L’altra faccia dell’America/9: Altman, Kubrick, Ashby: vite parallele

Pubblicato il 31 Gennaio 2019 in Humaniter Cinema
Altman, Kubrick, Ashby

Soltanto sette anni dividono le date di nascita di tre dei più trasgressivi registi americani: 1925, Robert Altman, 1928 Stanley Kubrick, 1932 Hal Ashby. Poco prima e appena dopo la Grande Crisi che ha segnato come un marchio di fuoco l’esistenza di milioni di persone. Tutti e tre accomunati anche dal destino di aver trovato a Hollywood più ostacoli che agevolazioni per l’espressione della propria arte. Altman, il più prolifico, ma sempre alla ricerca di produttori indipendenti, sempre sotto ricatto nelle realizzazioni più costose, sempre in bilico tra orgoglio e rassegnazione. Kubrick che a un certo punto sceglie una sorta di esilio in terra inglese per poter controllare i propri set come a Hollywood non avrebbe mai potuto e seguire soltanto la stella polare della propria ispirazione. Ashby, per certi versi il più “integrato” dei tre, ma il più ricattato ed emarginato al cui attivo si può iscrivere solo una manciata di titoli di un certo rilievo. Insomma: in tutti e tre i casi la prova lampante che al di fuori dello Studio/Star System è quasi impossibile lavorare a Hollywood, anche dopo gli anni ’70 e specialmente per chi vuole essere davvero padrone della propria opera e non un semplice, sia pur geniale, esecutore di idee altrui. E dove l’ultima parola spetta sempre e solo a chi detiene i capitali necessari a far muovere la macchina del cinema.

Altman, Kubrick, Ashby

Altman, tra satira e denuncia

Nato a Kansas City, nel Missouri, ha all’attivo 36 film, un numero infinito di serie Tv e programmi per il piccolo schermo oltre a un’attività altrettanto consistente da sceneggiatore. Ha praticato tutti i generi cinematografici alternando capolavori a opere decisamente mediocri, frutto di inevitabili compromessi con il sistema produttivo, ovvero film a basso costo, di produzioni indipendenti e girando spesso all’estero per mancanza di fiducia (e fondi) da parte delle major di Hollywood. Vicende comuni a molti grandi autori. Dissacrante, provocatorio, spesso deve rompere i contratti con i produttori perché non si attiene alle sceneggiature e tende a improvvisare sul set. Esordisce a metà dei ’50, ma è solo con M.A.S.H. (id., 1970) che raggiunge la notorietà internazionale e il successo. Film corale, come accadrà spesso, irride alla guerra e ai suoi miti, prendendo lo spunto da quella in Corea, negli anni in cui monta sempre più la contestazione per il conflitto in corso in Vietnam. Cinque anni dopo si ripete con Nashville (id., 1975) in cui attraverso la musica rock e country disegna un impietoso ritratto dell’America e delle sue contraddizioni. Di mezzo (e in seguito) opere minori con qualche eccezione come Images (id., 1972), immersione nei meandri della psiche girato in chiave antinaturalistica, e Quintet (id., 1979), attualissima, pessimistica metafora sulla natura dell’uomo in un’algida cornice fantascientifica. Gli anni ’90 vedono altri titoli di grande interesse come I protagonisti (The Player, 1992), America oggi (Short Cuts, 1993) e Prêt-à-porter (id., 1994) in cui unisce drammi e commedia, fiction e docu, umorismo, satira e denuncia in uno stile personalissimo e dal montaggio spiazzante. Muore a 81 anni, nel 2006.

“Hollywood è un luogo di tagliole con personaggi seduti nei loro uffici, preoccupati solo a far profitto e con nessun senso della vergogna. In passato si cercava un buon attore, un buon regista, e un bravo scrittore, ora prima decidono come vendere un film e, una volta venduto, cercano di farlo”.

Robert Altman

Altman, Kubrick, Ashby

Kubrick, scomodo e visionario

Inizia la carriera come fotografo per la rivista “Look” e passa poi al cinema autoproducendo Day of the Fight (id., 1949) breve docu-fiction sul pugile Walter Cartier di cui si era già occupato per la carta stampata. Successivamente, sempre con capitali propri, gira Paura e desiderio (Fear and Desire, 1953), poco riuscito pamphlet antimilitarista. In entrambi emergono soprattutto le doti di fotografo con un uso del bianco e nero estremamente espressivo e una scelta delle inquadrature dal taglio inedito. Il vero e proprio esordio avviene nel 1955 con Il bacio dell’assassino (Killer’s Kiss) che riprende, a volte quasi alla lettera, scene di Day of the Fight. Tra i due film c’è però solo questa affinità in quanto nel secondo, Kubrick immerge la storia in una torbida atmosfera noir che la differenzia totalmente dagli altri film congeneri dello stesso periodo. Altro visibile influsso estetico è la sequenza degli specchi della Signora di Shanghai di Orson Wells ripresa nel “duello” finale tra i manichini di un magazzino. Nel successivo Rapina a mano armata (The Killing, 1956), il regista mostra già una notevole padronanza del mezzo e del linguaggio cinematografico, tanto da costruire la storia attraverso l’abolizione della continuità spazio-temporale a favore di un narrato che si sposta in avanti e all’indietro secondo il punto di vista dei diversi personaggi. Finale di maniera, dovuto al codice di autocensura che imponeva la condanna dei personaggi negativi. I due titoli successivi, Orizzonti di gloria (Paths of Glory, 1957) e Spartacus (id., 1960) si devono all’amicizia con l’attore Kirk Douglas che, specialmente nel secondo, è il vero “dominus” del set. Kubrick patisce a non avere il controllo finale dell’opera e in effetti, specialmente nella pellicola sullo schiavo ribelle, quasi non si avverte la sua mano. Nel 1961 si trasferisce in Inghilterra per girare Lolita (id.), scelta dovuta a motivi economici e pratici. L’apparato industriale inglese gli consente peraltro quella libertà che a Hollywood gli era impossibile raggiungere. Nel Regno Unito, Kubrick girerà tutti i film successivi (a parte qualche esterno): dal Dottor Stranamore (Dr. Strangelove, 1963) a 2001 Odissea nello spazio (2001-A Space Odissey, 1968), Arancia meccanica (A Clockwork Orange, 1971), Barry Lyndon (id., 1975), Shining (id., 1980), Full Metal Jacket (id., 1987) ed Eyes Wide Shut (id., 1999), suo ultimo film. Muore nella sua tenuta di Childwickbury nei dintorni di Londra nello stesso 1999. Il principale merito di Kubrick regista è quello di anticipare i tempi del dibattito storico che ha caratterizzato molti aspetti del “secolo breve”: dalla ricerca tecnologica ai meandri della psiche, dalla violenza sociale alla perdita dei valori tradizionali intesi come gabbia dell’individuo. Pochi titoli, tutti frutto di lunghe elaborazioni, non sempre all’altezza della fama, comunque meritata, di cineasta scomodo e visionario.

“È difficile fare un film che piaccia al grande pubblico e al contempo sappia esprimere quella verità e quella capacità di percezione che si associa alla grande letteratura”.

Stanley Kubrick

Altman, Kubrick, Ashby

Ashby, l’outsider che colpisce al cuore

Entrato nel mondo del cinema dalla “porta di servizio”, Ashby si impone dopo anni di gavetta come montatore ottenendo l’Oscar tecnico nel 1968 per La calda notte dell’ispettore Tibbs (In the Heat of the Night) di Norman Jewison. Come regista esordisce due anni dopo, non senza difficoltà, ed è sostanzialmente nel decennio dei ’70 che realizza le proprie opere migliori, alternandole sempre a pellicole commerciali. Ashby è il primo ad affrontare la ferita ancora aperta del Vietnam con Tornando a casa (Coming Home, 1978), girato a soli due anni dalla fine delle ostilità, ma già prima, con L’ultima corvé (The Last Detail, 1973) aveva affrontato il tema del militarismo in maniera cruda e antiretorica. Del 1976 è invece Questa terra è la mia terra (Bound of Glory), biografia molto poco politicamente corretta del musicista country Woody Guthrie, impietoso affresco sulla Grande Depressione e le conseguenti tensioni sociali. Nel 1979 gira Oltre il giardino (Being There), visionario e graffiante affresco di una società alla deriva. L’adesione personale allo stile di vita hippie, l’uso di stupefacenti e alcuni atteggiamenti considerati stravaganti lo emarginano sempre più da Hollywood e dal suo perbenismo di facciata fino alla morte prematura, nel 1988 a 56 anni. Alcuni piccoli episodi ne sottolineano la rilevanza, a dispetto della scarsa considerazione in cui è tenuta la sua opera. Nel 1991 l’attore Sean Penn esordisce alla regia con Lupo solitario (The Indian Runner) e gli dedica il film (insieme a John Cassavetes) benché non abbia mai collaborato con lui. Anche Sean Baker, uno dei registi emergenti più interessanti del nuovo panorama cinematografico americano ha esplicitamente dichiarato in un’intervista di rifarsi stilisticamente e ideologicamente ai film degli anni ’70 di Robert Altman e Hal Ashsby.

“Ciò che è successo ad Hal Ashby, sia quello che lui ha fatto a se stesso sia quello che gli altri gli hanno fatto, è stata la cosa più ributtante che abbia mai visto nei miei 40 anni di professione”.

Bruce Dern, coprotagonista di Tornando a casa

Altman, Kubrick, Ashby


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