Frammenti di verità, nascosti tra dimenticanze e sbadataggini quotidiane

Pubblicato il 2 Marzo 2020 in , , da Giorgio Landoni

 

Introduzione audio dello psicanalista Giorgio Landoni, autore dell’articolo

Tutti noi, prima o poi, abbiamo avuto a che fare,  senza darvi troppo peso, con qualcosa che spesso registriamo sotto la voce distrazione, errore, dimenticanza.

Conosciamo tutti certi errori di linguaggio chiamati in genere lapsus, certe azioni maldestre che comportano conseguenze goffe, impreviste, a volte spiacevoli, certe dimenticanze di qualche atto che si sarebbe dovuto compiere, impegni disattesi, appuntamenti scordati in modo del tutto involontario. Situazioni comuni, eventi di ogni giorno, in genere di poca portata e quindi per questo facilmente trascurati anche perché pare che nessuna intenzione le sostenga.

Quando si verificano circostanze di questo genere, esse ci colpiscono proprio perché non sembrano avere alcuno scopo, alcun fine, perché eseguendole, oppure dimenticandoci di esse come nel caso degli atti mancati, non ci si ripromette nulla di particolare. Insomma sembra che esse accadano proprio “per caso”, a volte tanto per fare qualcosa e queste giustificazioni sembrano chiudere ogni discorso e così risolvere ogni problema.

Chi non é abituato a pensarci non ci fa troppo caso e tenderà a spiegare l’errore, la dimenticanza, l’azione incongrua o mancata in varie maniere più o meno convincenti e  plausibili, tanto più che tre elementi costanti, i quali stanno alla base di fatti come questi, favoriscono un atteggiamento di questo tipo.

In primo luogo si tratta, come detto, di cose abbastanza normali, comuni, secondariamente si tratta sempre di fenomeni momentanei, cronologicamente limitati e infine, quando ce ne accorgiamo, tendiamo a spiegare il tutto come frutto di un errore o di una disattenzione.

A essi dedicò invece un’attenzione molto profonda Sigmund Freud, l’inventore della psicoanalisi, con uno scritto del 1901, “Psicopatologia della vita quotidiana”, che é probabilmente la sua opera più letta e conosciuta perché alla portata di chiunque.

Essa non fornisce alcuna classificazione sistematica delle situazioni citate, ma le tratta nell’ambito di certe disfunzioni psicologiche circoscritte delle quali, appunto, tutti abbiamo avuto esperienza nella nostra vita.

Naturalmente ognuno é libero di spiegarsi le cose, se lo vuole, escludendo ogni probabilità psicologica e ricorrendo al caso, ma per Freud, e per la psicoanalisi con lui e dopo di lui, se si vanno a esaminare molte delle situazioni ricordate, anche se esse a prima vista potranno sembrare arbitrarie, si scoprirà invece trattarsi di fatti sostenuti da sequenze ideative complesse di cui non si ha alcuna nozione cosciente.

Detto altrimenti, esistono meccanismi psicologici che disturbano il pensiero cosciente influendo sulla parola da pronunciare, sull’atto da compiere, sulla memoria e sui suoi meccanismi di selezione.

Si può dire che il disturbo che poi si manifesta in un dato comportamento, verbale o agito, esprima una contraddizione interiore riguardante faccende private, intime, affettivamente significative sia in senso positivo sia in senso negativo. Si tratta dunque dello scontro fra due impulsi contrastanti, uno dei quali esprime la nostra volontà cosciente, mentre l’altro mostra che non siamo d’accordo con noi stessi.

Nel suo testo, Freud ci fornisce un esempio illuminante da molti punti di vista. Sappiamo che gli antichi Romani, qualora avessero inciampato sulla soglia di casa nell’uscire, avrebbero rinunciato a compiere ciò per cui stavano uscendo. Superstiziosi certamente, ma anche perspicaci, in grado di capire, in base all’accaduto, che il loro accordo con quanto progettavano di compiere non era completo.

Si afferma in questo modo un principio importante: esistono solo azioni motivate psicologicamente poiché anche ciò che sembra immotivato ha sempre una motivazione psicologica e quindi la vita psichica é ampiamente determinata.

L’importanza del determinismo psichico é notevole e questo fatto ci contraria, generando il nostro rifiuto non fosse altro perché riduce notevolmente la nostra pretesa di essere padroni in casa nostra.

Non é raro, quando accade uno dei fatti menzionati, assistere a invocazioni del tipo “avrei potuto fare così invece di così….” per smentire l’accaduto. In realtà la nostra volontà non riesce affatto a coprire tutte le nostre decisioni poiché una parte delle nostre motivazioni sfugge al controllo cosciente. Si pone, quindi, qualche problema non secondario rispetto al cosiddetto “libero arbitrio”.

Il fatto che molto spesso le azioni casuali siano intenzionali lo hanno peraltro sempre saputo gli scrittori ben prima dell’avvento della psicoanalisi. Sembrerebbe quasi che in esse ci sia un richiamo discreto, un messaggio cifrato il quale ci avverte che sta succedendo qualcosa che va oltre le apparenze: “C’é dell’altro”. Questo “altro” é ciò che in psicoanalisi freudiana viene chiamato “Inconscio”.

L’inconscio non é un luogo, una località nascosta dentro di noi, ma é un modo del funzionamento psichico che le nostre percezioni sensoriali tendono a ottundere e che si fa cogliere solo in modo episodico, per rapide aperture, sbalzi puntiformi, un errore appunto, una dimenticanza, un qui pro quo, una sbadataggine, piccole aperture che subito si richiudono.

Resta quindi sempre aperto il problema se si possa supporre un’intenzione inconscia di qualche tipo dietro situazioni in apparenza inesplicabili.

Ribadiamo: capita a tutti di sbagliare una parola o addirittura un’intera frase, di scrivere una cosa per un’altra, di perdere per strada un’impressione, un ricordo a cui si teneva molto, di incorrere in una sbadataggine, di dimenticare un nome, di cancellare completamente dalla memoria un appuntamento o un impegno.Tutte queste situazioni meritano la nostra attenzione perché esprimono qualcosa di nostro che forse non sospetteremmo mai, qualcosa che ci riguarda da molto vicino, che forse non vorremmo comunicare a nessuno, a volte neppure a noi stessi, qualcosa di cui non é mai agevole parlare.

Solo se si é abbastanza curiosi di dare loro un senso si può pensare di dedicarvi la propria attenzione, ma occuparsene ha comunque sempre un senso poiché, come sempre accade, tutto quello che ci riguarda e di cui non ci occupiamo finisce invece per occuparsi di noi e le conseguenze possono essere spiacevoli.

Se riuniamo tutte le manifestazioni di cui abbiamo detto sotto una voce che le accomuni, chiamandole per esempio “errori”, vale la pena di soffermarsi su di esse anche quando in apparenza non dicono nulla. Infatti esse mettono in chiaro che la realtà esterna quale noi la percepiamo, passando attraverso l’individualità psichica di ognuno subisce deformazioni delle quali possiamo non renderci conto a causa delle vicende emotive più varie e personali.

Per non appesantire eccessivamente questo rapido sguardo sulla vita di tutti i giorni, consideriamo tre fenomeni che tutti conoscono per sentito dire oppure perché ne sono stati protagonisti.

Parliamo dei lapsus, perturbazioni del discorso consistenti nel dire qualcosa d’altro rispetto a quello che si vorrebbe, delle dimenticanze, sia riguardanti ricordi sia azioni non compiute, i cosiddetti atti mancati, infine di quegli atti maldestri che possono produrre danni agli altri o a se stessi.

Alcuni esempi abbastanza semplici potranno meglio chiarire di cosa parliamo.

Un signore appena uscito da un esame clinico che aveva fortunatamente escluso una malattia molto grave, parla con amici e dice:“Per fortuna, adesso, sono molto meno sollevato di prima”. Avrebbe voluto dire “meno preoccupato” e invece disse proprio il contrario, intendendo evidentemente che, malgrado le apparenze, la sua situazione emotiva non aveva ancora ricavato grande vantaggio dal risultato favorevole.

Una situazione comune é quella per cui un atto mancato mette  in luce atteggiamenti interiori di vario genere, ostili, caritatevoli o anche superstiziosi.

Gli psicoanalisti conoscono un tipo particolare di atto mancato dei loro analizzanti (chiamo così le persone in analisi: né clienti di un qualche negozio, né pazienti ossia malati di qualcosa) consistente nel dimenticare di recarsi in seduta. Un atto di questo genere é sempre estremamente significativo, in grado di comunicare molte più cose di qualsiasi lungo discorso, ma si tratta solo del caso particolare di una situazione più generale: a molti può capitare di dimenticare un appuntamento. In genere basterà soffermarsi sulle circostanze per chiarirne il motivo che di solito é talmente trasparente da risultare evidente di per sé. Se per esempio l’oggetto della dimenticanza é l’appuntamento con la donna dei miei sogni, forse i miei sogni non dicono tutta la verità.

Fra gli errori, quelli riguardanti comunque la memoria sono particolarmente frequenti. Per esempio a volte possiamo credere che siano “veri” dei ricordi che non corrispondono a qualcosa di realmente accaduto. Il fatto é che noi dimentichiamo ossia selezioniamo i nostri ricordi, ma questo non accade senza motivo come dimostra questo episodio.

L’amico X mi ricordava che il tale, conosciuto da ambedue, si era suicidato anni fa, defenestrandosi dopo che la moglie lo aveva abbandonato. Io credevo, invece, di ricordare che egli si fosse sparato. X pareva sicuro del fatto suo e se io non avessi espresso il mio dubbio, egli non ne avrebbe avuto alcuno al riguardo. Invece mi telefonò il giorno dopo: “Avevi ragione tu: quel tale si sparò un colpo alla tempia. Chissà perché ricordavo diversamente.”.

Come rispondere a questo interrogativo? Non ci interessa il fatto in sé, una banale dimenticanza, ma il meccanismo che lo sostiene e che aveva stimolato la curiosità di X. Il senso dell’accaduto ci apparve presto evidente. Quel giorno avevamo appena ascoltato un altro amico comune il quale ci raccontava del figlio che, lasciato dalla moglie e soffrendone terribilmente, aveva pensato di togliersi la vita con la pistola che deteneva. Con una delicatezza superiore alla mia, il mio amico X aveva cercato di evitare un collegamento scabroso trasformando il suicidio tramite l’arma in un’autodefenestrazione, ma, e qui sta la cosa interessante, “senza rendersene minimamente conto”. La sua attività mentale, turbata dall’influsso costituito dalla comunicazione del terzo riguardo al figlio, aveva prodotto un falso ricordo. X aveva dunque commesso un errore, ma a fin di bene.

Certi atti maldestri capaci di produrre danni sono molto più frequenti di quanto non si creda. La loro involontarietà non ne riduce affatto la gravità, anzi! Infatti, se ci pensiamo, noi possiamo sempre avere il controllo degli atti volontari e quindi possiamo evitarli quando vogliamo, mentre lo stesso non può accadere di quelli involontari, indipendenti dalla nostra coscienza ma non dalle nostre intenzioni. Queste quindi si rivelano anche di là di quanto ne possiamo dire e perfino sapere.

Non esiste una legge generale che permetta di dare loro un significato costante, ma si tratta di atti che servono per dare una forma alle intenzioni più varie in rapporto alle circostanze. Se qualcuno danneggia involontariamente qualcosa cui teniamo non é difficile leggervi una certa ostilità nei nostri confronti che trova in quell’atto il modo di manifestarsi. Non a caso il rompere oggetti o rovesciarne il contenuto é spesso associato a conseguenze nefaste.

Il danno può riguardare, però , la stessa persona che compie l’atto: possiamo farci male. Si dice mettere un piede in fallo per descrivere il fallimento causale di un’azione motoria e già l’espressione usata, come pure quest’altra ben nota a tutti “passo falso”, ci dicono che é coinvolto qualcosa di immaginario, psicologico dunque, che si fa rappresentare attraverso mancamenti dell’equilibrio fisico. Per esempio certe lesioni apparentemente casuali che le persone subiscono, a un esame più accurato, si rivelano essere veri e propri attacchi alla propria incolumità. Ne sono un esempio certi incidenti inesplicabili sovente liquidati come causati da una disattenzione oppure da un “malore”. Forse a volte, di fronte a un incidente che ci siamo procurati per la nostra poca attenzione, converrebbe interrogarsi: “ Forse l’ho fatto con uno scopo?”.

Ma allora, si dirà, il caso non esiste proprio?

Niente affatto. Il caso esiste, ma si tratta della casualità esterna, quella del mondo, mentre non esiste casualità psichica. Anzi, proprio quando ci si sforza di considerarla inesistente assistiamo al sorgere di un fenomeno, molto diffuso e importante, la superstizione, sulla quale conviene spendere qualche parola.

In genere si ritiene che un evento senza apparente partecipazione psichica da parte nostra non sia in grado di annunciarci il futuro, ma alcuni attribuiscono invece al caso esterno l’espressione di cose occulte, anche esse  esterne a loro stessi. Eventi non intenzionali sarebbero capaci di svelare qualcosa di nascosto che appartiene alla nostra vita. Non sapendo nulla di inconscio la superstizione sposta nel mondo di fuori la motivazione di tutto quello che accade, ignorando coscientemente quanto invece si conosce benissimo inconsciamente. Il fatto é che, spesso, alla base di tutto questo vi sono motivazioni inconsce ostili, moti repressi violenti e crudeli i quali si svelano con chiarezza poi nelle conseguenze attribuite agli eventi stessi, conseguenze in genere negative come disgrazie, vendette, incidenti. Superstizione e psicoanalisi funzionano diversamente quindi, ma hanno anche qualcosa in comune.

La diversità consiste nel fatto che la persona superstiziosa crede alla casualità degli atti non intenzionali e mette all’esterno le loro motivazioni che lo psicoanalista pone invece all’interno. Di conseguenza la persona superstiziosa usa il fatto accaduto per interpretare la realtà esterna, mentre lo psicoanalista fa risalire il fatto accaduto a un pensiero, anche se inconscio.

Quindi per la persona superstiziosa é occulto quello che per lo psicoanalista è inconscio, ma su un punto ambedue concordano: non si tratta comunque mai di un caso, ma di qualcosa che richiede un’interpretazione.

Quello stesso romano antico così lungimirante da rinunciare a un progetto se avesse inciampato uscendo di casa, é poi lo stesso che avrebbe rinunciato a qualcosa d’altro se il volo degli uccelli non fosse stato favorevole: lungimirante in un caso, ma ben superstizioso comunque!!

Come dire, a mo’ di conclusione: in fondo siamo tutti un poco “nervosetti” e non pare che si possa stabilire poi un confine così netto fra normalità e anormalità.

Come si dice nel Faust: ”Ora l’aria é piena di fantasmi che nessuno sa più come evitarli”.