Il cinema nella storia, di Auro Bernardi

Pubblicato il 9 Ottobre 2023 in Outdoor Business Cinema
Agorà

Il nostro esperto di Cinema Auro Bernardi, che ben conoscete per la sua rubrica Grey Screen, si occupa in questo nuovo Speciale del rapporto tra il cinema e la storia, argomento protagonista  anche nei corsi Humaniter che tiene da anni.

Nel percorso attraverso il cinema storico verrà privilegiato in molte opere il sottile filo rosso che avvolge l’intera avventura umana, dall’antichità a oggi, attraverso i precetti delle varie religioni che hanno guidato i passi degli uomini lungo i secoli. Dagli dei dell’antichità, al Gesù di Nazaret dei cristiani in tutte le loro frammentazioni, all’Islam e anche a qualche altra religione in aree lontane dall’Europa. Perché la religione è stata sempre tra i fattori determinanti il sorgere e il tramontare delle civiltà e gli autori più sensibili al “senso” della storia non hanno fatto a meno di evidenziarlo nelle loro opere.

Nelle pagine qui accanto pubblicheremo testo e foto di riferimento seguendo il calendario che vedete qui di seguito. Un suggerimento di visione, per riscoprire film del passato, riletti dal nostro esperto. Nei mesi di ottobre e novembre, per iniziare, si affronterà il tema di “Preistoria e antichità”.

In apertura: “La presa di Roma” (1905)

Calendario di ottobre e novembre, ad aggiornamento settimanale

(data di proiezione, titolo, regia, anno, durata, argomento)

10 ott – La guerra del fuoco J.-J. Annaud, 1981, 1h,38’ – preistoria, 80mila a.C.

17 ott – Il faraone (doppiato) J. Kawalerowicz, 1966, 2h,24’ – Egitto, X sec a.C.

24 ott – Il primo re Matteo Rovere, 2019, 2h,02’ – Roma, VIII sec a.C.

7 nov – Socrate (doppiato) R. Rossellini, 1970, 1h,52’ – Grecia, V-IV sec a.C.

14 nov – Scipione l’Africano C. Gallone, 1937, 1h,49’ – Seconda Guerra Punica, III sec a.C.

21 nov – Io, Caligola (doppiato) T. Brass (e altri), 1979, 1h,58’ – Impero Romano, I sec d.C.

28 nov – Agorà A. Amenabar, 2009, 2h,02’ – Basso Impero, IV-V sec d.C.

 


Un’inesauribile fonte d’ispirazione

«Il passato è un immenso magazzino da cui tirar fuori gli scenari più suggestivi per film che cercano nella storia il più avvincente spettacolo del mondo, il racconto più romanzesco di qualsiasi parto della fantasia». Così scriveva Mino Argentieri nel suo libro Cinema-storia e miti (Pironti, 1984) e in effetti la storia, al pari della religione, è stata tra le principali fonti ispiratrici della cinematografia sin dal suo nascere. Privi della parola e forti solo di immagini in movimento, i film delle origini attingevano allo sterminato patrimonio collettivo di storie, fatti e miti, con la certezza che gli spettatori, inclusi i meno acculturati e istruiti, si riconoscessero e si identificassero in ciò che passava sullo schermo in quanto già noto in partenza. Non solo: nella massima parte dei casi, data la lontananza nel passato di quegli stessi fatti, non esistevano fonti iconografiche dirette sicché diventava facile per sceneggiatori e registi ricostruirli fittiziamente ponendo l’accento su quanto, a loro giudizio, potesse esercitare maggiore attrattiva sul pubblico. Anche a costo di modificare, in varia misura, gli stessi fatti storici. In Italia, per esempio, uno dei primi film di finzione girati dai pionieri della “settima arte” è La presa di Roma. Realizzato nel 1905 da Filoteo Alberini, ricostruisce in una decina di minuti (la durata media di una proiezione, ossia un rullo di pellicola) la Breccia di Porta Pia del 1870. Ne resta poco più della metà:

L’inquadratura finale colorata non era una rarità in quanto nei casi di film che si pensava fossero di particolare interesse si provvedeva a colorare a mano le parti volute direttamente sul positivo della pellicola, ossia sull’acetato di cellulosa su cui erano state stampate le immagini dal negativo originale.

Più lungo di un terzo (15 minuti) e, soprattutto, ben più ambizioso sul piano artistico, è invece il film francese del 1908 di André Calmettes L’assassinio del duca di Guisa (L’assassinat du duc de Guise) che ricostruisce un episodio cruciale delle lotte che nel ‘500 opposero cattolici e protestanti (Ugonotti) nel regno di Francia. Da segnalare il coinvolgimento del musicista Camille Saint-Saëns per la composizione della colonna sonora che avrebbe accompagnato in diretta la proiezione del film.

Personaggi storici come Alessandro Magno, Cleopatra, Giulio Cesare, Nerone, Giovanna d’Arco, Cesare Borgia, Cagliostro, Luigi XIV, Napoleone, Garibaldi, Custer, Lincoln, Hitler, Mussolini e lo stesso Gesù di Nazaret hanno sempre avuto grande attrattiva per lo schermo proprio per la loro notorietà a livello globale e per conoscenza altrettanto universale delle tappe salienti delle loro vite. Che perciò si prestano a infinite “variazioni sul tema” più o meno attendibili sul piano storico, ma indubbiamente efficaci per attirare il pubblico in sala ovvero sui vari canali di distribuzione dell’intrattenimento audiovisivo.

Documentari e cinegiornali

C’è poi un altro aspetto non meno rilevante che caratterizza il rapporto tra il cinema e la storia: l’idea di documentare i fatti più rilevanti della vita sociale mediante il nuovo mezzo. Alcuni autori hanno perciò pensato che fosse importante utilizzare le riprese cinematografiche per portare alla conoscenza del maggior numero possibile di persone gli eventi della storia contemporanea. Incoronazioni, congressi, esposizioni, gare o prestazioni sportive, persino battaglie diventano così oggetto di riprese cinematografiche. Nascono i documentari e i cinegiornali, ma nascono anche opere con l’ambizione di contribuire in modo determinante alla “scrittura” stessa della storia con un mezzo totalmente inedito e persino impensabile nei secoli precedenti: la ripresa dal vivo di un evento nel preciso momento e nelle esatte forme in cui esso si concretizza nel corso del tempo. È il caso, per esempio, dei film di Leni Riefenstahl Il trionfo della volontà (Triumph des Willens, 1935) sul raduno nazista di Norimberga del 1935 e Olympia, sulle Olimpiadi di Berlino dell’anno successivo. In questi casi il cinema non si fa narrante del passato attraverso ricostruzioni più o meno fantasiose di avvenimenti già consegnati alla storia, ma documento storico esso stesso, in grado di consegnare il presente alle generazioni future.

Non solo. Spesso i regimi dittatoriali (ma anche la fabbrica dei sogni di Hollywood) hanno tratto spunto da personaggi ed eventi storici per rafforzare il consenso attorno alle proprie scelte politiche o per offrire scenari, più o meno immaginari, che apparissero come anticipazioni storiche di tali regimi. Il film Scipione l’Africano, girato nel 1937 da Carmine Gallone su precisa volontà del Regime Fascista, in un delirio di saluti romani e fasci littori, più che della Seconda Guerra Punica ci rivela un aspetto dell’Italia del consenso e la sostanza della politica estera mussoliniana culminata l’anno prima (6 maggio 1936) con la proclamazione dell’Impero Fascista a conclusione della brutale guerra di aggressione all’Etiopia. Stesso discorso, su un diverso fronte, dei molti film storici accomunati dalla definizione di Realismo Socialista che rispecchiano gli aspetti propagandistici dello stalinismo. A cominciare da Ciapaiev (1934 di Georgij e Sergeij Vasiliev) esplicitamente indicato dallo stesso Stalin come esempio (anche estetico) da imitare.

Civiltà millenarie

I film di finzione, e i film di finzione che parlano di storia in particolare, spesso rappresentano involontariamente lo specchio di un’epoca, quella in cui sono girati, piuttosto che dell’epoca rappresentata sullo schermo. Non solo e non tanto per costumi e scene che, per esempio, nei film storici degli anni ‘10 richiamano molto da vicino mode, costumi e arti liberty pur essendo ambientati nell’antico Medio Oriente, ma anche per quanto riguarda l’approccio ideologico e politico. Altra cosa da non dimenticare quando si guarda un film storico è la collocazione temporale cui esso si riferisce. Alcune civiltà, come quella egizia, cinese e romana, per esempio, durarono interi millenni nel corso dei quali cambiarono anche notevolmente usi, costumi, abbigliamento, oggetti di vita quotidiana oltre, naturalmente, leggi, norme, forme politiche e di governo. Ebbene, spesso per noi spettatori (ma anche per gli autori) tali differenze non esistono mentre per un “antico romano” del basso impero (III-IV sec. d.C.) era assolutamente normale parlare di “antichi romani” riferendosi, per esempio, ai suoi predecessori della prima età repubblicana (VII-VI sec. a.C.). La stessa differenza che corre tra noi, oggi, e il tempo in cui visse Dante Alighieri. Ancor più marcato il divario, per esempio, tra i faraoni che costruirono le piramidi 2500 anni prima di Cristo e il regno di Cleopatra, terminato attorno al 30 a.C.

Storia “d’autore”

Nel grande filone del cinema storico, che comprende a sua volta sottogeneri come il biografico, il bellico ecc., si possono inoltre trovare opere di grandi autori cinematografici, che si sono confrontati con la storia per sviluppare e veicolare la propria estetica e la propria visione del mondo, e film di consumo pensati e realizzati solo per sfruttare gli “appetiti” più dozzinali del pubblico. Sin dagli albori del cinema, e poi nei decenni successivi, Griffith, Dreyer, Ejzenstejn, Renoir, Rossellini, Buñuel, Bergman, Bresson, Visconti, Bertolucci, Bellocchio, Amenábar e molti altri hanno riletto la storia creando capolavori che si sono imposti per la loro autonomia estetica e ideologica, al netto persino delle imprecisioni e delle verità storiche (per es. la metafisica “liberazione” di Moro anziché il suo assassinio in Buongiorno notte, 2003, di Bellocchio). Da rilevare anche il fatto che il filone storico, con maggiore o minore intensità, ha costantemente accompagnato la storia del cinema, a partire dagli anni pionieristici fino ai giorni nostri. Non di meno ci sono stati momenti di grande popolarità del genere. L’apice si è toccato tra gli anni ‘50 e ‘60 del ‘900 quando il film storico e biblico (convenzionalmente definito peplum, dal nome dell’indumento greco antico) è stato di gran lunga dominante. Grazie anche al sistema cinemascope ovvero la ripresa e la proiezione con lenti anamorfiche che davano allo schermo il formato 1:2,59. Quello, secondo la celebre battuta di Fritz Lang nel Disprezzo di Godard (1963), «Buono per i funerali e i serpenti». Sono gli anni dei cosiddetti kolossal ossia quei film caratterizzati da scene di massa con centinaia di comparse, scenografie roboanti e, non ultimo, gli attori più famosi e meglio pagati di Hollywood. Con relativi sottogeneri che andavano dal parodistico a quello, cosiddetto, degli uomini forti ossia interpretati da una folta schiera di culturisti in gonnellino sotto i nomi di Maciste, Ursus, Ercole, Sansone, Goliath ecc.

Tra i maggiori successi del genere possiamo ricordare Quo vadis (Mervyn LeRoy, 1951), La tunica (Henry Koster, 1953) quello che per primo introdusse il cinemascope, Attila (Pietro Francisci, 1954), Ulisse (Mario Camerini, 1954), I 10 comandamenti (Cecil B. DeMille, 1956), Ben Hur (William Wyler, 1959), Gli ultimi giorni di Pompei (Mario Bonnard, 1959), Spartacus (Stanley Kubrick, 1960), Il re dei re (Nicholas Ray, 1961), Il Cid (Anthony Mann, 1961), Barabba (Richard Fleischer, 1961), Cleopatra (Joseph Mankiewicz, 1963), La più grande storia mai raccontata (George Stevens, 1965…).

Una recita… astrale

Piccola curiosità: le riprese di Barabba vennero effettuate in Italia (la cosiddetta Hollywood sul Tevere) e la produzione pensò di sfruttare ai fini drammatici del film l’eclissi totale visibile nel nostro paese, in particolare proprio nelle regioni centrali, la mattina di mercoledì 15 febbraio 1961 tra le 8,38 e le 8,40. L’oscuramento del sole entrò così nella scena della crocifissione che venne girata a Roccastrada, nel grossetano. I giornali e le riviste dell’epoca diedero grande risalto alla vicenda con titoli come: «Hanno fatto recitare il sole!». Dal punto di vista strettamente storico si tratta però di un falso clamoroso. Vero che i Vangeli affermano che durante il supplizio di Gesù «A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra [cioè a Gerusalemme] fino alle tre del pomeriggio [dall’ora sesta all’ora nona]», ma nessuno parla di eclissi e le eclissi, notoriamente, durano al massimo pochi minuti non certo tre ore. Non solo. Sempre secondo i Vangeli la crocifissione avvenne il giorno della Parasceve, ossia la vigilia di Pèsach, la Pasqua ebraica. Ebbene, Pèsach (come la Pasqua cristiana che ne è derivata) è legata al plenilunio di primavera, dunque cade sempre in fase di luna piena mentre le eclissi di sole possono verificarsi solo e soltanto in fase di luna nuova. Avranno anche fatto recitare il sole, ma gli hanno assegnato una parte sbagliata!

Con la fine dei ‘60 e il rinnovato interesse del pubblico per argomenti di maggiore attualità il genere decade rapidamente salvo poi riaffiorare negli anni successivi supportato, in questi casi, dalle nuove tecnologie che permettono di ottenere notevoli effetti speciali senza aspettare le eclissi, ma mediante l’uso massiccio della computergrafica. È il caso, per esempio, di 300 (2006 di Zack Snyder) fumettistica ricostruzione fantasy (più che storica) della battaglia delle Termopili avvenuta nel corso della Seconda Guerra Persiana (480 a.C.).

Nel nostro percorso attraverso il cinema storico verrà inoltre privilegiato in molte opere il sottile filo rosso che avvolge l’intera avventura umana, dall’antichità a oggi, attraverso i precetti delle varie religioni che hanno guidato i passi degli uomini lungo i secoli. Dagli dei dell’antichità, al Gesù di Nazaret dei cristiani in tutte le loro frammentazioni, all’Islam e anche a qualche altra religione in aree lontane dall’Europa. Perché la religione è stata sempre tra i fattori determinanti il sorgere e il tramontare delle civiltà e gli autori più sensibili al “senso” della storia non hanno fatto a meno di evidenziarlo nelle loro opere.

A caccia di errori

Sarà poi divertente andare a scoprire i blooper (svarioni, errori) che, nel caso di film storici, sono sempre in agguato, come abbiamo appena visto. Specialmente per i film ambientati nelle età antiche. Costumi e uniformi sbagliati o diversi da quelli in uso nei secoli rappresentati, la presenza di attrezzi non congrui (un esempio per tutti: la staffa dei cavalli, introdotta solo dopo il V secolo d.C. Nel mondo antico si cavalcava a pelo, come nel Palio di Siena) oppure, ancora, animali e piante provenienti da terre non ancora conosciute. Sempre nei film ambientati nell’antica Roma, specialmente prodotti negli anni ‘50 e ‘60, si assiste a un trionfo di svarioni di questo tipo: ceste di peperoni (introdotti dall’America) nei mercati, agavi e fichi d’india (anch’essi di origine americana) nei giardini, pere abate (cultivar elaborata a fine ‘800) e ananas nei canestri dei banchetti, tucani e pappagalli (animali originari dell’America) in qualche reggia orientale o villa pompeiana per dare un tocco esotico e via di questo passo. Fatto sempre salvo che se l’intenzione dell’autore non è la correttezza della ricostruzione, ma un discorso di altro genere, allora si può transigere anche sul blooper. Come nel caso di Simón del desierto (1964) di Luis Buñuel che gira nel deserto del Messico, con tutte le specie botaniche autoctone, una storia ambientata nel deserto siriano del VI sec. d.C. Una vicenda metafisica, per altro verso, che può tranquillamente prescindere dalla pura aderenza al reale.

 


 

L’autore: Nel 1969, quando ero al liceo, il film “La Via Lattea” di Luis Buñuel mi ha fatto capire cosa può essere il cinema nelle mani di un poeta. Da allora mi occupo della “decima musa”. Ho avuto la fortuna di frequentare maestri della critica come Adelio Ferrero e Guido Aristarco che non mi hanno insegnato solo a capire un film, ma molto altro. Ho scritto alcuni libri e non so quanti articoli su registi, autori, generi e film. E continuo a farlo perché, nonostante tutto, il cinema non è, come disse Louis Lumiére, “un’invenzione senza futuro”. Tra i miei interesse, come potrete leggere, ci sono anche i viaggi. Lo scrittore premio Nobel portoghese José Saramago ha scritto: “La fine di un viaggio è solo l’inizio di un altro. Bisogna ricominciare a viaggiare. Sempre”. Ovviamente sono d’accordo con lui e posso solo aggiungere che viaggiare non può mai essere fine a se stesso. Si viaggia per conoscere posti nuovi, incontrare altra gente, confrontarsi con altri modi di pensare, di affrontare la vita. Perciò il viaggio è, in primo luogo, un moto dell’anima e per questo è sempre fonte di ispirazione. Viaggiate con me, allora! Auro Bernardi

 

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