcosa che a Grey Panthers sta particolarmente a cuore: non esiste un’età nella quale la nostra storia debba necessariamente diventare un racconto già scritto. Finché siamo disponibili all’incontro, può sempre accadere qualcosa capace di rimetterla in movimento.

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