Il paradosso del cibo e della sua produzione

Pubblicato il 5 Febbraio 2024 in , da Giovanna Gabetta
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La disponibilità di cibo a costi contenuti è uno dei fattori che ha consentito l’aumento dell’aspettativa di vita e la diminuzione della mortalità infantile. Nel contempo, però, è aumentato il numero di persone obese o sovrappeso

Nel 1865, l’economista inglese William Stanley Jevons notò che più le macchine a vapore diventavano efficienti (e quindi consumavano meno carbone), più il consumo di combustibile aumentava, invece di calare, perché l’aumento di efficienza ne rendeva conveniente l’uso in sempre nuove applicazioni. Il paradosso di Jevons, che era stato formulato riferendosi al carbone, sostiene che se si aumenta l’efficienza nell’utilizzo di una risorsa, si provocherà un maggiore uso di quella risorsa anziché un risparmio. Si è visto che questo paradosso non si applica soltanto alle fonti energetiche, ma anche ad altre risorse. Ad esempio, nel caso delle automobili, la maggiore efficienza dei motori ha provocato un aumento delle dimensioni e della potenza delle auto, e non ha aiutato a diminuire i consumi di carburante.

In particolare, vediamo come il paradosso di Jevons può aiutarci a capire alcuni aspetti del consumo di cibo. La disponibilità di cibo a basso prezzo è uno dei fattori che in tutto il mondo hanno causato l’aumento dell’aspettativa di vita e la diminuzione della mortalità infantile: cioè in ultima analisi hanno sostenuto l’aumento esponenziale della popolazione. Ma insieme, in una sorta di circolo vizioso, sono aumentati il consumo di cibo e il numero di persone obese o sovrappeso.

Proprio questo aumento di consumi sembra concordare con il paradosso di Jevons: l’aumento della produzione ha abbassato i costi, e la riduzione dei costi ha stimolato l’aumento dei consumi. Possiamo osservare anche che quando eravamo bambini in Italia la spesa per il cibo era una voce importante del bilancio familiare, mentre oggi è spesso quasi irrilevante. Oggi il cibo resta costoso  nei paesi più poveri, ma a livello mondiale negli ultimi 100 anni la percentuale di persone che soffrono la fame è diminuita molto.

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Cibo e fame, l’andamento nel mondo

Ultimamente, però, la tendenza sta cambiando; possiamo fare riferimento a un’altra immagine (qui di seguito), tratta dal sito “Our World in Data”, che comprende dati dal 2000 al 2020 per diversi Paesi. Sono stati selezionati alcuni Paesi significativi per capire meglio. Si vede che negli ultimi anni la percentuale di persone che soffrono la fame sta risalendo, probabilmente a causa dell’aumento dei prezzi e dei problemi economici. La percentuale di affamati nei Paesi ricchi, come l’Italia e gli Stati Uniti, invece non è cambiata; viene indicata convenzionalmente pari al 2,5%, anche se in realtà la percentuale è molto inferiore.

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Anche in Italia c’è chi si preoccupa del cibo, e della produzione di cibo. Giovedì 31 Dicembre 2023, Carlo Petrini (il fondatore di Slow Food) ha scritto un articolo su “La Stampa”, intitolato “Omologato, globale, tecnologico – il cibo si sta mangiando la Terra”. Cosa spiega Petrini, in poche parole? Dice che le emissioni collegate al sistema alimentare sono il 37% del totale, e contribuiscono in modo significativo all’aumento  della temperatura. Petrini dice anche che il cibo oggi è omologato, globale e poco naturale. In particolare inquina l’ambiente, danneggia i contadini dei Paesi poveri, perché li costringe a lavorare mantenendo molto bassi e loro guadagni. E anche fa ammalare noi cittadini dei Paesi più ricchi. Concludendo, Petrini invita a comportamenti alimentari consapevoli che ci permetteranno di orientare “dal basso” i mercati e il comportamento delle istituzioni. Dice l’ultima frase dell’articolo: “Le fondamenta per una società viva e prospera non sono l’economia, il denaro e il commercio; ma persone attive e cariche di speranza in un futuro migliore”.

Sono affermazioni non sempre supportate dai dati, soprattutto se consideriamo il mondo intero e non soltanto i Paesi del Primo Mondo. Ci si trova in una sorta di vicolo cieco: la produzione di cibo a basso prezzo e in grandi quantità aiuta la crescita della popolazione e l’aumento del benessere; ma è dovuta alla disponibilità di energia a basso prezzo, e quindi aumenta l’inquinamento e altri problemi.

I costi del cibo e della sua produzione

Si parla più in generale di inquinamento che di cambiamento climatico, perché l’aumento delle temperature, per quanto sia una emergenza importante, viene affrontato in modo sbagliato. Non si può pensare di combattere il cambiamento climatico cambiando le fonti di energia. Occorre soprattutto diminuire i consumi, e questo deve avvenire prima nei Paesi più ricchi.

D’altro canto, se il costo del cibo aumenta, i contadini poveri che lo producono potrebbero avere forse un vantaggio, ma i consumatori dei Paesi poveri avranno sicuramente grossi problemi, come sta già cominciando a succedere. Sarebbe bello ed è importante evitare di sprecare cibo, ma resta difficile distribuirlo in modo equo. Se si riuscisse a evitare di trasportarlo da una parte all’altra del pianeta, le emissioni potrebbero cominciare a diminuire; ma i costi della produzione nei Paesi ricchi sono più alti. Nella trasmissione “Tutta la città ne parla” di Radio 3 Rai, il 15 gennaio scorso, un rappresentante Coldiretti ha affermato che dall’Italia trasportiamo per nave prodotti ortofrutticoli (in particolare si parlava di mele) in India e in Arabia Saudita. La cosa è interessante anche perché capita spesso, andando al mercato ad esempio a Milano, di trovare sulle bancarelle frutta che proviene dall’Argentina o dal Sudafrica. E a prezzi inferiori a quelli della frutta italiana. Il comportamento dei singoli, per quanto importante, non può avere una grossa influenza sul sistema, che è sostanzialmente regolato dall’economia.

Per capire l’influenza del regime alimentare sulla nostra salute, fa notare il prof. Vaclav Smil in uno dei suoi libri (“Come funziona davvero il mondo. Energia, cibo, ambiente, materie prime: le risposte della scienza”, Einaudi, 2023),  “Basta osservare quali popolazioni vivono più a lungo delle altre e quali sono le loro abitudini alimentari”. E cosa conclude Smil? “Se dovessimo far dipendere la longevità esclusivamente dalle abitudini alimentari prevalenti – che, per quanto possano contare, sono soltanto un elemento all’interno di un sistema piú complesso, che include i geni ereditari, l’ambiente circostante e lo stile di vita – allora il Giappone avrebbe un leggero vantaggio, ma risultati soltanto leggermente inferiori possono essere ottenuti mangiando quello che si mangia a Valencia”, dove il consumo di carne è aumentato molto negli ultimi anni.

Non bisogna illudersi che si può “salvare il mondo” facendo più attenzione a quello si mangia. Sono comportamenti doverosi, ma non bastano. Occorre un grosso cambiamento sui consumi di energia, sulla politica, sulla economia. In matematica si usa il termine: condizione necessaria, ma non sufficiente. Cerchiamo di tenerlo presente.

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