L’altra faccia dell’America/11: Michael Moore, e il cinema dà battaglia

Pubblicato il 31 Gennaio 2019 in Humaniter Cinema
Michael Moore

Michael Moore nasce a Flint (Michigan) nel 1954, figlio di un operaio della GM e di una casalinga. La sua città fa parte del cuore industriale dell’America e, in particolare, del più importante distretto dell’auto. Fatto non indifferente perché il futuro regista misura sulla propria pelle (e dei suoi familiari) gli epocali rivolgimenti economici che caratterizzano gli Stati Uniti negli ultimi 50 anni: la deindustrializzazione, lo smantellamento dello stato sociale (o di quel poco che il liberismo americano garantiva alle classi meno abbienti), l’ascesa vertiginosa della New Economy, lo scoppio della bolla speculativa e l’altrettanto vertiginosa Crisi dei Subprime con conseguente impoverimento della classe media.

 

Cane mangia cane

Avviato alla carriera giornalistica, prima nella città d’origine poi a San Francisco, Moore esordisce nel documentario con Roger&Me (id., 1989) che scava nelle cause recenti e remote della chiusura delle fabbriche e nei processi di dismissione industriale nonostante gli utili registrati nei bilanci delle aziende. Il successo del film gli apre le porte della televisione dove produce il programma di inchiesta Tv Nation, anch’esso molto seguito. Sempre attivo al di fuori dei circuiti commerciali, autoproducendosi con la sua Dog Eat Dog Films, Moore si segnala in seguito anche per l’attività di scrittore e polemista (i temi sono sempre quelli del liberismo) con i libri di successo Giù le mani! L’altra America sfida potenti e prepotenti (1996) e Stupid White Man (2001), pamphlet contro l’amministrazione di George W. Bush.

Michael Moore

Armi libere

Nel 2002 esce il film Bowling a Columbine (Bowling for Columbine), documentario in cui il regista mette sotto accusa la lobby delle armi ricostruendo alcuni episodi, purtroppo sempre d’attualità, di massacri a danno di persone inermi. Il film ottiene grande popolarità e numerosi premi tra cui la Palma d’Oro a Cannes e l’Oscar per il miglior documentario. Nel decennio successivo Moore prosegue la sua opera di denuncia attraverso la macchina da presa sempre con documentari come Fahrenheit 9/11 (id., 2004), ancora contro la presidenza Bush, Sicko (id., 2007) sul sistema sanitario americano messo a confronto con quelli di altri paesi, Capitalism, a Love Story (id., 2009), sulle malefatte di Wall Street, fino al recente Where to Invade Next (id., 2015) su modelli e stili di vita americani (o meglio sulle loro manchevolezze) messi a confronto con quelli di altri paesi industrializzati, principalmente europei.

Michael Moore

Prese di posizione

A differenziare l’attività documentaristica di Moore rispetto a quella di tutti i suoi più illustri predecessori, a partire dall’americano Robert Flaherty (1884-1951), pioniere e maestro indiscusso del genere, è la partecipazione diretta ed esibita del regista alla raccolta del materiale. Non una rappresentazione il più possibile oggettiva e asettica della realtà, ma una presa di posizione deliberata sui contenuti nel momento stesso in cui questi vengono portati sullo schermo. Spesso in chiave umoristica e con una tecnica di montaggio estremamente raffinata che carica di significati latenti il puro dato visivo. Quello di Moore, insomma, è il tipo di cinema che una volta si chiamava “militante”, ma che è semplicemente un cinema che usa la macchina da presa come arma. Un’arma per la battaglia delle idee.


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