I diritti dei lavoratori e la rinascita del sindacato

Pubblicato il 9 Settembre 2026 in Outdoor Cinema
Union Town

Difficoltà, passioni e aspirazioni di una nuova generazione di lavoratori. Un ritratto umano della lotta per la dignità sul lavoro nella più grande metropoli degli Stati Uniti

Union Town

regia di Barbara Kopple

 

Dopo “Harlan County U.S.A.” e “American Dream”, “Union Town” completa la trilogia di Barbara Kopple dedicata ai diritti dei lavoratori. Il film segue il settore delle consegne dell’ultimo miglio a New York, mettendo in luce il ruolo fondamentale di chi vi opera in un momento di straordinaria rinascita del movimento sindacale nella più grande metropoli degli Stati Uniti. Attraverso le lotte sindacali all’interno di UPS, Amazon e della rete di rider delle piattaforme digitali, “Union Town” restituisce un ritratto del lavoro contemporaneo e delle nuove forme di organizzazione collettiva. Girato nell’arco di tre anni, il film si interroga sul significato della solidarietà in un mondo diviso tra chi detiene il potere e chi deve lottare per conquistarlo.

Il percorso nel cinema della regista Kopple è iniziato con il tema del lavoro. Poco più che ventenne, ha avuto l’opportunità di vivere per due anni accanto ai minatori in sciopero della contea di Harlan, nel Kentucky, e di documentarne la lotta. Rimane profondamente colpita da quelle persone, disposte a mettere a rischio il proprio sostentamento in nome della dignità e della giustizia. Le loro storie erano ignorate dai media tradizionali: erano gli invisibili, coloro che, con il proprio lavoro, sostenevano la promessa americana di uguaglianza e prosperità per tutti, pur restandone esclusi.
L’esperienza di “Harlan County U.S.A.” e, successivamente, di “American Dream” le ha fatto comprendere quanto i diritti dei lavoratori siano essenziali per una società giusta. A quasi trentacinque anni di distanza, tornar su questo tema, in un momento tanto entusiasmante quanto cruciale per il mondo del lavoro. “Spero che questo film permetta di vedere la straordinaria forza e umanità di queste persone, che continuano a lottare non solo per se stesse, ma per tutti noi, nonostante le immense difficoltà che affrontano. Nella sua essenza, questo film è un atto di solidarietà con i lavoratori degli Stati Uniti e del resto del mondo” ha dichiarato Kopple.
Qui la recensione di Vitalba Paesano e Leonardo Resele

Quando la solidarietà torna a essere una forza

Ci sono parole che sembravano appartenere a un altro Novecento: fabbrica, sciopero, picchetto, sindacato, solidarietà. “Union Town” di Barbara Kopple le porta nell’America di Amazon, UPS, delle app e delle consegne dell’ultimo miglio e scopre che non sono affatto parole del passato. Sono tornate necessarie.
La regista non costruisce una lezione sul sindacato americano. Fa qualcosa di cinematograficamente più efficace: mette volti e storie dietro i pacchi che arrivano ogni giorno davanti alle nostre porte. Lavoratori dei magazzini, autisti, rider, molti immigrati: persone che la macchina perfettamente oliata dell’e-commerce tende a rendere invisibili proprio mentre il nostro modo di vivere le rende indispensabili.
È questa contraddizione a dare forza al documentario. Dietro la velocità di un clic c’è un corpo che lavora; dietro la consegna puntuale ci sono orari, salari, incidenti, caldo nei magazzini, biciclette da riparare, famiglie da mantenere. Alcuni lavoratori raccontano condizioni di estrema precarietà; il film mostra anche come la frammentazione del lavoro — dipendenti, appaltatori, rider delle piattaforme — renda più difficile riconoscersi come parte di una stessa comunità. Kopple conosce bene questo terreno. Cinquant’anni fa aveva vissuto accanto ai minatori in sciopero del Kentucky per realizzare “Harlan County U.S.A.”; con “American Dream” aveva poi raccontato un’altra durissima vertenza sindacale. “Con Union Town” torna alla stessa domanda in un mondo completamente trasformato: che cosa significa oggi essere lavoratori insieme?
La risposta non è semplice e il film ha il merito di non renderla tale. La solidarietà non nasce automaticamente dall’essere sfruttati allo stesso modo. Ci sono divisioni, interessi differenti, paure, contraddizioni politiche. Organizzarsi richiede tempo e fiducia; scioperare significa rischiare qualcosa di concreto.
Eppure vediamo accadere proprio questo.
Nel confronto con una corporation gigantesca come Amazon, uomini e donne che individualmente avrebbero pochissimo potere scoprono che insieme possono diventare interlocutori. Lo sciopero non è soltanto interruzione del lavoro: diventa il momento in cui persone normalmente disperse acquistano una voce collettiva.
Ed è forse qui che “Union Town” supera il pur importante tema dei diritti sindacali e riguarda anche noi spettatori europei. Il film ci costringe infatti a guardare dall’altra parte del servizio che utilizziamo. Quanto del nostro desiderio di avere tutto, immediatamente e al minor prezzo possibile, dipende da un lavoro che preferiamo non vedere?
Kopple non ci chiede di sentirci colpevoli. Ci chiede di vedere.
È un documentario schierato, certamente. La regista stessa lo definisce un atto di solidarietà con i lavoratori americani e del resto del mondo. Ma non è propaganda: conserva le difficoltà, le sconfitte e persino le contraddizioni interne di quel movimento che racconta. E per Grey Panthers c’è anche una prospettiva generazionale interessante. Barbara Kopple torna a interrogare il lavoro mezzo secolo dopo “Harlan County U.S.A.” e scopre un mondo irriconoscibile nelle tecnologie ma sorprendentemente familiare nei conflitti. Cambiano i lavori, cambiano le imprese, cambiano gli strumenti del potere. Non cambia la domanda di dignità.
Dopo tanti decenni nei quali l’individuo è stato invitato a cavarsela da solo, Union Town recupera così una parola forse ancora più importante di ‘sindacato’: insieme.
E chiudere con questa parola il nostro viaggio cinematografico a Venezia non ci sembra affatto male.

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