Difficoltà, passioni e aspirazioni di una nuova generazione di lavoratori. Un ritratto umano della lotta per la dignità sul lavoro nella più grande metropoli degli Stati Uniti
Union Town
regia di Barbara Kopple
Dopo “Harlan County U.S.A.” e “American Dream”, “Union Town” completa la trilogia di Barbara Kopple dedicata ai diritti dei lavoratori. Il film segue il settore delle consegne dell’ultimo miglio a New York, mettendo in luce il ruolo fondamentale di chi vi opera in un momento di straordinaria rinascita del movimento sindacale nella più grande metropoli degli Stati Uniti. Attraverso le lotte sindacali all’interno di UPS, Amazon e della rete di rider delle piattaforme digitali, “Union Town” restituisce un ritratto del lavoro contemporaneo e delle nuove forme di organizzazione collettiva. Girato nell’arco di tre anni, il film si interroga sul significato della solidarietà in un mondo diviso tra chi detiene il potere e chi deve lottare per conquistarlo.
L’esperienza di “Harlan County U.S.A.” e, successivamente, di “American Dream” le ha fatto comprendere quanto i diritti dei lavoratori siano essenziali per una società giusta. A quasi trentacinque anni di distanza, tornar su questo tema, in un momento tanto entusiasmante quanto cruciale per il mondo del lavoro. “Spero che questo film permetta di vedere la straordinaria forza e umanità di queste persone, che continuano a lottare non solo per se stesse, ma per tutti noi, nonostante le immense difficoltà che affrontano. Nella sua essenza, questo film è un atto di solidarietà con i lavoratori degli Stati Uniti e del resto del mondo” ha dichiarato Kopple.

Quando la solidarietà torna a essere una forza
La regista non costruisce una lezione sul sindacato americano. Fa qualcosa di cinematograficamente più efficace: mette volti e storie dietro i pacchi che arrivano ogni giorno davanti alle nostre porte. Lavoratori dei magazzini, autisti, rider, molti immigrati: persone che la macchina perfettamente oliata dell’e-commerce tende a rendere invisibili proprio mentre il nostro modo di vivere le rende indispensabili.
La risposta non è semplice e il film ha il merito di non renderla tale. La solidarietà non nasce automaticamente dall’essere sfruttati allo stesso modo. Ci sono divisioni, interessi differenti, paure, contraddizioni politiche. Organizzarsi richiede tempo e fiducia; scioperare significa rischiare qualcosa di concreto.
Eppure vediamo accadere proprio questo.
Ed è forse qui che “Union Town” supera il pur importante tema dei diritti sindacali e riguarda anche noi spettatori europei. Il film ci costringe infatti a guardare dall’altra parte del servizio che utilizziamo. Quanto del nostro desiderio di avere tutto, immediatamente e al minor prezzo possibile, dipende da un lavoro che preferiamo non vedere?
Kopple non ci chiede di sentirci colpevoli. Ci chiede di vedere.
È un documentario schierato, certamente. La regista stessa lo definisce un atto di solidarietà con i lavoratori americani e del resto del mondo. Ma non è propaganda: conserva le difficoltà, le sconfitte e persino le contraddizioni interne di quel movimento che racconta. E per Grey Panthers c’è anche una prospettiva generazionale interessante. Barbara Kopple torna a interrogare il lavoro mezzo secolo dopo “Harlan County U.S.A.” e scopre un mondo irriconoscibile nelle tecnologie ma sorprendentemente familiare nei conflitti. Cambiano i lavori, cambiano le imprese, cambiano gli strumenti del potere. Non cambia la domanda di dignità.
Dopo tanti decenni nei quali l’individuo è stato invitato a cavarsela da solo, Union Town recupera così una parola forse ancora più importante di ‘sindacato’: insieme.
E chiudere con questa parola il nostro viaggio cinematografico a Venezia non ci sembra affatto male.

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