Saper ridere, una spontaneità che nasce dal nostro equilibrio interiore

Pubblicato il 7 Giugno 2020 in , , da Giorgio Landoni

Da parte di alcuni, molti o pochi non si sa, si sostiene che il riso, il fatto di ridere, sia una facoltà concessa solo all’essere umano. Non so se sia vero: come sempre le opinioni si dividono, ma in fondo la cosa non é poi così importante perché non voglio trattare del riso in sé, del fatto materiale di ridere o almeno non solo di quello, ma della capacità di ridere, del saperlo fare, che molto ci aiuta a sostenere il peso del vivere quotidiano specialmente quando la giovinezza si fa  ricordo. Almeno su un punto vi è comunque concordanza pressoché universale e incondizionata: il riso fa buon sangue ossia ridere fa bene alla salute.

Probabilmente é vero, ma cosa significa? Detto diversamente quali processi psichici sostengono il fenomeno muscolare che noi chiamiamo “ridere” e lo rendono possibile? Saper ridere non significa necessariamente che si rida, ma che si sappia farlo: un conto é il fatto concreto, un altro lo stato psicologico che lo presuppone, almeno teoricamente.

Il riso é un fenomeno assolutamente contagioso e forse questa é la ragione per cui esso ha sempre attirato l’attenzione dei sapienti, innanzitutto dei filosofi. Questi, come sempre accade, hanno accumulato una quantità enorme di opinioni al riguardo le quali, in genere,  non vanno oltre la semplice descrizione dei fatti, il che di solito non permette di comprenderli e spesso neppure di iniziare a farlo.

Di solito i filosofi hanno trattato il riso come effetto dell’umorismo che, per loro, appartiene al comico nell’ambito dell’estetica. Ossia il piacere che accompagna il fatto di ridere e che ne costituisce l’elemento essenziale, sarebbe un godimento di tipo puramente estetico, di belle forme insomma, che esaurisce il proprio scopo in sé senza alcun particolare obiettivo vitale.

Certamente l’umorismo é una funzione psichica elevata, capace di riportare all’attività della psiche un piacere che essa ha perso progressivamente sviluppandosi, dall’infanzia in poi, a causa delle esigenze della realtà e dello spirito critico che essa ha fatto sorgere in noi. Non é dunque fuori luogo l’interesse dei pensatori su di esso, tuttavia basta poco per capire che un’impostazione di questo tipo comporta una serie di condizioni pregiudiziali piuttosto discutibili. Per esempio, quale tipo di comicità si potrebbe trovare nelle smorfie iniziali di ogni neonato di un paio di mesi, quelle smorfie che peraltro noi già chiamiamo “ridere”? Sembra probabile che vi debba essere dell’altro. D’altra parte anche i bambini un poco più cresciuti, si può dire sino alla seconda infanzia, ridono ma non hanno certamente il senso del comico.

Come potrebbero averlo d’altronde? Il comico nasce da un confronto: da un lato le cose come sono e dall’altro l’idea di come dovrebbero essere. Quale confronto può mai fare un piccolo? Quale esperienza di vita glielo consentirebbe? Il solo confronto del quale egli sembra capace é di tipo puramente dimensionale: sentirsi piccolo rispetto a sentirsi grande o viceversa.

Si può ragionevolmente concludere che  il ridere dei piccoli é per puro piacere? Pare probabile: un bambino non ha bisogno dell’umorismo per ridere ossia per sentirsi felice di vivere.

Dunque quando vogliamo capire realmente qualcosa, capirlo nel senso della capienza, quando vogliamo comprenderlo ossia prenderlo in noi appropriandocene fino a sentirlo parte di noi stessi, occorre fare un passo in più. La sola descrizione dei contenuti psichici coscienti, quelli dei quali siamo consapevoli insomma, non permette mai di fare questo passo.

Occorre che le cose descritte prendano un senso come può accadere a chiunque, anche senza che ce ne si renda pienamente conto. É comune a tutti direi l’esperienza banale di cogliere improvvisamente il senso di qualcosa che fino a un momento prima ci sfuggiva.

Per questo, se vogliamo occuparci non tanto del riso in quanto tale, del fatto di ridere in certe occasioni, ma della capacità di ridere, dobbiamo cogliere la sua relazione con i moti profondi della nostra psiche che sostengono l’attività muscolare che noi nominiamo “ridere”.

Ancora una volta: un conto é il fatto concreto, materiale, un altro lo stato psichico che lo sostiene, poiché sapere ridere é indipendente dal fatto che lo si stia realmente facendo.

Saper ridere é una dote molto preziosa. Possederla rende più facile la vita come insegna anche la saggezza popolare (nella quale peraltro è forse bene non credere troppo), però, come per altre caratteristiche umane, per saperlo fare é necessario imparare a farlo.

Vi sono molti modi di ridere e quindi anche molte tipologie di riso, ma vi é un consenso pressoché generale sul fatto che il riso mette di buon umore, fa buon sangue ed é contagioso come dicevo. Di una persona che sappia ridere si dice che é spiritosa, il che non ha a che fare con il comico, ma riguarda il valore del saper ridere, il fatto di possedere senso dell’umorismo. In questi casi si dice che si tratta di una persona piacevole.

Ritorna il piacere perché nel fatto di saper ridere il piacere svolge un ruolo fondamentale.

Il saper ridere, che d’ora in poi si potrebbe chiamare anche “senso dell’umorismo”, permette di avere piacere malgrado ciò che vi può essere di penoso e in questo senso si tratta di una grande risorsa vitale che ci può soccorrere soprattutto quando la vita si fa più avara di soddisfazioni.

Dal punto di vista della psicoanalisi, ma non credo che sia l’unica a vedere le cose in questa prospettiva, il senso dell’umorismo é un modo per potersi riscattare dai propri limiti umani: errori, debolezze, infermità, miserie e anche da quella inevitabile calamità che é il passare del tempo.

Saper ridere é un modo di contrastare la sofferenza sempre possibile, significa che il male del mondo non è in grado di sopraffarmi, come se si dicesse: “Il mondo non é poi così pericoloso e negativo ma é anche qualcosa di cui e con cui si può ridere”.

Non tutti sanno ridere né é sempre é possibile farlo, ma aggiungerei che se chi sa ridere é persona piacevole e tutto quello che é piacevole attrae a prescindere dalla forma che può prendere, non tutti sono in grado di sopportare il piacere.

Agatha Christie non mancava certo di senso dell’umorismo. Il suo personaggio forse più famoso, Hercule Poirot, alle prese con misteri e delitti che sempre risolve con acume non comune, afferma ironicamente: “Meglio non permettere che un lieto fine ci spezzi il cuore”. Abbasso il piacere!

Allora cosa si intende con questa parola che ritorna continuamente? In cosa consiste questo piacere al quale torniamo in modo così ripetitivo?

Per la psicoanalisi é molto semplice: il piacere consiste nella riduzione di qualsiasi forma di tensione. Qualunque tensione, fisica, emotiva o psichica che si risolva, ci procura un senso di distensione che noi avvertiamo come piacevole. Questo é il piacere e ridere distende, riduce le tensioni e quindi lo procura.

In altri termini: saper ridere é un vantaggio economico. Lo é già dal punto di vista fisico, a partire dalla massa muscolare impegnata nell’espressione delle emozioni: si impegnano meno muscoli nel ridere che nel piangere.

La tristezza, il cattivo umore sono costosi per cui, in tempi in cui l’economia pare sostenere l’esistenza del mondo, la faccenda del riso e del saperlo usare bene si fa terribilmente seria.

Quale é allora il meccanismo psichico del piacere, della distensione? Oppure, ancora prima, esiste un meccanismo psichico del piacere?

Infatti, se sapendo ridere si evita un dispendio, se si tratta di un risparmio che ci porta piacere, come mai non tutti sanno ridere?

La risposta sta nel fatto che a questa tendenza verso quello che si potrebbe in fondo chiamare anche il piacere di vivere si oppongono molti fattori esteriori e interiori.

I primi non hanno in fondo grande importanza: saper ridere significa anche capire quando si può farlo e quando invece é impossibile o é meglio evitarlo.

Diverso il caso degli ostacoli interiori che non riguardano i tempi e i modi del saper ridere, ma la stessa facoltà di ridere, il saperlo fare.

Questi ostacoli sono le nostre inibizioni e con esse dobbiamo saperci fare poiché sono il vero prezzo che paghiamo, quelle che ci costano e che causano dispendio di energie psichiche e dunque di vita.

In altri termini, il dispendio é l’effetto di inibizioni che non riusciamo a gestire in modo conveniente.

“Inibizione” non significa che, date le circostanze, sia meglio trattenersi, oppure impedirsi certi moti, controllarsi, ma vuol dire invece che, quali che siano le circostanze non si può fare diversamente da come si sta facendo anche se lo si volesse fortemente. Significa essere bloccati in un controllo esagerato e quindi dispendioso di se stessi, essere costretti in una specie di camicia di forza permanente.

Se ricordate il determinismo psichico di cui parlai qualche tempo addietro ne avete qui un esempio: il caso sta fuori di noi, ma in noi nulla accade per caso.

É facile verificare l’esattezza di quanto sto dicendo circa le inibizioni: basta semplicemente bere un bicchiere di troppo, o anche solo mezzo e poi di constatarne gli effetti.

Diventerete più allegri/e o magari più tristi o arrabbiati/e perché l’alcol allenta appunto le inibizioni, ma fate attenzione perché tristezza (e rabbia) costano più care del buon umore come abbiamo appena detto.

Ridurre le inibizioni significa acquistare maggiore libertà interiore, ma poi occorre saperla usare.

Questa libertà che si concretizza nel saper ridere, consiste nella capacità di osservare le cose in modo affabile, di giocare con le cose e con le parole che le indicano e, ancora prima, di saper giocare con le proprie idee. Questo é tanto più possibile quanto più si é in grado di saperci fare con le proprie inibizioni, di saperle governare. L’inibizione più importante ha un nome nel linguaggio della psicoanalisi: si chiama rimozione.

Essa si esercita sui nostri impulsi interiori cancellandoli, quasi dichiarandone l’inesistenza. La sperimentiamo spesso sotto forma di dimenticanza, di oblio tanto che é entrato nel linguaggio corrente delle persone un poco sofisticate il fatto di dire “ho rimosso” al posto di “ho dimenticato”. Tanta raffinatezza cela, però, un errore perché noi possiamo dimenticare, ma non siamo in grado di rimuovere nulla poiché la rimozione accade di per sé, in modo autonomo, a volte nostro malgrado ossia a dispetto di quanti sforzi possiamo fare per ricordare. Noi non la governiamo affatto poiché essa appartiene a quel genere di processi psichici profondi, inconsci come si dice, dei quali possiamo al più accorgerci a posteriori  attraverso i loro effetti su di noi.

Per esempio, qualcuno ricorderà che si é già trattato qui di certe situazioni, atti mancati, dimenticanze, lapsus ecc., delle quali é costellata la vita di ogni giorno e che sono appunto il segnale di come funziona la rimozione.

Ora si penserà: va bene, ma insomma che cosa é in fondo questa rimozione? Ancora una volta la risposta esiste ed é alla portata di chiunque. La rimozione sta al posto del giudizio che nel nostro inconscio non esiste.

Essa è una specie di grado intermedio fra un riflesso difensivo, come quando ci si allontana da una fonte di fastidio e il giudizio negativo, critico, di condanna. Si può dire che si tratti di una forma di disapprovazione temuta che ci allontana da ciò che genera tensione in noi, in fondo proteggendoci.

All’origine, nell’infanzia, l’intervento temuto é quello dell’adulto. Per questo quando il bambino piccolo riesce a far ridere l’adulto é visibilmente contento: egli prova un grande piacere.

Esso deriva al piccolo dall’impressione di poter piegare la realtà alle proprie fantasie, come se nulla si opponesse alla loro realizzazione. Questo é particolarmente evidente nei bambini quando giocano: essi giocano innanzitutto con le proprie idee che nel gioco si fanno poi molto reali e concrete.

Successivamente, nel corso della crescita, a un certo punto l’intervento dell’adulto é sostituito da quella che potremmo chiamare la ragione critica, la razionalità. Essa contrasta le nostre fantasie, le smentisce ed é un problema copernicano: si scopre che il mondo gira intorno al sole e non intorno al nostro ombelico.

Chiaro che questo non piace soprattutto per il senso di costrizione e di limite che implica. Ne possono derivare ribellione e voglia di trasgredire le quali, ambedue, pongono problemi rispetto al piacere ossia rispetto alla libertà.

Qui sta l’origine del dispendio: la ricerca del piacere si scontra con le rimostranze della critica e questo conflitto ci mette alla prova.

Se la forza della critica é eccessiva, l’inibizione sarà forte e l’impiego di energia necessario a mantenerla sarà dispendioso. Ma il contrario non é senza prezzo perché zittire la ragione critica ci mantiene in una condizione infantile che mal si concilia con gli impegni della vita adulta.

Un modo per affrontare vantaggiosamente questo conflitto é costituito proprio dal saper ridere, come parte importante dell’arte di vivere: saper ridere significa che si é in grado di non cedere all’eccesso di critica ma anche di mantenere viva la critica come limite all’eccesso di riso.

La persona seria sa prendere le cose sul serio ossia sa accettare la molteplicità delle relazioni verbali come effetto del gioco delle proprie idee. La persona seria si concede il riso, ma sa anche ridere.

Questo significa che fra la serietà e l’inibizione, la rimozione, non vi é alcun rapporto. Una persona inibita non é più seria di una che rida.

Saper ridere permette che non siano inaccessibili le fonti di piacere che contribuiscono a migliorare la qualità della nostra vita.

É una questione di funzionamento mentale e l’essere umano ha bisogno di trarre piacere dai propri processi mentali.

Sentire di funzionare bene su questo piano fa piacere perché implica che la parte delle energie psichiche impiegate per mantenere le inibizioni non é eccessiva, che ne rimanga quindi una quantità sufficiente a disposizione di ognuno per impieghi più utili e quindi piacevoli come possono essere lo scherzo, l’ironia, il gioco di idee e di parole, tutte capaci di soddisfare contemporaneamente i due requisiti fondamentali: aver piacere e rispettare lo spirito critico senza eccedere.

Libertà significa quindi che il contenuto rappresentativo della nostra mente, quello che ci passa in testa insomma o anche, detto più semplicemente, le nostre idee, sia più ricco, più agile, meno rigido, in una parola meno inibito, il che si traduce in un miglioramento della qualità del nostro lavoro mentale e dunque dei suoi risultati.

Più il lavoro psichico evolve, migliora, si arricchisce, più si limita la fatica muscolare e quindi anche il corpo sta meglio.

Se il neonato ha bisogno di smorfie, di contorcimenti, di tensioni per tentare di trasmettere qualcosa, l’adulto ha a disposizione la parola con la quale, quando si é imparato a giocare con le proprie idee, si può giocare piacevolmente evitando dispendi che ci impoveriscono.

Saper ridere é una forma di risparmio che avviene in modo automatico, come il parlare, e che presuppone un approccio benevolo al mondo e alle sue follie.

Ridere delle follie del mondo come diceva una vecchissima canzone intitolata “Vivere”, ripresa in anni a noi più vicini da Luciano Pavarotti e da Henry Mancini, riassumendo in fondo il tutto in una specie di formula: sapersi rappresentare la realtà in modo gradevole.