Storia del cinema italiano a Milano/5: La critica si rinnova

Pubblicato il 3 Novembre 2015 in

Dopo la liberazione della città il 25 aprile 1945 i partigiani occupano gli spazi lasciati liberi dai nazifascisti. I partiti politici nati dalla Resistenza s’insediano in diversi stabili cittadini che diventano le sedi della neonata democrazia italiana dopo il buio del ventennio. In una zona popolare vicino ai Bastioni di Porta Garibaldi (oggi piazza 25 aprile), la Federazione del Partito Comunista Italiano s’insedia presso l’ex casa del Fascio del gruppo rionale “D’Annunzio” in un edificio costruito nel 1938 dall’architetto Renzo Gerla e assegnato alla Giovane Italia per le attività della Compagnia Teatrale Eleonora Duse. La struttura è dotata anche di una sala cinematografica, l’Anteo, la cui entrata si trova nell’adiacente Via Milazzo.

Il cinema, di circa seicento posti, è utilizzato per riunioni e congressi di partito, ma anche per proiezioni e anteprime cinematografiche, soprattutto la domenica mattina. Una vecchia fotografia scattata all’interno del locale e pubblicata dal settimanale della federazione milanese Voce Comunista del 26 ottobre 1946, mostra il tavolo della presidenza e gli interventi dei vari relatori per l’elezione del nuovo Comitato direttivo durante il Congresso provinciale, di cui faranno parte tra gli altri, Giovanni Pesce e Giancarlo Pajetta.

Una ventata d’aria nuova

«Fu in quella circostanza – ricorderà Ugo Casiraghi, studioso, giornalista e critico cinematografico per trent’anni della rubrica dell’Unità – che io, Glauco Viazzi e Vittorio Korach, poi vice sindaco di Milano dal 1975 al 1980, cercammo di portare con il nostro intervento collettivo, dedicato alla cultura generale e al cinema in particolare, una ventata d’aria nuova. A nostro parere gli articoli culturali e le recensioni di libri, di teatro, di film, ecc. sulle pagine dell’Unità avevano ancora un’impostazione crociana in un momento politico importante nel quale anche il cinema doveva essere riletto in chiave marxista-leninista. Inoltre proponemmo un’iniziativa a quei tempi fortemente innovativa: un censimento di tutti locali a Milano e in Lombardia disponibili a presentare opere neorealiste, di forte impatto sociale e anche film stranieri di indubbio valore artistico. Il nostro intervento piacque a Togliatti che era presente al Congresso provinciale».

Ugo Casiraghi, nato a Milano il 25 febbraio 1921, frequenta ancora giovanissimo le proiezioni presso un’ex macelleria vicino a via Carlo Farini o a Palazzo Litta, in corso Magenta, organizzate da Mario Ferrari, pioniere della conservazione delle pellicole scomparso prematuramente nel 1938, che con Alberto Lattuada e Luigi Comencini contribuirà alla nascita della Cineteca Italiana di Milano.

Nel 1940 già scrive per le riviste Cinema e Bianco e Nero. Autore di un saggio preziosissimo intitolato Funzione della critica uscito su Pattuglia (gennaio-febbraio 1943) è richiamato alle armi con l’entrata in guerra dell’Italia. Internato per due anni in vari campi di prigionia tedeschi (Deblin-Irena, Lathen-Oberlangen), è infine mandato a lavorare in una fabbrica a Bielefeld, città della Westfalia che, per stare al cinema, aveva dato i natali al grande regista Murnau.

Al suo ritorno nella Milano distrutta dai bombardamenti il 2 agosto 1945, l’amico e ”collega” Glauco Viazzi con cui ha mantenuto durante la prigionia una salutare corrispondenza cinematografica, gli farà trovare una gradita sorpresa: la pubblicazione per la casa editrice Poligono, di Umanità di Stroheim ed altri saggi, una serie di testi apparsi durante la sua lontananza sulle riviste Cinema e Bianco e Nero.

Il sacro fuoco della cinematografia
Nel 1946 Casiraghi si laurea in lettere e filosofia all’Università Statale con una tesi (una delle primissime in Italia) su Realismo nell’arte cinematografica. Tra la fine del 1945 e l’inizio del ’46 il giovane intellettuale iscrittosi al Pci, è redattore e capo-redattore del settimanale Cinetempo e collaboratore di La Lettura, settimanale del Corriere della Sera diretto da Filippo Sacchi, suo antico maestro. Proprio Sacchi lo invierà con Glauco Viazzi nel settembre 1946 per la prima volta alla Mostra del Cinema di Venezia.

Casiraghi su Ferrania, un mensile d’arte fotografica, nel gennaio 1947 polemizza con un giornalista del Corriere d’Informazione “innamorato” più di Rita Hayworth che di Pabst e che chiama «vestali del cinema» i cinefili, quegli individui «scottati dal sacro fuoco della cinematografia». Per merito suo nel frattempo il cinema Anteo diviene la sede nella quale promuovere proiezioni culturali, retrospettive ed anteprime di film francesi, tedeschi e dell’Est europeo totalmente sconosciuti al nostro pubblico. Tra gli altri: Un chien andalou di Luis Buñuel, Nanà di Jean Renoir, Sinfonia pastorale di Jean Delannoy, L’angelo azzurro di Josef von Sternberg, Il Circo di Grigorij Vasilevic e Ciapaiev di Sergej e Georgj Vasil’ev,

Una domenica mattina organizza la proiezione di Alexander Nevskij di Ejzenstein che, chissà perché, è ritenuta un’opera sovversiva, tanto da rendere necessario l’intervento della polizia. Il film allora viene sostituito da una copia clandestina di Mičurin (1948) di Dovzenko portata direttamente da Trieste, città a quel tempo zona franca, da Callisto Cosulich che fa un brillante intervento critico molto apprezzato dal pubblico.

Una bandiera a sinistra

05 Il set di PaisÖNel ‘47 esplode il caso Paisà di Roberto Rossellini, un film che pur non essendo schierato politicamente, diviene una bandiera per la sinistra. A Milano alcune sezioni del Pci chiedono alla Federazione di aver a disposizione un critico cinematografico per spiegare la validità morale e politica della pellicola. Ugo Casiraghi, Glauco Viazzi e Virgilio Tosi, responsabile dell’Ufficio cinematografico del Pci milanese, hanno il compito di sprovincializzare e modernizzare la cultura italiana contrapponendosi a «un’offensiva ideologica capitalistica e borghese» e a una massiccia e capillare campagna organizzata dall’Azione Cattolica attraverso le numerose sale parrocchiali in grado di assicurare un’egemonia culturale nella società e un condizionamento morale nei confronti dei film in circolazione. L’iniziativa del Pci di Milano spinge i dirigenti locali del partito alla creazione di circoli del cinema in grado di formare una conoscenza filmica alternativa.

Su Voce Comunista del 25 novembre 1948 l’attivissimo Casiraghi pubblica un articolo intitolato Scuola Federale di cultura cinematografica. «La Federazione – scrive – ha deciso di organizzare un primo corso di cultura cinematografica che abbia le caratteristiche di una vera e propria scuola di partito promuovendo i giovani alla conoscenza del cinema e dei suoi problemi alla luce del marxismo-leninismo. Di compagni e compagne qualificati e preparati – conclude il critico – ha urgente bisogno l’Ufficio cinematografico della Federazione per poter realizzare nel campo del cinema la linea del partito, per lottare cioè contro l’ideologia imperialista e reazionaria e difendere al contempo i film democratici, i film della pace, i veri film».

L3_59_09_08Dal primo corso, che si svolge presso il cinema Anteo e nella vicina federazione ai Bastioni di Porta Garibaldi, usciranno una quindicina di attivisti cinematografici con l’incarico di presentare i documentari realizzati dal partito nelle fabbriche e nelle sezioni e film di interesse sociologico. La guerra fredda è ormai un’aspra battaglia tra due schieramenti ideologici contrapposti che si combatte anche in campo culturale. In un’epoca in cui tra tutte le arti il cinema è in prima fila.

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