I fratelli Mikhalkov- Konchalovsky, maestri di cinema tra Russia e America

Pubblicato il 18 Gennaio 2023 in da Pierfranco Bianchetti
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I fratelli Mikhalkov-Konchalovsky, cineasti di alto livello, hanno saputo districarsi per anni nella non facile situazione politica del loro Paese

“Di coppie di fratelli abbonda la storia del cinema. Pensiamo ai Taviani, ai Dardenne, ai Coen o ai giovani gemelli D’Innocenzo. E, in un’epoca più lontana, ai Lumiére o ai fratelli Mark e Emil ed Eugen Skladnowsky. Tutti felici di lavorare in coppia e di spartirsi il nome della famiglia. In linea di massima c’è uno che prevale ma poco importa”.

Così scrive Irene Bignardi (Il venerdì- La Repubblica 9 ottobre 2020) nel presentare i fratelli Andrej Konchalovshy e Nikita Mikhalkov, due registi russi che hanno saputo imporsi nel panorama cinematografico internazionale: il primo (senza essere mai stato un vero dissidente) trovando la sua strada nel difficile mondo hollywoodiano e il secondo in patria nella Russia che ha subito negli anni grandi trasformazioni sociali e politiche. Andrej Konchalovsky (soprannominato comunemente Andron), nato nel 1937 a Mosca da una illustre dinastia di artisti russi che vanta pittori (il bisnonno Vasilij Surikov e il nonno materno Petr Končialovskij), scrittori (la madre Natalija Končalovskaja e il padre Sergej, autore dell’inno sovietico) e cineasti (il fratello Nikita Sergeevic Mikhalkov), studia pianoforte al Conservatorio Cajkovskij, ma è attratto dal cinema. Si iscrive al VGIK, l’Istituto Statale di Cinema dell’Urss, segue i corsi di Michail Romm e si diploma nel ’65, pur essendo già attivo come sceneggiatore, attore e regista dal ’60. Importante è la sua collaborazione con Andrej Tarkovskij con cui condivide anche i sogni, le aspirazioni e le difficoltà del grande cineasta poco amato dal regime sovietico. Sarà aiuto regista per il celebre L’infanzia di Ivan e sceneggiatore di Andrej Rubliov, il capolavoro di Tarkovskij.

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“A 30 secondi dalla fine”

Andrej Konchalovsky

Nel ’65 dirige il lungometraggio Il primo maestro tratto dal romanzo dello scrittore Cingiz Ajtmatov e l’anno successivo tocca a Asja la zoppa, storia di una contadina che ama due uomini rimanendo incinta. Il film anticonvenzionale e fuori dagli schemi, non viene distribuito. Andrej allora decide di ripiegare su un cinema ispirato alla letteratura russa. Realizza così utilizzando come attore il fratello minore Nikita, Nido dei nobili, 1969; Zio Vanja, 1970 e lo straordinario Siberiade, 1979, storia di due famiglie all’epoca della Rivoluzione, ultima pellicola girata in patria e presentata a Cannes dove riscuote successo. Negli anni Ottanta Konchalovsky parte per la Francia avvantaggiato dal fatto di parlare correntemente il francese (la sua bisnonna era francese e come quasi tutti gli aristocratici russi aveva un debole per quel paese). Senza essere un dissidente il regista inizia una nuova carriera all’estero, ma a Parigi nessuno di fida di lui (pensano sia un agente del Kgb). Accetta allora un invito dell’attore americano Jon Voight e parte per gli Stati Uniti dove però vive per tre anni da disoccupato, finchè riesce finalmente a dirigere un cortometraggio intitolato Split Cherry Tree. Inizia così il suo cammino cinematografico a Hollywood. Nel ’84 gira il film Maria’s Lovers, interpretato da Nastassia Kinski, storia di una ragazza di provincia della Pennsylvania di origine jugoslava alla fine della seconda guerra mondiale che ritrova Ivan, il suo fidanzato reduce da un campo di prigionia giapponese. Ma il loro amore sarà condizionato dagli incubi vissuti dal giovane durante il periodo bellico.

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“Il barbiere di Siviglia”

Il regista prosegue la sua carriera americana con film commerciali, ma di successo come A 30 secondi dalla fine, 1985; Duet for One, 1986; I diffidenti, 1987; Homer & Eddie, 1989 e Tango & Cash, 1989 con Sylvester Stallone e Kurt Russell. Nel giugno 1986 Andrej si prende una pausa lontano dal set cinematografico e mette in scena al teatro Alla Scala di Milano il ciaikoskiano Eugenio Oneghin e poi nel 1990 approfittando del nuovo clima politico e sociale realizzato dal presidente dell’Urss Michail Gorbaciov, rientra in patria imponendo una ulteriore svolta alla sua carriera di cineasta. Gira nel 1991 Il proiezionista, che potenzialmente sembrava destinato ad un grande successo, ma che invece si rivelerà un vero e proprio flop. Con amarezza il regista constata come questo suo film confermi l’amore immutato del suo paese per il dittatore Stalin. Però il suo rientro in Russia non sarà facile. Vivere dopo molti anni una realtà sociale diversa non è semplice per questo artista da molti accusato di aver tradito il suo Paese, di aver scelto con il cinema americano l’agiatezza e il benessere economico che Hollywood li ha regalato. Nel 1994 gira Asja e la gallina dalle uova d’oro, presentato al festival di Cannes e nel ’98 si aggiudica il Primetime Emmy Award per la regia della miniserie statunitense L’Odissea. Nel 2014 la Mostra del Cinema di Venezia gli assegna il Leone d’Argento per la miglior regia per il film Le notti bianche del postino, un premio che vincerà ancora due anni dopo per Paradise, ex aequo con Amat Escalante per La region salvaje. Il suo ultimo lavoro, il costosissimo Lo schiaccianoci, girato in 3D nel 2010, è un tentativo di fare del cinema lontano dalla madre Russia e dall’America, sua patria d’adozione che non incontra i favori del pubblico.

Nikita Sergeevic Mikhalkov

mikhalkov-konchalovskyNikita Sergeevic Mikhalkov, nato a Mosca nel 1945, è l’ultimo rampollo di una illustre dinastia di artisti russi. Dopo una brillante, quanto breve carriera d’ attore, Nikita si diploma in regia nel 1972, specializzandosi nella trasposizione cinematografica della grande letteratura russa.  Nel 1975 si pone all’attenzione del grande pubblico e della critica internazionale con Schiava d’ amore, film ambientato durante la rivoluzione bolscevica in Crimea, in un avamposto dell’Armata Bianca, luogo nel quale una troupe cinematografica  sta provando a terminare le riprese di una pellicola  interpretata da Olga, una diva del momento. La pellicola scrive il critico Tullio Kezich rappresenta “la fabbrica dei sogni rivisitata all’epoca del muto e riproposta come metafora dell’intera esistenza umana”. L’anno successivo firma Partitura incompiuta per pianola meccanica, tratto da un testo giovanile di Ĉechov liberamente rielaborato e uscito in Italia con nove anni di ritardo, ma con grande successo, seguito nel 1979 da Alcuni giorni della vita di I.I. Oblomov, ispirato al classico romanzo ottocentesco di Gonciarov, storia di un proprietario terriero che vive nell’ ozio, nella solitudine e nell’ apatia.

Accusato in patria di voler sfuggire il confronto con l’attualità, il regista dà prova di grande talento girando nel 1983 il coraggioso Rodnja (osteggiato dall’ intervento burocratico), un’inquietante commedia ambientata in una nuova città sovietica, una metropoli con le sue contraddizioni, messe a fuoco dall’ occhio impietoso, ma ingenuo di una madre contadina, legata alla vita primitiva e alla terra, in visita alla figlia. Molto soddisfatto del risultato Mikhalkov dichiara alla presentazione del lungometraggio: ”Mi rimproveravano di far sempre film sul passato e quindi ho voluto dimostrare di potermi occupare anche del presente”. Nel 1979 tocca a Cinque serate sceneggiato dal commediografo Vjaceslav Volodin, film che affronta con una lucida analisi una tragedia familiare raccontata durante i tetri anni Cinquanta. Il film è girato con il solito squisito gusto tutto čechoviano, alieno da qualsiasi visione moralistica: “Mi sento molto vicino a Ĉechov- confesserà il cineasta- perchè non da risposta alle domande che pone..”. Nel 1982 arriva sugli schermi italiani sull’ onda della notorietà riscossa in Italia dal giovane cineasta sovietico, Amico tra i nemici, nemico tra gli amici del 1974; pellicola incentrata sulla lotta negli anni Venti di un distaccamento dell’Esercito Rosso contro le truppe mercenarie al soldo dei reazionari Bianchi.

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“Oci ciornie”

”Un western nel Paese dei Soviet-scrive il critico Sauro Borelli, autore di un catalogo della serie Il Castoro sull’autore- O, meglio, un eastern, visto che il racconto storico è dislocato  a oriente. E per di più, ambientato storicamente nello scorcio più drammatico del travagliato consolidamento del potere rivoluzionario. È questo l’aspetto assolutamente originale del lungometraggio d’esordio di Nikita Mikhalkov. Il film, realizzato fin dal ’74, giunge soltanto ora sugli schermi italiani sull’onda della notorietà (ampiamente meritata) di recente nel nostro Paese dal giovane cineasta sovietico”. La carriera di Nikita prosegue con Oci ciornie del 1987, ispirato ai racconti La signora del cagnolino e Anna al collo di Anton Ĉechov, con Marcello Mastroianni e Silvana Mangano, storia di Romano, un cameriere di una certa età che lavora su una nave da crociera e ripercorre con amarezza le delusioni della sua vita insieme ad un avventore russo in viaggio di nozze. Nel 1991 tocca a Urga – Territorio d’ amore, Leone d’ oro alla Mostra di Venezia, protagonista un rude allevatore della steppa della Mongolia cinese negli anni Settanta costretto a vivere con la sua famiglia non diversamente da quanto facevano i suoi antenati.

Tre anni dopo il regista gira Sole ingannatore che si svolge nell’estate del 1936. Un colonnello dell’Armata Rossa vive nella sua dacia con la moglie e la figlia, ma inaspettatamente riceve la visita inaspettata di Dimitri, agente in incognito della polizia politica di Stalin che porta lo scompiglio nella sua esistenza. Mikhalkov firma nel 1998 Il barbiere di Siberia, la confessione di un’anziana donna al figlio, un cadetto di un’accademia militare, riguardo alla sua vita nella Russia del 1885. Nel 2007 è la volta di 12, film tratto liberamente dal dramma La parola ai giurati e nel 2010 gira Il sole ingannatore 2, seguito nel 2014 da Sunstroke. I fratelli Mikhalkov-Konchalovsky, figli illustri di una famiglia dalle solide tradizioni intellettuali, cineasti di alto livello, hanno saputo districarsi per anni nella non facile situazione politica del loro Paese, dalla guerra fredda all’era della distensione gorbacioviana e  fino ai giorni nostri.

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“Schiava d’amore”