Storia del cinema italiano a Milano/14: La rivolta di una generazione. Marco Bellocchio e “I pugni in tasca” (1965)

Pubblicato il 24 Febbraio 2016 in

È il 1965 quando l’opera prima del giovane piacentino Marco Bellocchio I pugni in tasca, rifiutato dalla Mostra di Venezia, ma passato in vari festival internazionali, suscita un interesse clamoroso. Il critico del «Guardian» afferma senza mezzi termini che la pellicola è il più sensazionale debutto nel cinema italiano dal 1942, l’anno di Ossessione di Visconti.

Bianco e nero, prodotto da una cooperativa indipendente, il film esce a Milano grazie al circuito d’essai Ritz – Arti programmato dal Gruppo critici cinematografici lombardi senza avere un grande successo. Il nostro cinema in quel periodo sembra vivere un momento di stanca: Giulietta degli spiriti di Fellini, Vaghe stelle dell’Orsa di Visconti, Il momento della verità di Rosi non entusiasmano la critica e tanto meno il pubblico.

Bellocchio, ventisei anni, studi al Centro Sperimentale di Roma e a Londra, arriva come una meteora nel panorama cinematografico non proprio esaltante del momento raccontando crudamente la decadenza di una famiglia borghese che vive in una villa sull’Appennino piacentino: la madre non vedente che il protagonista Alessandro detto Ale scaraventa da una scarpata; il fratello ritardato Leone annegato da lui in bagno; la sorella Giulia affetta da nevrosi paralizzante innamorata del fratello maggiore Augusto, che cade dalle scale dopo aver saputo la verità sulle morti misteriose dei suoi familiari…

Augusto allora vorrebbe andarsene per la sua strada, ma Ale con tono ricattatorio gli confida i suoi misfatti messi in atto per liberarsi del peso della famiglia. Poi colpito da un violento attacco epilettico non è soccorso da Giulia che decide di lasciarlo morire.

Durissimo dramma sulla fine della famiglia borghese i cui valori morali sono ormai superati dalla storia, I pugni in tasca è considerato insieme con Prima della rivoluzione di Bernardo Bertolucci una profetica anticipazione di quella rivolta che tre anni dopo avrebbe coinvolto tanti altri giovani. Il cinema irrequieto del cineasta Belloccio è la rappresentazione di una rivolta vissuta ancora nella solitudine verso una condizione esistenziale insopportabile.

I pugni in tasca sono la metafora dell’incapacità di esprimere la rabbia di una generazione soffocata e frustrata che di lì a poco avrebbe trovato gli strumenti collettivi per esplodere. Lou Castel, il protagonista, entrerà nella leggenda del cinema e la sua carriera cinematografica ne sarà per sempre segnata. Ottima anche Paola Pitagora nel ruolo della nevrotica sorella Giulia.

La critica dell’epoca, pur esaltando il regista, si augura (Tullio Kezich) di non trovarsi di fronte a una meteora destinata a spegnersi presto come è capitato ad altri cineasti incapaci dopo l’opera prima di rinnovarsi. Non sarà così per Marco Bellocchio, uno dei nostri autori più amati ancora oggi in Italia e all’estero.

 

 

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