La cura che passa attraverso l’ascolto

Pubblicato il 4 Agosto 2026 in Outdoor Cinema
15/18 (A Place To Heal

L’adolescenza è un’età fragile, ma ancora più fragile è il confine tra sofferenza e speranza. Con 15/18 (A Place to Heal), Cédric Kahn affronta il tema della salute mentale in età adolescenziale, portando sullo schermo il lavoro quotidiano di un reparto di psichiatria infantile

15/18 (A PLACE TO HEAL)

Regia di Cédric Kahn

Ci sono luoghi che nessuno vorrebbe conoscere. Reparti ospedalieri dove arrivano ragazzi troppo giovani per avere già smesso di credere in sé stessi, famiglie che cercano risposte senza sapere più quali domande porre, medici e psicologi chiamati ogni giorno a confrontarsi con un dolore che non lascia segni visibili sul corpo, ma che può essere altrettanto devastante.

È in uno di questi luoghi che Cédric Kahn ambienta 15/18 (A Place to Heal), un film che affronta uno dei temi più delicati e attuali del nostro tempo: la salute mentale degli adolescenti.

Negli ultimi anni il disagio psicologico dei più giovani è diventato una delle principali preoccupazioni delle famiglie, della scuola e della medicina. Ansia, depressione, isolamento, disturbi alimentari, autolesionismo: parole entrate con sempre maggiore frequenza nel linguaggio quotidiano, ma che spesso continuano a essere accompagnate da paure, incomprensioni e pregiudizi.

Kahn sceglie di affrontare questo universo con grande rispetto. Non cerca il caso eccezionale né il dramma spettacolare. Guarda invece alla vita quotidiana di un reparto specializzato, seguendo il lavoro di medici, infermieri, psicologi ed educatori che accompagnano i ragazzi lungo un percorso difficile, fatto di piccoli passi, ricadute e nuove ripartenze.

Il titolo originale, 15/18, richiama proprio quell’età sospesa nella quale non si è più bambini ma non si è ancora adulti. È una stagione della vita in cui ogni emozione sembra assoluta e ogni ferita può apparire definitiva. Ma è anche il momento in cui la possibilità di cambiare resta ancora straordinariamente aperta.

Il tema richiama il ruolo dei professionisti della salute mentale, delle famiglie e delle relazioni che accompagnano il percorso di cura degli adolescenti. Quelle con il personale sanitario, chiamato a trovare ogni giorno il difficile equilibrio tra competenza professionale e partecipazione umana. E soprattutto quelle con le famiglie, spesso disorientate, incapaci di comprendere fino in fondo ciò che sta accadendo ai propri figli.

Chi conosce il cinema di Cédric Kahn ritroverà l’interesse dell’autore per le persone, i conflitti morali e le fragilità dell’esistenza, temi presenti in gran parte della sua filmografia. Da sempre il regista francese evita giudizi affrettati e costruisce racconti nei quali ogni personaggio conserva la propria dignità, anche nei momenti di maggiore fragilità. È uno sguardo profondamente umano, che invita lo spettatore a comprendere prima ancora che a valutare.

Il tema affrontato dal film invita anche a riflettere sul rapporto fra le generazioni e sulle difficoltà di comprendere il disagio degli adolescenti di oggi. Non è raro che nonni e genitori fatichino a comprendere il disagio degli adolescenti di oggi, cresciuti in un mondo molto diverso da quello delle generazioni precedenti. 15/18 non pretende di spiegare tutto, ma aiuta a guardare questa realtà con maggiore empatia, ricordando che dietro ogni comportamento difficile esiste una persona che chiede, spesso in modo silenzioso, di essere ascoltata.

Fra le opere in concorso, 15/18 affronta uno dei temi sociali più attuali, riportando al centro dell’attenzione il valore dell’ascolto e della cura nella salute mentale degli adolescenti.

Il tema del film richiama una convinzione condivisa da molti professionisti della salute mentale: ogni percorso di cura comincia dall’ascolto.

Qui di seguito la recensione di Vitalba Paesano e Leonardo Resele

 

Dove la fragilità impara a fidarsi

 “15/18 (A Place to Heal)” – Regia di Cédric Kahn – Francia, 2026 – 105’

Entriamo in un reparto di neuropsichiatria per adolescenti pensando di incontrare la malattia. Ne usciamo dopo quasi due ore avendo incontrato soprattutto delle persone.
È forse questo il risultato più sorprendente di “15/18 (A Place to Heal)”, il bellissimo film con cui Cédric Kahn porta alla Mostra di Venezia un mondo che il cinema avrebbe potuto facilmente trasformare in un catalogo di patologie, traumi e comportamenti estremi. Kahn sceglie invece di guardare Lucia, Eloïse e gli altri ragazzi prima che come pazienti, come adolescenti: fragili, certamente, qualche volta disperati, ma anche ironici, aggressivi, innamorati, insofferenti, capaci di amicizia e soprattutto ancora pieni di vita.
La macchina da presa rimane dentro il reparto, vicinissima ai corpi e ai volti. Osserva colloqui, pasti, crisi, riunioni con le famiglie, momenti di noia e improvvise esplosioni emotive. A poco a poco accade qualcosa anche allo spettatore: smettiamo di domandarci quale sia la diagnosi di ciascuno e cominciamo semplicemente a chiederci che cosa gli sia accaduto e chi possa aiutarlo.

Ed è qui che il film acquista, per Grey Panthers, un significato particolare.

Gli adulti che circondano questi ragazzi dovrebbero rappresentare il mondo solido: medici, infermieri, educatori, genitori. Ma Kahn non concede loro alcuna onnipotenza. Sono competenti e insieme vulnerabili, qualche volta stanchi, qualche volta in disaccordo, costretti a lavorare in un reparto sotto pressione. Non possiedono una formula capace di guarire la sofferenza dei ragazzi.
Possiedono però qualcosa che, nel film, diventa preziosissimo: la capacità di esserci e di non sottrarsi. Restare davanti a un adolescente che rifiuta ogni aiuto, quando le parole diventano aggressive, quando una famiglia non sa più che cosa fare. Continuare ad ascoltare anche quando sembra che l’ascolto non produca alcun risultato.


La cura raccontata da “15/18” non è dunque soltanto quella dei farmaci e della psichiatria, indispensabili. È anche una relazione costruita giorno dopo giorno, nella quale un adulto accetta di mettere la propria esperienza a disposizione di qualcuno che, per un tratto della propria vita, non riesce più a immaginare il futuro.
Ma Kahn evita anche un’altra trappola: quella di dividere il mondo fra adulti forti che curano e giovani fragili che devono essere curati.
Nel reparto le posizioni continuamente si scambiano. Chi soffre riesce a riconoscere la sofferenza dell’altro. Nascono amicizie, solidarietà, desideri. Una battuta, una canzone, un innamoramento possono improvvisamente riportare dentro quelle stanze una normalità che sembrava perduta. È la forza più commovente del film: la fragilità non cancella la vitalità.

Quei ragazzi possono attraversare momenti nei quali la vita appare insopportabile e, pochi minuti dopo, desiderare intensamente qualcosa. Kahn non risolve questa contraddizione; la lascia esistere. E proprio per questo il suo film non diventa mai né disperato né consolatorio.
Anche il rapporto tra le generazioni assume allora un significato diverso.
Essere adulti non significa possedere tutte le risposte. Significa forse accettare la responsabilità di esserci quando chi viene dopo di noi non riesce ancora a trovarle. E l’esperienza accumulata negli anni acquista valore non quando pretende di insegnare come si vive, ma quando sa trasformarsi in disponibilità, attenzione, ascolto.

Per questo “15/18” riguarda anche noi. Ci ricorda che una società longeva non può limitarsi a domandarsi come prendersi cura delle proprie generazioni più anziane. Deve chiedersi anche quale patrimonio di presenza, esperienza e capacità di ascolto queste generazioni siano disposte a restituire a quelle più giovani. Alla fine, il titolo internazionale del film assume così un significato molto più ampio.
A Place to Heal: un luogo dove guarire.
Forse non è soltanto il nome che possiamo dare a un buon reparto di neuropsichiatria.
È ogni luogo nel quale una generazione decide di non abbandonare l’altra.

 

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