Limiti della crescita, ricordiamo che il mondo non è infinito

Pubblicato il 10 Giugno 2020 in , da Giovanna Gabetta
energia

In questa rubrica sto cercando di ragionare sul legame tra economia, energia e ambiente. L’argomento è complesso, ma secondo me è necessario parlarne, perché negli ultimi decenni ci siamo comportati come se le risorse fossero infinite: cresce il numero di esseri umani, cresce il benessere, la produzione industriale, cresce il consumo, cresce la produzione di rifiuti… tutto questo all’infinito. Nonostante da alcune parti si parli di situazione preoccupante, in generale si ritiene auspicabile una crescita continua di tutte le variabili. Ho l’impressione che ci manchi la consapevolezza che viviamo in un mondo finito. Da una decina di anni mi sono imbattuta nel blog: “Our finite World, uno dei tanti ovviamente, che contiene molti spunti interessanti su questo tema, ed è aggiornato e gestito da una signora americana della mia età, Gail Tverberg, che ha lavorato per molti anni come attuaria. Vale la pena di dare un’occhiata.

È una discussione che viene da lontano. Nel 1972 è stato pubblicato un libro molto importante, intitolato: “I limiti dello sviluppo”. Si trattava di un rapporto del MIT (Massachusetts Institute of Technology), ma la ricerca era stata finanziata dal Club di Roma. Tra gli autori del rapporto del MIT c’era Donella Meadows, una ricercatrice nata nel 1940. Mi piace aggiungere qui che secondo alcuni l’approccio razionale a una questione importante come quella dei limiti della crescita potrebbe essere particolarmente indicato per un’analisi “al femminile”, anche se non è affatto detto che tutte le donne e soltanto loro la propongano. Ma questa è un’altra storia, forse ne parleremo un’altra volta.

Tornando a noi, possiamo dire che il libro del 1972 conteneva un’analisi di come si sarebbero potuti evolvere nel tempo diversi parametri della crescita, come appunto la popolazione mondiale, la produzione industriale, la disponibilità di risorse, l’inquinamento; si prendevano in considerazione diversi scenari, tra cui l’ipotesi di un continuo sviluppo come quello che si stava delineando. Per quanto abbia avuto molto successo e sia stato venduto in tutto il mondo, il libro non è stato preso molto sul serio. L’economia mondiale ha continuato a muoversi come in precedenza, seguendo appunto lo scenario che nel modello era stato chiamato BAU (Business As Usual). Un secondo rapporto pubblicato nel 2004 ha confermato le tendenze già viste. Più di recente, nel 2014 è stato pubblicato in Australia un articolo che fa vedere come sostanzialmente il modello proposto sia ancora valido dopo 40 anni e che lo scenario che si sta seguendo è sempre quello del Business As Usual.

limiti della crescita

Esaminando un po’ più da vicino questo grafico, va precisato che non si tratta tanto di una previsione, ma di capire come si influenzano i diversi parametri uno con l’altro. Per esempio vi farei notare che quando si registra una diminuzione delle risorse e della produzione di cibo, la produzione industriale tende a diminuire quasi contemporaneamente, mentre la popolazione dovrebbe diminuire soltanto dopo qualche tempo. Per il momento ho trascurato di considerare gli effetti della fermata provocata dal coronavirus. Consideriamo che si tratti soltanto di un effetto temporaneo che si riassorbirà, riproponendoci di riparlarne tra qualche tempo quando il sistema si sarà rimesso in moto.  Nell’immagine in alto si nota qualche scostamento proprio sulla curva delle risorse e su quella della produzione di cibo. Questi dati nel 2012 stavano scendendo meno lentamente di quanto previsto nel 1972. Secondo me, è un effetto dei combustibili fossili. La produzione e il consumo di petrolio, infatti, ha continuato ad aumentare soprattutto per effetto della produzione di Shale Oil da parte degli Stati Uniti – di cui abbiamo già avuto occasione di parlare. Con maggiore disponibilità di combustibili fossili, anche la produzione di cibo può essere più abbondante di quanto si prevedeva nel 1972. In generale però sembra ormai vicino il momento in cui tutte le curve dovrebbero cominciare a piegare verso il basso.

Questi scenari sono utilizzati dai profeti del disastro, che sostengono che siamo avvicinandoci ad un baratro, il famoso “Seneca cliff. Da dove viene questo nome? Da una delle lettere a Lucilio scritte dal filosofo romano Lucio Anneo Seneca.

limiti della crescita

Dice Seneca: “Sarebbe una consolazione per la nostra debolezza e per i nostri beni se tutto andasse in rovina con la stessa lentezza con cui si produce e, invece, l’incremento è graduale, la rovina precipitosa” (Lettera n°91, paragrafo 6). In altre occasioni nella storia si è visto, ad esempio, che la popolazione tende a diminuire piuttosto velocemente in caso di crisi. In effetti, l’andamento di questa curva somiglia abbastanza a quelle che il MIT e il Club di Roma propongono per ognuno dei parametri che hanno preso in considerazione.

In questa rubrica ci siamo concentrati sul consumo di energia e soprattutto di combustibili fossili: possiamo dire che si tratta più o meno del parametro “risorse” nel modello del MIT. Abbiamo visto come la possibilità di continuare con il nostro tenore di vita elevato, estendendolo a strati sempre maggiori della popolazione mondiale, dipende dalla disponibilità di energia, e soprattutto di energia da combustibili fossili, che continuano ad essere prevalenti. Ma con il sistema attuale si consuma più di quello che serve, si producono tantissimi rifiuti e si aumenta l’inquinamento. Grazie alla delocalizzazione della produzione industriale, si hanno a disposizione prodotti a basso prezzo e in grandissima quantità, si utilizza una grande quantità di combustibili per i trasporti, si sfrutta mano d’opera a basso costo, e sia pure attraverso questo si favorisce la crescita economica dei paesi in via di sviluppo. Tutto questo funziona anche perché i Paesi ricchi sono in grado di assorbire la produzione anche eccessiva di beni. E finché non ci preoccupiamo dell’inquinamento. Mi sembra di poter dire che si può parlare di una specie di “economia circolare”, ma si tratta di un circolo vizioso che non è facile spezzare. La disponibilità di energia a basso costo, quindi, da una parte ci permette di vivere bene, ma dall’altra ci porta a danneggiare l’ambiente e ci espone al rischio di tracollo del sistema. Se la disponibilità di combustibili fossili diminuisse (come accadrà prima o poi), saremmo costretti a prendere provvedimenti? Già alla fine del secolo scorso in effetti si prevedeva che l’approvvigionamento di petrolio sarebbe diventato più difficile, o quantomeno più costoso; in effetti probabilmente è vero, l’approvvigionamento di petrolio e di energia in generale sta diventando più difficile, come abbiamo visto quando abbiamo parlato di EROI. Ma per ora ci comportiamo come se questo non stesse avvenendo.

È veramente necessario che qualcuno faccia un passo indietro nella corsa al benessere? E chi deve essere questo qualcuno? La risposta a queste domande probabilmente spetta alla politica, ma per ora è tardiva, lenta e inefficace. Passa piuttosto il messaggio di chi sostiene che la tecnologia ci salverà, che basterà cambiare i sistemi di produzione di energia per poter continuare come prima. Del resto se qualcuno dei politici parlasse chiaro alla gente su questo tema, verrebbe subito emarginato e non rieletto. Le persone che vivono bene si abituano molto in fretta, e credono che tutti i loro privilegi siano dovuti e inalienabili. Dobbiamo quindi rassegnarci ad aspettare qualche tipo di crisi?

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