Per comprendere le prime manifestazioni dell’invecchiamento bisogna partire da un concetto chiave: la fragilità, parola che deriva dal latino frangere, rompere. Rimanda all’idea di qualcosa che, se sottoposto a una pressione o anche a un trauma minimo, rischia facilmente di danneggiarsi. È un’immagine semplice, ma efficace. In medicina la fragilità indica una condizione di ridotta capacità dell’organismo di mantenere l’equilibrio omeostatico dopo un evento stressante
È il risultato dell’accumulo, nel corso della vita, di molteplici “insulti” ai sistemi fisiologici: le singole malattie, più spesso la loro compresenza (multimorbilità), i farmaci necessari per curarsi, stili di vita non salutari e, inevitabilmente, i processi di invecchiamento fisiologico.
La fragilità viene spesso descritta con termini affini, come “vulnerabilità”, o, più recentemente, in opposizione alla “robustezza”. È talvolta collegata, in modo improprio, al concetto di autosufficienza: la perdita di autonomia non coincide con la fragilità, ma ne rappresenta una possibile conseguenza, poiché entrambe condividono gli stessi meccanismi sottostanti.
Un esempio può aiutare a chiarire il concetto. Immaginiamo due bicchieri: uno da Martini, con la classica forma a cono rovesciato e lo stelo sottile; e un tumbler, il bicchiere basso e spesso usato per molti cocktail. Mentre il tumbler resiste senza problemi ai piccoli urti, il bicchiere da Martini può rompersi anche per un trauma minimo. Lo stesso vale per le persone anziane. Due individui possono essere entrambi in grado di camminare, ma in seguito a una malattia acuta la persona robusta recupererà la funzione, mentre quella fragile rischierà di perdere l’autonomia. È una situazione frequente in ospedale, che spesso sorprende i familiari. La frase che si sente ripetere più spesso è: “Prima della polmonite camminava”.
La fragilità non è soltanto un termine colloquiale: è una sindrome clinica misurabile che descrive una riduzione generalizzata della capacità di rispondere allo stress, agli infortuni e alla malattia, ovvero della resilienza (capacità psicologica e biologica di reagire positivamente alle avversità, adattandosi alle difficoltà e riorganizzando la propria vita in modo costruttivo. Non indica solo la resistenza allo stress, ma la forza di rialzarsi, sviluppando nuove risorse interiori e spesso uscendo rafforzati dalle esperienze traumatiche).
La gerontologia, la disciplina che studia l’invecchiamento, identifica una serie di condizioni che non sono malattie in senso stretto, ma segnali di un organismo che diventa progressivamente più fragile. Tra queste vi sono la riduzione della vista e dell’udito, la debolezza muscolare, la fragilità ossea, le ischemie cerebrali silenti, l’indurimento delle arterie e il progressivo logoramento degli organi, processi che neppure uno stile di vita sano può prevenire del tutto.
La fragilità è una delle sindromi più rappresentative dell’invecchiamento: il quadro clinico che riassume ciò che spesso viene percepito come l’accumulo dei pesi della vecchiaia.
Non tutti gli anziani sono fragili, e non tutte le persone fragili sono anziane
La fragilità, tuttavia, diventa molto comune con l’avanzare dell’età: può interessare fino a un quarto delle persone oltre gli 85 anni e spesso precede una fase di declino più marcato. Una manifestazione tipica della fragilità clinica è l’alternanza irregolare di giorni buoni e giorni cattivi, lungo una traiettoria di salute che, nel tempo, tende lentamente verso il basso.
Negli anziani fragili anche eventi apparentemente banali possono avere conseguenze rilevanti: un raffreddore, gli effetti collaterali dei farmaci assunti per curarlo, uno stato depressivo legato alla perdita di una persona cara o di un animale domestico, oppure una caduta seguita da una frattura.
La fragilità può essere prevenuta o gestita attraverso un’attenta cura di sé: esercizio fisico regolare, sonno adeguato, alimentazione equilibrata, controllo delle condizioni mediche e relazioni sociali significative per contrastare la solitudine. Tuttavia si tratta in larga misura di strategie di riduzione del danno. Il tempo scorre, i corpi cambiano e l’idea di una perfetta salute fino a età estreme riflette una cultura che tende a sopravvalutare la longevità.
Invecchiare significa spesso acquisire saggezza, esperienza e talvolta maggiore serenità, ma comporta anche un inevitabile rallentamento. Chi convive con successo con la fragilità entra in una fase della vita in cui non è più realistico aspettarsi di funzionare esattamente come prima. Questo può richiedere un adattamento delle abitudini quotidiane e l’accettazione, con una certa grazia, dei limiti e dei privilegi dell’età. Esistono diversi modi per riconoscere la fragilità.
Secondo il modello proposto da Kenneth Rockwood, la fragilità è una condizione clinica dovuta all’accumulo di deficit fisici, psicologici e sociali. L’osservazione di base è che, all’aumentare dei problemi di salute, cresce il rischio complessivo di esiti negativi come mortalità e istituzionalizzazione. Da qui deriva l’“indice di fragilità”, che esprime la percentuale di deficit presenti rispetto a quelli valutati. I deficit possono includere malattie, sintomi, disabilità, limitazioni funzionali, condizioni sociali, livello di attività fisica, salute mentale e cognitiva, percezione dello stato di salute e talvolta dati di laboratorio.
Questo approccio è complementare a quello più fisiologico proposto da Linda Fried, che definisce il cosiddetto “fenotipo fragile”, anch’esso utile per stimare il rischio di disabilità.
Nel modello di Fried si considerano cinque aspetti principali, ciascuno dei quali vale un punto:
- perdita involontaria di peso superiore a 4,5 kg nell’ultimo anno;
- riduzione della forza muscolare, misurata con il dinamometro;
- affaticamento persistente;
- rallentamento della velocità del cammino;
- riduzione o cessazione dell’attività fisica leggera.
Una persona viene definita fragile quando sono presenti almeno tre di questi criteri e pre-fragile quando ne presenta uno o due.
La comparsa della pre-fragilità segnala l’inizio di una riduzione della riserva fisiologica legata all’età; la fragilità conclamata indica che questo processo è ormai avanzato. In altre parole, è il punto in cui la capacità dell’organismo di recuperare dopo uno stress comincia lentamente a diminuire.
Bibliografia
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-Rozzini R. Il canone della longevità. Aver cura dell’età avanzata (2025). Scholè-Morcelliana, Brescia.
A cura di Prof. Renzo Rozzini- Direttore Clinico del Programma “Benessere, salute, longevità”- Fondazione Poliambulanza- Istituto Ospedaliero – Brescia
Il Programma “Benessere, Salute, Longevità” promuove un invecchiamento attivo di qualità. Focalizzato tra medicina e stili di vita, mira a migliorare la salute cognitiva e fisica negli anziani attraverso prevenzione, attività motoria e relazioni sociali.
Pubblicazioni recenti: “Il canone della longevità. Aver cura dell’età avanzata”, 2025

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