Un volto qualunque, una vita apparentemente normale, un passato che riaffiora quando meno lo si aspetta. Dopo il successo di Queen of Hearts, May el-Toukhy torna alla regia con Woman Unknown, confermando il suo interesse per i dilemmi morali, l’identità e la complessità delle relazioni umane
KVINDE UKENDT (WOMAN UNKNOWN)
Regia di May el-Toukhy
C’è un momento nella vita in cui ciascuno di noi si chiede se sia davvero possibile lasciarsi il passato alle spalle. Cambiamo città, lavoro, relazioni, perfino il modo di guardarci allo specchio. Eppure basta un incontro inatteso, una parola pronunciata da qualcuno, un dettaglio dimenticato perché ciò che credevamo concluso torni improvvisamente a occupare il presente.
Il titolo Woman Unknown richiama immediatamente una domanda universale: quanto il nostro passato continua a definire la persona che siamo diventati?
Molti spettatori la ricordano per Queen of Hearts, l’opera che nel 2019 sorprese pubblico e critica con un racconto duro e coraggioso sulle relazioni familiari, il desiderio e le responsabilità morali. Anche allora la regista evitava accuratamente di dividere il mondo in buoni e cattivi. Preferiva muoversi in quella zona grigia nella quale ogni scelta, anche la più comprensibile, porta con sé conseguenze imprevedibili. Con Woman Unknown la regista prosegue una ricerca cinematografica che continua a interrogarsi sulle responsabilità individuali e sulle zone d’ombra dei rapporti umani.
La protagonista è una cameriera che conduce una vita apparentemente tranquilla a Copenaghen. Lavora, ha una famiglia, cerca di costruire un’esistenza ordinata. Nulla lascia immaginare che dietro quella quotidianità si nasconda un passato capace di sconvolgere ogni equilibrio. Sarà proprio il riaffiorare di un episodio lontano nel tempo a incrinare lentamente le certezze sulle quali aveva costruito la propria identità.
Il film non si sviluppa come un tradizionale thriller. Non punta sull’effetto sorpresa o sui colpi di scena. La tensione nasce piuttosto da un lento processo psicologico, quasi impercettibile. Lo spettatore assiste alla progressiva trasformazione della protagonista, osservando come il peso della memoria possa modificare ogni gesto, ogni sguardo, ogni relazione.
È un cinema che richiede attenzione, ma che ricompensa con una rara profondità emotiva.
May el-Toukhy possiede, infatti, una qualità sempre più preziosa nel panorama cinematografico contemporaneo: la capacità di raccontare i sentimenti senza mai spiegarli troppo. I suoi personaggi non dichiarano continuamente ciò che provano. Lo lasciano intuire. E proprio questa discrezione rende le loro emozioni ancora più credibili.
Ambientato a Copenaghen, il film si inserisce nel solco del cinema nordico contemporaneo, spesso attento ai temi dell’identità e della memoria. Non è soltanto lo sfondo della vicenda. Le sue architetture ordinate, le sue atmosfere apparentemente serene sembrano entrare in contrasto con il disordine interiore della protagonista, creando un dialogo continuo tra paesaggio e stato d’animo.
Il tema centrale del film riguarda, in fondo, una domanda che accompagna molte stagioni della vita: possiamo davvero reinventarci?
Da giovani pensiamo spesso che basti voltare pagina. Con il tempo impariamo, invece, che ogni esperienza lascia una traccia. Alcune diventano una ricchezza, altre continuano a chiedere ascolto. Il soggetto del film richiama interrogativi sul rapporto fra identità, memoria e possibilità di ricominciare.
È una riflessione che può toccare profondamente il pubblico adulto. Perché con gli anni aumenta la consapevolezza che la nostra identità non è costruita soltanto dalle scelte riuscite, ma anche dagli errori, dai rimpianti e dalle occasioni perdute. Nessuna vita è davvero lineare. Tutti custodiamo pagine che preferiremmo non rileggere e che, proprio per questo, continuano a parlarci.
Fra i film in concorso, Woman Unknown segna il ritorno a Venezia di una delle registe più interessanti del panorama nordico contemporaneo, già apprezzata per Queen of Hearts.
Perché, in fondo, il vero mistero che il film ci propone non riguarda la protagonista. Riguarda ciascuno di noi. Quanto conosciamo davvero la persona che siamo diventati?
Qui la recensione di Vitalba Paesano e Leonardo Resele

Essere stata vittima non le ha insegnato a non fare vittime
Visto dopo averne conosciuto la storia, “Woman Unknown” sorprende soprattutto per una scelta non così frequente nel cinema contemporaneo: affida il centro del racconto a una figura femminile che non cerca la nostra simpatia. Marie non è un’eroina, non è una vittima esemplare e soprattutto non diventa migliore per avere sofferto.
Il suo passato porta con sé una colpa che il film, intelligentemente, non chiarisce mai del tutto. Durante l’occupazione tedesca Marie è stata con un soldato nemico. Ma perché? Per amore, per convenienza, per necessità? O quella relazione conteneva una componente di costrizione, forse di violenza? May el-Toukhy lascia aperto l’interrogativo e ci impedisce così di distribuire facilmente innocenza e responsabilità.
Sappiamo invece ciò che è accaduto dopo. Su Marie è ricaduta la condanna riservata alle donne accusate di avere fraternizzato con l’occupante: una colpa sessuale e pubblica, impressa sul corpo femminile attraverso l’umiliazione. Ma è proprio qui che il film prende una direzione meno prevedibile. Marie non trasforma l’esperienza subita in solidarietà. La vergogna che le è stata attribuita sembra piuttosto essere trasferita altrove, e precisamente sulle altre donne che incontra. Una volta conquistata una posizione che promette sicurezza e rispettabilità, la difende anche esercitando su altre figure femminili quella durezza del giudizio e dell’esclusione di cui lei stessa ha conosciuto la violenza.
È forse l’aspetto più interessante di “Woman Unknown”: essere stati vittime non immunizza dalla possibilità di diventare, a propria volta, persecutori. May el-Toukhy non assolve Marie, ma neppure la condanna. Fa qualcosa di cinematograficamente più difficile: la lascia essere contraddittoria, sgradevole, egoista, vulnerabile, capace di soffrire e di far soffrire. E soprattutto non utilizza la sua condizione di donna per attribuirle automaticamente una superiorità morale.
In questo senso il film compie un gesto quasi controcorrente. Dopo anni nei quali il cinema ha giustamente riportato alla luce tante storie femminili cancellate o raccontate soltanto dallo sguardo maschile, “Woman Unknown2 rivendica per una donna anche il diritto alla propria zona oscura. Marie non deve rappresentare ‘le donne’: può essere semplicemente un essere umano moralmente ambiguo.
Il film è costruito con grande controllo, senza compiacimenti melodrammatici. La regia osserva più di quanto spieghi e lascia allo spettatore il disagio di non poter scegliere facilmente da che parte stare. È proprio questa reticenza a renderlo convincente. Alla fine, più che domandarci quale fosse la vera colpa di Marie durante la guerra, ci troviamo davanti a una domanda che riguarda il tempo successivo: che cosa facciamo del male che abbiamo ricevuto?
Marie sembra aver trovato il modo di sopravvivere. Non necessariamente quello di liberarsene.

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