Fast fashion: le conseguenze sul Pianeta della moda a basso costo

Pubblicato il 25 Settembre 2020 in , da Margherita Corti
fast fashion

Dall’inizio del nuovo millennio, mentre la produzione di nuovi capi d’abbigliamento è cresciuta esponenzialmente (da 5.9 a 13 kg pro capite nel periodo 1975-2018), la durata media del loro ciclo di vita è proporzionalmente diminuita. Negli ultimi vent’anni si è iniziato a comprare di più e a indossare e spendere meno. Si stima infatti che la durata di vita media dei singoli capi si sia molto abbassata, con capi economici che vengono indossati addirittura meno di 10 volte prima di essere buttati. I costi bassi facilitano gli acquisti ma creano un trend all’interno dell’industria della moda che sta diventano pericoloso per l’ambiente e che non può dunque essere sottovalutato. Si parla di fast fashion, o moda usa e getta, in cui i capi d’abbigliamento passano direttamente dalle passerelle o dalle pagine delle famose riviste alla produzione industriale su ampia scala senza che sia portata particolare attenzione all’abito in sé, basta che sia qualcosa ‘di moda’ per la stagione. Di certo fast fashion non è sinonimo di sostenibilità, anzi. È noto che i processi di produzione dei capi a basso costo tipici della fast fashion siano molto poco inclini alla salvaguarda dell’ambiente. Non è un caso che la produzione e la manifattura di questi capi si sia spostata verso aree del globo con basso costo di manodopera, portando alla quasi scomparsa della produzione nei paesi maggiormente sviluppati. Questo riduce sia i costi che la trasparenza: è spesso molto difficile capire da dove provengano le materie prime utilizzate nella produzione e in che modo esse siano state lavorate. Non bisogna neanche sottovalutare l’inquinamento dovuto al trasporto dei capi confezionati in queste aree nel resto del mondo tramite navi o aerei cargo, la cui portata inquinante dovuta all’ingente emissione di gas serra è ormai tristemente nota. Ad abbassare i costi di produzione innalzando i danni per l’ambiente e per l’uomo intervengono poi altri fattori: basta pensare al nichel, spesso utilizzato per le tinture dei capi a basso costo e cancerogeno per l’uomo, o alla scelta dei materiali maggiormente utilizzati per la realizzazione dei tessuti. Da un lato infatti troviamo il cotone, il cui impiego è mostrato con orgoglio dai produttori ma il cui impatto ambientale e sociale, date le quantità di diserbanti e di spazio sottratto alle foreste necessari alla sua produzione, si rivela in realtà devastante. Dall’altro abbiamo tessuti sintetici come il poliestere e il nylon il cui ciclo di vita, non essendo riciclabili, comporta tutte le problematiche di stoccaggio e inquinamento proprie dei materiali plastici.

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fonte Planet Custodian

Tutto questo ha reso quella tessile la seconda industria attualmente più inquinante al mondo, seconda solo a quella petrolifera. Riportando qualche numero, si stima che ogni anno l’industria tessile generi 1.7 miliardi di tonnellate di CO2, consumi 1500 miliardi di litri di acqua, che circa il 35% delle microplastiche negli oceani sia attribuibile ai lavaggi di capi in fibre sintetiche e che i rifiuti tessili superino i 92 milioni di tonnellate ogni anno. Per la produzione di una singola maglietta vengono utilizzati 700 litri d’acqua, pari al fabbisogno medio di una persona in tre anni! Non è un caso che il 20% dello spreco mondiale d’acqua e dell’inquinamento delle risorse idriche sono da attribuire al settore tessile. Ma perché l’industria non si impegna a usare tessuti più green? Per una mera questione economica. Questo genere di impegno infatti farebbe aumentare notevolmente i costi di produzione che le industrie fast fashion non hanno voglia di sostenere. Per chi volesse approfondire ulteriormente l’argomento, il WWF ha stilato un rating basato sui dati dell’Oekom Research analizzando l’impegno ecologico di 12 noti marchi tessili. Da questo rapporto emerge che più della metà delle aziende coinvolte non ha adottato alcun progetto green nonostante le piccole iniziative messe in atto per rendersi più presentabili e socialmente impegnati agli occhi dell’opinione pubblica e dei consumatori più sensibili. Tra queste le campagne di riciclo proposte da noti marchi di abbigliamento in cambio di tessere sconto. Parte degli abiti raccolti nei punti vendita viene usata per creare nuovi tessuti, altra verrà smaltita.

A contrastare la fast fashion è nato così il movimento slow fashion, basato su processi di lavorazione più lenti e di qualità che mirano a far sviluppare nei consumatori un punto di vista critico, che li porti a riflettere, tra le altre cose, sul fatto che non c’è reale necessità di acquistare capi nuovi di continuo. Il movimento promuove infatti lo sviluppo di una moda più etica e sostenibile, che utilizzi fibre naturali di qualità, riciclabili, la cui durata superi quella di una stagione e la cui filiera sia trasparente ed etica. Al momento del possibile acquisto, sarebbe opportuno resistere alle sirene del prezzo stracciato a ogni costo, e piuttosto valutare la portabilità e la qualità di ogni singolo capo. Tale esercizio può sembrare inizialmente limitato agli esperti del settore, ma in realtà tutto ciò che serve è un po’ di pratica. Leggendo con attenzione l’etichetta di un capo di cui valutiamo l’acquisto impariamo a riconoscere facilmente le fibre sintetiche derivate dal petrolio (acrilico, poliestere, poliammide, elastan, ecc). Così facendo si è in grado di limitare il consumo di prodotti non riciclabili e che, tramite il rilascio di piccole porzioni di tessuto durante ogni lavaggio, contribuiscono all’inquinamento degli oceani.

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fonte The Guardian

I promotori del movimento spingono il consumatore a farsi delle domande prima di qualsiasi acquisto: mi serve davvero? Dove è stato prodotto? Con che materiali è realizzato? Se si è in grado di rispondere a queste domande, e se la risposta soddisfa i principi etici e ambientali della slow fashion, allora si può procedere con l’acquisto, altrimenti la scelta sarebbe poco consapevole. Non è un caso che acquisti fatti senza pensare spesso finiscono in un angolo dell’armadio fino al giorno in cui decidiamo di buttarli via. Per salvare l’ambiente bisogna partire dalla vita di tutti i giorni. Cerchiamo di comprare meno e meglio, prendendoci cura dei nostri capi e scambiandoli tra amici se non ci piacciono più, partecipando a mercatini o tramite famose app e siti web che si occupano proprio di questo. Tra le più note piattaforme che possono aiutarci in ciò c’è Armadio Verde, un progetto nato dall’idea di una coppia per ridare vita ai guardaroba, diminuire i consumi di risorse e risparmiare anche a livello economico.

Allunghiamo la vita dei nostri abiti, impariamo a cucire (e insegniamolo ai nostri nipoti! L’averlo fatto con le mie nonne è tra i miei più bei ricordi di infanzia) o modificare i nostri capi d’abbigliamento con qualche difetto o di cui ci siamo stufati, mostriamo i vestiti della nostra gioventù a figli e nipoti così che possano dare loro nuova vita, ma non solo; il vintage ormai è all’ultima moda tra i giovani, quanto potrebbe essere bello (e commovente) vedere i nostri nipoti indossare una nostra vecchia camicia o un vestito elegante?  Leggiamo bene l’etichetta e laviamo ogni singolo capo nel modo giusto, questo è il segreto per mantenerli in buone condizioni più a lungo. Così facendo, come predicato dalla slow fashion, diminuirebbe pian piano la richiesta e quindi la produzione di nuovi capi, innalzando gli standard di qualità dei singoli prodotti e le condizioni dei lavoratori.

In conclusione, per gli interessati, ci sono due libri sull’argomento: da una parte c’è ‘La rivoluzione comincia dal tuo armadio’ di L. Ciuni e M. Spadafora, che è una vera guida per approcciarsi ai temi della moda sostenibile, ricca di cenni storici e spunti di riflessione. Dall’altra ‘Siete pazzi ad indossarlo!’ di E.L. Cline, in cui la giornalista autrice racconta di come da vera compratrice compulsiva ha iniziato a chiedersi come fosse possibile che capi nuovi avessero prezzi così bassi, quali fossero le condizioni di chi li aveva prodotti e quali sarebbero state le conseguenze sull’ambiente della loro produzione. Tutte domande a cui trova risposta interagendo con operatori del settore. Oltre ai libri anche il noto programma RAI ‘Presa diretta’ ha recentemente approfondito la tematica nella seconda puntata della stagione nella puntata ‘Panni sporchi’. Ospiti di Riccardo Iacona, la leader della moda sostenibile, giovani stilisti studenti dell’Istituto Europeo del Design, imprenditori e scienziati, partecipano all’ichiesta, discutendo della problematica con uno sguardo verso il futuro. Il momento del cambio di stagione e del rifornimento dei nostri guardaroba si avvicina, quale miglior occasione per mettere in atto le vostre nuove conoscenze per quanto riguarda la riduzione dello spreco di vestiti? Anzi, qualora aveste storie su capi a cui siete affezionati e che avete salvato dallo scorrere del tempo sarei felice di riceverle, tutti infatti possono dare il loro contributo alla slow fashion fatta in casa!

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fonte Whowhatwear

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