Un Paese che invecchia, città e case da ripensare. E la necessità di un Programma nazionale decennale per l’abitare dei Senior. E’ quanto emerge dal terzo Rapporto sulla condizione abitativa degli anziani promosso da Auser, Spi Cgil e Abitare e Anziani
L’Italia sta invecchiando, ma le case, le città e le politiche abitative sembrano non essersene ancora accorte. Quasi un italiano su due oltre i 75 anni vive solo in case spesso vecchie e insicure, costose da mantenere in quartieri dove i servizi sono carenti. Come cambieranno le città quando un italiano su tre avrà più di 65 anni? Le case in cui vivono i Senior sono davvero adatte a una società sempre più longeva? E cosa significa progettare quartieri capaci di contrastare solitudine, fragilità ed esclusione?
Sono alcune delle domande al centro del Terzo Rapporto “Abitare la longevità. Politiche abitative e urbane generative di comunità”, promosso da Auser, Spi Cgil e Abitare e Anziani. Il Rapporto fotografa un Paese in piena trasformazione, attraversato da tre grandi transizioni – demografica, digitale e ambientale – che stanno cambiando profondamente il modo di vivere, abitare e costruire relazioni. Oggi gli over 65 sono quasi 15 milioni e nel 2040 saranno oltre 18 milioni, mentre aumentano le persone anziane che vivono sole e cresce il rischio di isolamento sociale.
La ricerca lancia un messaggio: l’invecchiamento non può essere affrontato soltanto come una questione sanitaria o assistenziale. La qualità dell’abitare, la sicurezza degli spazi urbani, i servizi di prossimità e le reti di comunità sono fattori decisivi per garantire autonomia, benessere e partecipazione.
Una “giusta transizione”, si legge nel rapporto, intesa come processo collettivo e partecipato, è la condizione per evitare che il cambiamento diventi fattore di esclusione e diseguaglianza. L’obiettivo è mettere a fuoco i cambiamenti strutturali e proporre linee di azione che connettano i processi di rigenerazione urbana alla costruzione di una cittadinanza solidale, influendo sulle politiche che riguardano le condizioni abitative, e non solo, degli anziani.
Le case e i quartieri, infatti, sono lo spazio in cui queste trasformazioni prendono corpo e il sistema abitativo italiano è ancora legato a un modello novecentesco. Nel nostro Paese, nota Auser, non esiste una normativa dedicata all’abitare senior. E anzi: da tre decenni mancano proprio reali politiche sociali dell’abitare. È in questo contesto che milioni di anziani vivono soli in case, di cui il 90% di proprietà, spesso vecchie e insicure, costose da mantenere, in quartieri dove i servizi sono carenti. Il welfare italiano non è tarato su una popolazione sempre più longeva e fragile, mentre le politiche nazionali e locali continuano a trascurare la realtà.
Un Programma nazionale per l’abitare senior
Il Rapporto suggerisce, quindi, un cambio di paradigma: una società “amica degli anziani” è quella in cui casa, quartiere e servizi formano un unico ecosistema di cura, progettato per sostenere l’autonomia lungo tutto il ciclo di vita. La sfida è passare da tre politiche separate – welfare, urbanistica, casa – a una politica unica dell’abitare. Tra le proposte illustrate c’è un Programma nazionale decennale per l’abitare degli anziani, che ruota attorno a cinque cardini.
- Il primo è la casa come primo luogo di cura: non più bene statico, ma infrastruttura di salute, autonomia e sicurezza, attraverso l’adattamento del patrimonio, standard nazionali per la rigenerazione e incentivi per trasformare le case sovradimensionate o non utilizzate in risorse sociali, dagli alloggi assistiti al cohousing, dal coliving ai condomini solidali.
- Il secondo è il quartiere come ecosistema di prossimità: la longevità abita nel raggio di 15 minuti. Da qui la necessità di una pianificazione urbana orientata alla prossimità, di servizi territoriali integrati tra sanità, sociale e abitare, di spazi pubblici inclusivi, sicuri e climaticamente resilienti e di una mobilità dolce e accessibile.
- Il terzo è un welfare territoriale integrato, non più “a sportello”, ma capace di entrare nelle case e nei quartieri, attraverso una presa in carico unificata tra sanità, sociale e abitare, case manager di comunità, servizi domiciliari potenziati e digitalizzati, prevenzione e promozione della salute.
- Il quarto riguarda l’innovazione tecnologica, intesa come abilitatore e non come sostituto: piattaforme territoriali di teleassistenza e telemedicina, sensori non intrusivi per la sicurezza domestica, alfabetizzazione digitale per anziani e caregiver, interoperabilità dei dati e servizi domotici.
- Infine, la comunità come infrastruttura sociale. La longevità non si abita da soli: servono reti, relazioni e mutuo aiuto, attraverso programmi di vicinato attivo, cohousing intergenerazionale, volontariato di prossimità, reti civiche e spazi di comunità come “hub di cura”.
Tutto questo implica una governance integrata e multilivello del welfare abitativo: sussidiarietà verticale e orizzontale, integrazione delle politiche, superando in particolare la separazione tra edilizia pubblica e politiche sociali, co-programmazione e co-progettazione, trasparenza e monitoraggio continuo, adattabilità ai diversi contesti territoriali.


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