Ogni ritorno è anche un confronto con ciò che siamo diventati. Marco Bechis torna ai temi che hanno attraversato gran parte della sua opera, affrontando ancora una volta il rapporto fra memoria individuale, storia collettiva e ricerca della giustizia
RITORNO A BUENOS AIRES
Regia di Marco Bechis
Ci sono città alle quali si appartiene per tutta la vita, anche quando si è costretti a lasciarle. Buenos Aires è una di queste. Le sue strade, le sue piazze, i suoi palazzi custodiscono ricordi che possono diventare impossibili da dimenticare, soprattutto per chi ha conosciuto gli anni più oscuri della dittatura militare argentina. È proprio da questo ritorno, insieme geografico e interiore, che prende avvio il nuovo film di Marco Bechis, uno degli autori italiani che più profondamente hanno raccontato il rapporto tra memoria, violenza e giustizia
Presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, Ritorno a Buenos Aires riporta il regista ai temi che hanno attraversato gran parte della sua filmografia. Non si tratta di una scelta casuale. Bechis conosce quella storia non soltanto come autore, ma anche come uomo. Nato in Cile da padre italiano e madre cilena, cresciuto in Argentina, fu lui stesso sequestrato nel 1977 dalla giunta militare e detenuto clandestinamente prima di riuscire a lasciare il Paese. Da allora il confronto con quella stagione tragica è diventato uno dei fili conduttori del suo cinema.
Il protagonista del film torna a Buenos Aires molti anni dopo essere sopravvissuto alla repressione. È chiamato a testimoniare nel processo contro coloro che lo avevano torturato e imprigionato durante il regime. Potrebbe sembrare il racconto di una vicenda giudiziaria, ma ben presto il film mostra di voler andare oltre. Il vero processo non riguarda soltanto gli imputati. Riguarda anche la memoria, il dolore, il difficile equilibrio tra il bisogno di ricordare e il desiderio di continuare a vivere.
Interpretato da Adriano Giannini ,affiancato da Ana Celentano e da un cast italo-argentino, il protagonista affronta un viaggio nel quale ogni luogo riporta alla luce frammenti di un passato che sembrava ormai lontano. Le strade percorse da ragazzo, gli edifici della città, gli incontri con persone rimaste in Argentina diventano occasioni per interrogarsi su ciò che il tempo può davvero guarire e su ciò che, invece, continua ad accompagnare una persona per tutta la vita.
Le pagine più dure della storia argentina restano sullo sfondo, ma la loro presenza si avverte continuamente. È come se il regista suggerisse che le dittature non finiscono il giorno in cui cadono i regimi: continuano a vivere nella memoria delle vittime, nelle famiglie, nelle città e perfino nel silenzio di chi preferisce non ricordare.
Per comprendere fino in fondo il significato del film è utile ricordare ciò che accadde in Argentina tra il 1976 e il 1983. Furono anni segnati da una repressione sistematica, da migliaia di arresti illegali, torture, sparizioni forzate e omicidi politici. I cosiddetti desaparecidos divennero il simbolo di una tragedia che ancora oggi rappresenta una ferita aperta nella coscienza del Paese. Negli ultimi decenni numerosi processi hanno cercato di fare luce su quei crimini, riaffermando un principio fondamentale: senza verità non può esistere una riconciliazione autentica.
Il tema affrontato dal film supera i confini della storia argentina e richiama interrogativi universali sul rapporto fra memoria personale e memoria collettiva. Ciascuno di noi conserva episodi della propria vita che hanno modificato il modo di guardare il mondo. Alcuni sono felici, altri dolorosi. La domanda che il film pone è semplice e profondissima: possiamo davvero separarci dal nostro passato oppure impariamo soltanto a conviverci?
Questa riflessione assume un significato particolare per un pubblico adulto. Con il passare degli anni aumenta, infatti, la consapevolezza che la memoria non sia soltanto un archivio di ricordi, ma una parte essenziale della nostra identità. Ogni esperienza vissuta, ogni perdita, ogni scelta continua a dialogare con il presente, influenzando il nostro modo di leggere la realtà.
Le immagini non cercano di impressionare lo spettatore, ma di coinvolgerlo lentamente, lasciando che siano i volti, gli sguardi e i silenzi a parlare. È un cinema che chiede attenzione e restituisce emozioni profonde, affidandosi alla forza della verità più che agli effetti spettacolari.
Fra i titoli italiani in concorso, Ritorno a Buenos Aires conferma il percorso di un autore che ha fatto della memoria storica e dei diritti umani il centro della propria ricerca cinematografica.
In un’epoca nella quale la memoria storica rischia talvolta di affievolirsi, il nuovo film di Marco Bechis ricorda che ricordare non significa restare prigionieri del passato. Significa, piuttosto, comprendere meglio il presente e difendere il futuro.

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