Così l’acidificazione delle acque sta distruggendo gli oceani del mondo

Pubblicato il 6 Novembre 2019 in , da Margherita Corti

Questo ultimo mese è stato ricco di eventi importanti in ambito ambientale. Con i tempi che corrono non è un caso che, come primo atto normativo, il Governo abbia approvato il Decreto Ambiente per dare il via al Green New Deal nel nostro Paese (qui per saperne di più). Questo a seguito del vertice ONU sul clima tenutosi a New York. I leader mondiali hanno riconosciuto la necessità di accelerare le azioni nazionali nei confronti del climate change tramite attività concrete che portino al rafforzamento della cosiddetta green economy, uno modello di sviluppo economico in cui sono presi in considerazione non solo lavorazione di materie prime e commercializzazione, ma anche il loro impatto sull’ambiente.

66 Paesi, 102 città e 93 imprese (tra cui brand noti come Nestlé, Nokia e L’Oréal) si sono impegnati a raggiungere zero emissioni entro il 2050 e 70 Paesi hanno annunciato che entro il 2020 promuoveranno (o avvieranno nel caso dei Paesi più arretrati) i loro piani d’azione nazionali a riguardo. L’obiettivo è quello di mettere in atto azioni per attuare l’Accordo di Parigi, il più importante patto moderno per contrastare il cambiamento climatico, sottoscritto da buona parte dei governi mondiali.

A cosa è dovuta questa improvvisa presa di coscienza? Secondo l’Organizzazione meteorologica mondiale, i dati del lustro corrente (2014-2019) dimostrano che questi sono stati i cinque anni più caldi mai registrati, con un aumento di 0.2 gradi rispetto al quinquennio precedente e uno di 1.1 gradi dal periodo pre-industriale.

Tutta la comunità scientifica concorda sul fatto che sono le attività umane a contribuire significativamente al riscaldamento globale. La produzione di anidride carbonica dalle industrie e dal consumo di combustili fossili ha determinato, infatti,  un aumento dell’effetto serra rispetto al naturale. Ciò sta impedendo al nostro Pianeta di disperdere il calore accumulato dalla radiazione solare.

Oltre a ciò che abbiamo già precedentemente approfondito insieme, l’aumento di anidride carbonica in atmosfera comporta un corrispondente aumento di CO2 disciolta nell’acqua marina. Difatti, circa un quarto della CO2 presente nell’atmosfera va a finire negli oceani, dove si trasforma in ione carbonato (HCO3-) e ioni idrogeno (H+). È proprio la grande presenza di questi ultimi che determina un abbassamento del pH marino con conseguente acidificazione delle acque (ndr: il pH è la scala con cui si misura l’acidità di una soluzione acquosa. Più è basso, più ioni idrogeno ci sono e più la soluzione è acida).

A causa di ciò, gli organismi marini che possiedono guscio calcareo (come le conchiglie e gli esoscheletri di molluschi, crostacei, echinodermi, plancton, coralli, …) potrebbero quindi non essere più in grado di costruire il proprio guscio: questo perché il calcare che li costituisce si scioglie in acqua acida (ricca di ioni H+).

Questa incapacità è in particolar modo drammatica per i coralli, in quanto essi sono i principali costituenti delle barriere coralline in cui circa un quarto delle specie marine note risiede.

Tra le specie più a rischio vi sono però le comunità di fitoplancton, piccoli organismi fotosintetici che producono gran parte dell’ossigeno respirato. Essi sono inoltre il nutrimento principale dello zooplancton, a sua volta alimento principe della dieta di ben più noti organismi marini, quali ad esempio le balene. La scomparsa di un tassello così fondamentale nella catena trofica marina potrebbe portare a delle conseguenze sulle risorse ittiche inimmaginabili.

Per chi non è del mestiere può spesso risultare difficile immaginare ciò che viene descritto a parole anche in queste pagine. Per questo eco qui di seguito i risultati di un semplice esperimento, a scopo puramente illustrativo, che possa dare un’idea dell’effetto dell’acidificazione su un guscio calcareo. E’ stato inserito il guscio di un uovo di gallina (composto da carbonato di calcio) all’interno di un barattolo pieno di aceto da cucina (nota sostanza acida) e se ne è seguito l’andamento nei giorni seguenti. Come si vede dalle foto i risultati sono stati devastanti. In una sola settimana il guscio ha perso la sua caratteristica struttura solida. Bisogna sottolineare che l’aceto è più acido di quanto  sono le acque marine, ma qui il guscio d’uovo è stato esposto solo per un breve periodo. Proviamo ad immaginare dunque cosa possa succedere in tempi più lunghi alle conchiglie degli organismi marini!

 

A soffrire, nell’ambiente, dunque, non sono solo gli alberi: la conservazione del nostro pianeta passa anche per la salvaguardia degli oceani. Purtroppo, l’unico modo per ridurre gli effetti legati alla loro acidificazione è ridurre le emissioni di CO2. A tale scopo possiamo però contribuire in misura ridotta anche noi nel nostro piccolo.

Cerchiamo di non farci prendere dalla pigrizia e diminuiamo quanto più possibile i chilometri percorsi in auto. Oltre a far bene all’ambiente, facciamo bene anche a noi stessi! Camminare aiuta a prevenire non solo problemi alle articolazioni e alla circolazione del sangue, ma accelera il metabolismo, rende più attive le nostre difese immunitarie e, rilasciando endorfina, diminuisce i nostri livelli di stress!

Possiamo anche apportare piccoli accorgimenti nelle nostre abitazioni, per esempio regolando la temperatura e la durata del riscaldamento (e e la temperatura e l’uso dello scaldabagno) domestico. Spesso basta solo una coperta in più o un maglione leggermente più spesso per portare notevoli vantaggi.

Limitiamo i consumi elettrici: ogni kWh generato determina emissioni di CO2 nell’atmosfera. Cerchiamo quindi di non dimenticarci le luci accese nelle stanze di casa e di non lasciare in standby o addirittura accesi gli apparecchi elettronici che non stiamo utilizzando. Potremmo anche sostituire le lampade alogene che consumano molto con lampadine al led, non solo più efficienti ma anche con un ridotto consumo di energia elettrica.

Bisogna sempre ricordare che comunicare  le nostre scelte è importante, solo in questo modo si può stimolare un cambiamento collettivo. Basti pensare a quell’adolescente che ha iniziato a protestare da sola davanti al Parlamento della sua nazione e che inizialmente non era ascoltata da nessuno. Ora sono milioni i giovani che la seguono, protestando per le strade di tutte le città del mondo. Possiamo comunicare facilmente tramite i social network, davanti ad un buon caffè o anche scendendo in piazza e raccontando perché siamo così arrabbiati. Sarà un caso, ma il boom di iscritti di quest’anno ai corsi di Scienze Naturali in tutte le Università italiane fa sperar bene

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