Storia del cinema italiano a Milano/6: Gli Studi Icet e altri teatri di posa

Pubblicato il 10 Novembre 2015 in

Con la riapertura di Cinecittà, nel 1948, Roma riprende a livello nazionale il suo tradizionale ruolo produttivo, anche grazie all’arrivo di capitali americani, frenando così i sogni di quanti vedevano nel capoluogo lombardo il luogo dove poter creare un nuovo modo di fare cinema. Con la mancanza di un sistema distributivo, anche dopo le esperienze dell’immediato dopoguerra come Il sole sorge ancora, Milano non sembra avviata verso un futuro cinematografico significativo.

Platee, rivista di teatro, musica e cinema, pubblica il 15 novembre 1945 un articolo, a firma di Ferdinando Mossina, intitolato Il “punto” della cinematografia milanese nel quale si analizza la situazione dell’industria filmica locale, priva di «un vero e proprio mercato di attori, di tecnici, come esisteva un tempo un mercato di cantanti lirici in Galleria Vittorio Emanuele a Milano». Platee annuncia però con soddisfazione l’imminente nascita, per i primi del 1946, di uno stabilimento di sviluppo, stampa e doppiaggio, ma lamenta nello stesso tempo la carente condizione dei due soli teatri di posa che «sono in realtà degli adattamenti non corrispondenti alla tradizione industriale di Milano; i mezzi di produzione, sebbene sufficienti, non sono completi; comunque vi si possono girare films di non grande impegno con una conveniente assistenza tecnica».

06 la_notteUn set con Stroheim alla Barona

Nel 1945 entrano in funzione gli stabilimenti Icet al quartiere Barona, in via Pestalozzi 18. Sono 7mila mq che hanno sostituito quelli dell’Ata alla Triennale, ma sfortunatamente i due teatri di posa sono distrutti da un incendio ancora prima di iniziare l’attività (subito però ricostruiti da Ferruccio Caramelli, il titolare e proprietario dell’Artisti Associati). Qui sui Navigli entrano in lavorazione diverse produzioni come Notte di nebbia di Gianni Vernuccio, ancora con Vittorio Duse, produzione Artea Film, un film curioso ambientato in gran parte in un circo; Vanità, diretto da Giorgio Pastina e tratto dalla Gibigianna di Carlo Bertolazzi, con Dina Galli, Ruggero Ruggeri, Nino Besozzi e l’esordiente Walter Chiari; Ruy Blas, diretto da Pierre Billon su adattamento di Jean Cocteau, interpretato da Jean Marais e Danielle Darrieux. Nel novembre dello stesso anno partono le riprese di Danza della morte di Marcel Cravenne che ha adattato un testo di Strindberg, protagonista femminile Denise Vernac, all’epoca compagna del mostro sacro Erich von Stroheim nelle vesti per lui non inconsuete, dopo l’emarginazione da Hollywood, di un vecchio ufficiale con mantello nero. Ugo Casiraghi, inviato sul set per un’intervista, molti anni più tardi ricorderà questo emozionante momento: «Quando entrammo con Luigi Comencini, ancora critico cinematografico, ci tremavano le gambe, tanto più che l’attore aveva appena licenziato e piuttosto energicamente un giornalista che si era permesso di interpellarlo in tedesco. “Non è più la mia lingua”, urlava in un inglese che tradiva fortemente le origini. Poi con studiata lentezza e per calmarsi, si scostò il mantello: tutti credettero che ne traesse una pistola. Invece cavò un fazzoletto e si soffiò rumorosamente e teatralmente il naso. Infine vide, su un libro che gli veniva mostrato (a quel tempo i libri di cinema erano una rarità), le immagini di suoi vecchi film e s’intenerì di colpo. “Venite qua tutti”, disse in un francese meno aspro. “Guardate e imparate”. E parlando di sé in terza persona: “Allora sì che Stroheim era grande. Adesso, non è che una merda”».

Corti & Cartoni

Negli studi Icet, dove sopra una parete sono scritti tutti i nomi degli artisti che vi lavorano o vi hanno lavorato, si vive una breve ma intensa stagione cinematografica: dai documentari neorealisti, Bambini in città di Luigi Comencini e Barboni di Dino Risi, entrambi girati nel 1946, caratterizzati da uno stile asciutto, ma inclini alla moralità e ai buoni sentimenti; al cinema d’animazione sviluppatosi grazie ad una scuola milanese di disegnatori di alto livello capace di produrre opere del calibro di I fratelli Dinamite (1949) di Nino Pagot e La rosa di Bagdad di Anton Gino Domeneghini. Sono pellicole che rappresentano l’avanguardia della pubblicità televisiva e in particolare del mitico Carosello, che rivoluzionerà il mercato andando in onda per la prima volta il 3 febbraio 1957. Nel 1955 gli stabilimenti Icet, ormai sull’orlo del fallimento, sono rilevati dalla famiglia Corti (nel 1961 diventerà Icet – De Paolis) e in particolare dal giovane avvocato Francesco che diventerà l’anima della struttura, promotore, nel 1965, con il trasferimento degli impianti a Cologno Monzese, di Cinelandia (in seguito acquistata dal gruppo Finivest di Silvio Berlusconi nel 1983). Un grande polo cinematografico di 25mila mq, che, un po’ pomposamente voleva essere – come ricorda lo stesso Corti «Il secolo del cinema in Lombardia» in contrapposizione a Cinecittà, riunendo tutte le attività locali del settore, dalla pubblicità ai lungometraggi.

Tutti i ciac d’autore

L’insuccesso di alcuni film come Vanità (girato in due versioni, italiana e francese), pensato come il primo di una serie di pellicole legate alla cultura milanese, fa naufragare l’obiettivo ambizioso dell’Hollywood sui Navigli, anche se gli interni dell’Icet saranno utilizzati per tanti film che sono entrati di diritto nella storia del cinema, come Cronaca di un amore di Michelangelo Antonioni, Miracolo a Milano di Vittorio De Sica del 1950; Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti, La notte ancora di Antonioni del 1960 e La vita agra (1964) di Carlo Lizzani. Non mancheranno inoltre coraggiosi tentativi di produzione attuati fuori dei circuiti tradizionali, come la 22 dicembre, società fondata nel 1961 dal regista Ermanno Olmi, dal critico Tullio Kezich e da un gruppo di amici con molta passione e pochi fondi, inizialmente presente nel settore documentaristico, ma poi attiva anche nel lungometraggio (Una storia milanese, 1962, di Eriprando Visconti; I fidanzati, 1963, di Ermanno Olmi; Il terrorista di Gianfranco Bosio; La rimpatriata di Damiano Damiani e I basilischi di Lina Wertmüller del 1964); con l’intento di raccontare, con toni poetici, il passaggio dell’Italia da società contadina a paese industriale. Nonostante questi nobili sforzi il cinema in Lombardia non riuscirà mai a decollare, come sintetizza con graffiante ironia Dino Risi, nato nella metropoli meneghina e neuropsichiatra mancato prima di intraprendere il mestiere di regista: «Negli anni Cinquanta sono scappato per tentare la fortuna a Roma, la mia piccola America. Perché a Milano il cinema non c’era più: era stata una città importante, assieme a Torino, ai tempi del muto. Poi il fascismo aveva ingrandito tutto nella capitale».

 

 

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