Per quasi vent’anni è stato il film che sembrava impossibile da vedere. Con DAU, Ilya Khrzhanovsky porta alla Mostra di Venezia il progetto cinematografico e artistico che, per durata, metodo di realizzazione e dibattito suscitato, rappresenta uno dei casi più singolari del cinema contemporaneo
DAU
Regia di Ilya Khrzhanovsky
Ci sono film che richiedono pochi mesi di lavorazione e altri che impegnano un regista per anni. Poi esistono opere come DAU, che sembrano sfuggire a ogni definizione. Più che un film, è stato un esperimento artistico durato quasi vent’anni, capace di suscitare entusiasmo, polemiche, curiosità e perfino diffidenza prima ancora che il pubblico potesse finalmente vederlo.
Quando il nome di DAU compare nel programma della Mostra di Venezia, molti appassionati di cinema lo riconoscono immediatamente. Da tempo, infatti, questo progetto è circondato da una sorta di leggenda. Annunciato, rinviato, trasformato, discusso, sembrava destinato a non trovare mai una forma definitiva. E invece eccolo arrivare finalmente sul grande schermo, portando finalmente al pubblico veneziano un progetto discusso per anni nel panorama cinematografico internazionale.
Il regista russo Ilya Khrzhanovsky aveva immaginato fin dall’inizio qualcosa di radicalmente diverso dal cinema tradizionale. Per ricostruire un istituto di ricerca dell’Unione Sovietica degli anni Cinquanta fece edificare un’immensa scenografia permanente, abitata per anni da centinaia di persone chiamate a vivere come se il mondo esterno non esistesse più. Abiti, oggetti, cibo, regole di comportamento, linguaggio: tutto doveva appartenere all’epoca sovietica. Gli attori professionisti convivevano con scienziati, musicisti, tecnici e persone comuni, dando vita a una realtà parallela nella quale il confine tra interpretazione e vita quotidiana diventava sempre più sottile.
È difficile immaginare un progetto più ambizioso.
L’istituto di ricerca nel quale si svolge la vicenda rappresenta, in fondo, una metafora dell’intera società sovietica. Scienziati, ricercatori e funzionari vivono sotto l’occhio costante delle autorità. Ogni scoperta scientifica può trasformarsi in uno strumento politico. Ogni relazione personale rischia di essere osservata, giudicata, manipolata. Anche la ricerca della conoscenza, che dovrebbe essere il luogo della massima libertà intellettuale, diventa così terreno di confronto tra creatività e controllo.
L’ambientazione richiama inevitabilmente il contesto dell’Unione Sovietica e il rapporto fra ricerca scientifica, potere politico e controllo sociale. Tuttavia DAU non è un film storico nel senso tradizionale del termine. L’Unione Sovietica diventa lo specchio di una domanda molto più ampia: quanto siamo davvero liberi quando viviamo all’interno di sistemi che regolano ogni aspetto della nostra esistenza?
Le questioni sollevate dal progetto DAU si prestano anche a una riflessione contemporanea sul rapporto fra individuo, potere e tecnologie. Oggi non viviamo più sotto il controllo di un regime sovietico, ma conviviamo con altre forme di sorveglianza, di raccolta dei dati personali, di condizionamento esercitato attraverso le tecnologie e le piattaforme digitali. Cambiano gli strumenti, ma la riflessione sul rapporto tra individuo e potere continua a interrogare profondamente la nostra società.
Anche per questo DAU probabilmente non è un film destinato a tutti nello stesso modo. Alcuni lo considereranno un’opera straordinaria, altri ne discuteranno metodi e risultati. Ma è proprio questa capacità di dividere il pubblico che spesso caratterizza i grandi esperimenti artistici.
Per il pubblico della Mostra di Venezia, DAU rappresenta soprattutto un’occasione rara: assistere finalmente alla forma compiuta di un progetto che per anni è stato raccontato più che visto. È uno di quei casi in cui la curiosità per il “dietro le quinte” rischia quasi di oscurare il film stesso. Eppure, una volta spente le luci della sala, resta soprattutto la forza delle domande che l’opera pone.
Che cosa rende davvero libera una persona? Quanto siamo disposti a sacrificare in nome della sicurezza, della conoscenza o dell’obbedienza? E soprattutto: possiamo osservare un sistema senza esserne, almeno in parte, coinvolti? Sono interrogativi che il progetto DAU ha posto al centro del dibattito internazionale fin dalla sua ideazione e che spiegano perché la sua presentazione alla Mostra di Venezia rappresenti uno degli eventi più attesi di questa edizione. Ed è forse questa la ragione più autentica per cui DAU arriva oggi a Venezia: non come un monumento alla sperimentazione, ma come un’opera che invita ciascuno di noi a riflettere sul delicato equilibrio tra libertà individuale e potere.
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