Con l’invecchiamento, il cervello umano subisce una serie di cambiamenti strutturali e funzionali, che riflettono l’interazione tra meccanismi biologici e socioculturali. Tuttavia, diversi fattori contribuiscono allo sviluppo e al mantenimento della riserva cerebrale e cognitiva, tra cui un livello di istruzione elevato, il coinvolgimento in attività intellettualmente stimolanti, una stimolazione cognitiva continua, una vita sociale attiva e specifiche esperienze lavorative. Tali fattori aumentano la resilienza del cervello agli effetti dell’età e delle patologie neurodegenerative
(nella foto in apertura: Un cervello senza (A) e uno con amiloide (B) visti con metodica PET)
Dicevamo che con l’invecchiamento, il cervello umano subisce una serie di cambiamenti strutturali e funzionali, che riflettono l’interazione tra meccanismi biologici e socioculturali. A livello cellulare, diminuisce la plasticità sinaptica, cioè la capacità dei neuroni di rafforzare o creare nuove connessioni, fondamentale per l’apprendimento e la memoria. Si riduce il numero il numero dei dendriti e delle sinapsi, mentre alcune strutture cerebrali, come l’ippocampo e la corteccia prefrontale, mostrano una perdita di volume più marcata. A livello biochimico, si osserva un calo di neurotrasmettitori chiave (come dopamina, serotonina e acetilcolina), che influisce sulla regolazione dell’umore, sulla motivazione e sulle capacità cognitive.
Inoltre, l’invecchiamento favorisce l’accumulo di stress ossidativo e di proteine alterate, che possono danneggiare le cellule nervose. Nonostante questi cambiamenti, il cervello mantiene una certa plasticità compensatoria: reti neuronali alternative possono essere attivate per supportare funzioni cognitive compromesse, e attività stimolanti dal punto di vista mentale, sociale e fisico possono rallentare il declino legato all’età.
In sintesi, l’invecchiamento cerebrale è un processo complesso in cui degradazione e adattamento coesistono, modellando la nostra capacità cognitiva ed emotiva nel tempo.
Le malattie neurologiche e psichiatriche rappresentano una delle principali sfide per la salute delle donne. Ad esempio, la depressione e i disturbi d’ansia sono più frequenti nelle donne, come nelle malattie neurodegenerative l’Alzheimer colpisce più donne, mentre il Parkinson e alcune forme di autismo sono più comuni negli uomini.
Nonostante patologie come Alzheimer, sclerosi multipla e depressione colpiscano più frequentemente la popolazione femminile, con una prevalenza fino a circa doppia o tripla rispetto agli uomini, e che oltre alla predisposizione biologica vi siano diversi fattori di rischio modificabili più ricorrenti tra le donne, queste ultime incontrano ancora molte difficoltà sia nella diagnosi sia nell’accesso a cure e trattamenti adeguati. Ricordiamoci del problema della sottorappresentazione delle donne negli studi clinici. Quindi, nell’ambito delle malattie del cervello, è fondamentale comprendere perché esistono differenze percentuali così marcate tra maschi e femmine nelle malattie neurologiche e psichiatriche, perché queste differenze influenzano diagnosi, prevenzione e trattamento.
Queste disparità possono derivare da una combinazione di fattori biologici, come ormoni sessuali, genetica e differenze nella struttura cerebrale, ma anche da fattori sociali, culturali e comportamentali, stress, esposizione a traumi o stili di vita tutti in grado di influenzare profondamente il nostro cervello. Capire questi meccanismi è cruciale per sviluppare terapie più mirate e strategie preventive personalizzate, per garantire che uomini e donne ricevano cure adeguate alle loro caratteristiche biologiche e psicologiche.

Nell’Alzheimer e nel Parkinson, progressivo deterioramento di neuroni e loro connessioni
Nel caso di malattie neurodegenerative, come la malattia di Alzheimer e la malattia di Parkinson, il cervello subisce un progressivo deterioramento dei neuroni e delle loro connessioni, fino alla loro morte, con conseguenze sulle capacità cognitive o sul movimento e sul comportamento.
Nella malattia di Alzheimer, si accumulano nel cervello proteine anomale, come le placche di beta-amiloide e i grovigli di proteina tau, che interferiscono con la comunicazione tra neuroni e provocano la morte dei neuroni nella corteccia cerebrale, e soprattutto nell’ippocampo, area fondamentale per la memoria.
Nel Parkinson, invece, le cellule nervose che producono dopamina si deteriorano, causando tremori, rigidità muscolare e difficoltà nel coordinare i movimenti. Questi processi degenerativi sono accompagnati da infiammazione cronica, stress ossidativo e alterazioni del metabolismo neuronale, che accelerano il danno cerebrale. Nonostante la progressione inevitabile della malattia, il cervello tenta di compensare tramite la plasticità neuronale residua, ma nel tempo le funzioni cognitive, motorie e comportamentali si riducono sensibilmente. Queste patologie evidenziano come un equilibrio delicato tra salute neuronale e stress cellulare determini la capacità del cervello di mantenere memoria, movimento e autonomia.
La riserva cerebrale è un concetto scientifico che descrive la capacità del cervello di tollerare o compensare i danni strutturali e funzionali associati all’invecchiamento fisiologico o ai processi neurodegenerativi, mantenendo relativamente preservate le funzioni cognitive.
Questo concetto si basa sull’idea che individui con un cervello più “ricco” dal punto di vista quantitativo e qualitativo — in termini di numero di neuroni, densità sinaptica, complessità delle connessioni e flessibilità dei circuiti neurali — siano in grado di sostenere una maggiore perdita neuronale prima che compaiano manifestazioni cliniche evidenti.
La riserva cerebrale agisce, quindi, come una forma di protezione strutturale e funzionale, ritardando il momento in cui il danno cerebrale si traduce in deficit cognitivi osservabili. A questo concetto si affianca quello di riserva cognitiva, che fa riferimento alla capacità del cervello di attivare circuiti alternativi o di adottare strategie cognitive più efficienti per compensare le perdite legate all’invecchiamento o a lesioni cerebrali.
Diversi fattori contribuiscono allo sviluppo e al mantenimento della riserva cerebrale e cognitiva, tra cui un livello di istruzione elevato, il coinvolgimento in attività intellettualmente stimolanti, una stimolazione cognitiva continua, una vita sociale attiva e specifiche esperienze lavorative. Tali fattori aumentano la resilienza del cervello agli effetti dell’età e delle patologie neurodegenerative.
In questo senso, la riserva cerebrale non previene il danno biologico in sé, ma ne riduce l’impatto clinico, contribuendo a spiegare perché individui con un grado simile di patologia cerebrale possano presentare traiettorie cognitive profondamente diverse.
1) La riserva del cervello: come il nostro cervello affronta il tempo e le sfide
Quando parliamo di riserva cerebrale, riserva cognitiva, resilienza o mantenimento cerebrale, potremmo avere l’impressione che siano parole diverse per indicare la stessa cosa. In realtà, ciascun termine racconta un pezzo del grande puzzle che è la salute del nostro cervello. Tutti descrivono modi in cui la nostra mente e il nostro cervello si adattano alle difficoltà, resistono ai cambiamenti e cercano di continuare a funzionare al meglio nonostante il tempo e le sfide.
Si può guardare a questi concetti da due punti di vista: uno più biologico, che studia la struttura e il funzionamento del cervello, e uno più cognitivo, che osserva come si comportiamo e come affrontiamo le sfide della vita.
La riserva cognitiva riguarda la capacità della mente di continuare a funzionare bene anche quando il cervello cambia, per esempio a causa dell’invecchiamento o di malattie neurologiche. È come avere delle vie alternative già pronte che il cervello può usare per aggirare eventuali problemi. Immagina due persone con gli stessi danni cerebrali: una potrebbe mostrare problemi di memoria, l’altra no. Perché? Chi ha una maggiore riserva cognitiva riesce a usare strategie cognitive diverse o alternative per svolgere gli stessi compiti. Un esempio concreto: una persona che ha sempre letto molto, imparato lingue straniere o svolto lavori cognitivamente complessi potrebbe ricordare meglio eventi e informazioni rispetto a un’altra con danni cerebrali simili. Il cervello, in un certo senso, ha allenato “percorsi alternativi” che gli permettono di funzionare meglio.
Se la riserva cognitiva è più “funzionale”, la riserva cerebrale è il lato biologico della syessa, la resilienza, è più “strutturale” o anatomica. Si riferisce alla salute complessiva del cervello e alla sua capacità di adattarsi e resistere ai danni fisici nel corso della vita. È come se il cervello accumulasse “punti extra” durante tutta la vita: dall’infanzia, passando per l’adolescenza, fino all’età adulta e alla vecchiaia. Questi punti extra ci aiutano a far fronte a stress, malattie o semplicemente agli effetti dell’invecchiamento. La riserva cerebrale si basa su meccanismi diversi: alcune cellule e connessioni possono rafforzarsi, altre aree del cervello possono subentrare quando le precedenti si indeboliscono. Questo fenomeno si chiama compensazione: il cervello trova modi alternativi per portare a termine le stesse funzioni cognitive. Per esempio, se un’area del cervello dedicata alla memoria inizia a funzionare meno bene, altre aree possono attivarsi per ricordare comunque ciò che è importante. In pratica, il cervello è come un’orchestra che sa cambiare strumenti e arrangiamenti se un musicista non può suonare. Un altro concetto importante è il mantenimento cerebrale, che riguarda la capacità di preservare nel tempo le risorse neurali e ridurre i cambiamenti strutturali e funzionali legati all’età. Se il cervello riesce a mantenersi sano più a lungo, il bisogno di compensare diminuisce. Quando invece il mantenimento è minore, entra in gioco la riserva cognitiva e cerebrale e la compensazione per far fronte ai danni.
Ma da cosa dipende la riserva? La riserva cerebrale e cognitiva non sono un regalo della natura: sono il risultato dell’interazione tra genetica, esperienze di vita e stile di vita. Alcuni fattori che la influenzano sono:
- Educazione e stimolazione mentale: leggere, studiare, imparare cose nuove.
- Attività sociali e relazioni: stare in contatto con gli altri, partecipare a gruppi e comunità.
- Attività fisica: camminare, fare sport, muoversi mantiene il cervello più sano.
- Alimentazione e gestione dello stress: influenzano il cervello a livello biologico.
Tutti questi fattori, accumulandosi nel corso della vita, creano una sorta di “capitale cerebrale” che ci aiuta a restare mentalmente attivi e a ridurre il rischio di declino cognitivo.
In breve, il concetto di riserva ci ricorda che il nostro cervello non è passivo: è dinamico, resiliente e adattabile, e che possiamo influenzarne la salute e la capacità di resistere al tempo e alle sfide attraverso le nostre esperienze, le scelte di vita e la stimolazione continua.
Ma, sesso e genere possono modulare sia le esperienze sia i percorsi biologici del cervello

Le differenze biologiche e di comportamento che dipendono da sesso e genere
Negli ultimi anni, la letteratura neuroscientifica ha mostrato un crescente interesse verso il ruolo della resilienza cerebrale e della riserva cerebrale (vedi 1), in relazione alle differenze di sesso biologico e genere. Questi ambiti di ricerca sono in espansione, soprattutto nel contesto delle malattie neurodegenerative che portano a declino cognitivo e a demenza. Tuttavia gli studi sulle differenze di sesso e genere in questo campo sono ancora carenti e solo da poco cominciano ad emergere risultati importanti. Un primo gap rilevante riguarda la scarsa integrazione tra studi clinici, comportamentali e dati biologici “hard”, come quelli derivanti da esami autoptici o da biomarcatori (ad esempio neuroimaging avanzato, marcatori molecolari) (vedi 2). Molti lavori si concentrano su misure indirette di riserva o resilienza cognitiva (livello di istruzione, occupazione, attività cognitive), senza collegarle in modo sistematico ai meccanismi neuropatologici sottostanti. Questo limita la possibilità di comprendere come la riserva cerebrale si traduca concretamente in una maggiore o minore tolleranza al danno cerebrale nelle differenze di sesso e genere.
Nel campo della malattia di Alzheimer, la letteratura è più ricca e rappresenta uno dei contesti in cui l’interazione tra sesso/genere e riserva cerebrale è stata maggiormente esplorata. Numerosi studi evidenziano che le differenze di sex/gender influenzano sia la genesi sia la progressione della neuropatologia cerebrale, includendo l’accumulo di proteine patologiche come l’amiloide e la tau, la vulnerabilità neuronale e i pattern di atrofia cerebrale. In questo quadro, la riserva cerebrale e cognitiva sembrano esercitare un effetto protettivo, modulando la relazione tra carico neuropatologico e manifestazioni cliniche. Ma sappiamo bene che questi meccanismi sono differenti tra maschi e femmine e sappiamo che esiste una forte evidenza del loro ruolo nella malattia di Alzheimer, sia in termini di rischio sia di progressione clinica.
Si è dimostrato che le donne hanno generalmente più alta capacità e riserva verbale e di memoria episodica rispetto agli uomini a parità di neuropatologia. Ma sono più vulnerabili a un declino cognitivo rapido una volta che l’Alzheimer inizia a manifestarsi, probabilmente perché il deterioramento supera più rapidamente la riserva disponibile (“female vulnerability hypothesis”). I fattori ormonali (es. estrogeni in particolare) sembrano proteggere in premenopausa, ma il declino estrogenico post-menopausa può aumentare la vulnerabilità. Le donne tendono a sviluppare strategie compensatorie cognitive diverse, per esempio un maggiore ricorso al networking sociale ed emozionale. Gli uomini possono avere maggiori capacità di ragionamento logico, capacità cognitive visuospaziali e il declino cognitivo è più graduale rispetto alle donne. C’è inoltre un’influenza del genere sociale che deriva da attività professionali e impegno cognitivo (storicamente diversi tra sessi) che influenzano la riserva: le donne con alta istruzione mostrano maggiore protezione rispetto a donne meno istruite, ma differenze persistono anche con parità di educazione. Un lavoro recente ha dimostrato ineguaglianze nella popolazione femminile degli USA nell’incidenza di demenza. In particolare, nelle donne c’è un ‘incidenza significativamente maggiore legata a livelli di istruzione e di iintroito monetario più bassi, cosa che peggiora maggiormente nelle popolazioni non bianche. Inoltre, un aumento sostanziale del livello di istruzione tra il 2000 e il 2016 nel campione ha spiegato, in senso statistico, circa il 40% della riduzione della prevalenza della demenza tra gli uomini, che, però, si ferma al 20% tra le donne.
Attività cognitive, rete sociale e ruolo lavorativo sembrano quindi modulare la resilienza in modo diverso.
Se guardiamo il contesto della genetica, si è visto che alcuni loci genetici conferiscono protezione principalmente alle donne, altri solo agli uomini. Le vie biologiche coinvolte controllate da geni differenti sono per le donne quelle legate alla neuroinfiammazione e alla plasticità sinaptica che risultano, quindi, più critiche per la resilienza. Negli uomini la biologia predominante è legata a metabolismo energetico e stress ossidativo. Tutto questo implica che lo stesso livello di neuropatologia cerebrale (i.e. un carico alto di proteina amiloide o tau) può avere effetti diversi sul declino cognitivo in base al sesso, a causa di meccanismi genetici e di conseguenza neuropatologici distinti.
2) Imaging cerebrale: gli strumenti per “vedere”
Il metabolismo cerebrale e la perfusione cerebrale descrivono come il cervello riceve energia e come la utilizza. Il sangue porta ossigeno e glucosio, indispensabili per l’attività dei neuroni. La perfusione cerebrale indica il flusso di sangue che raggiunge il tessuto nervoso. Se la perfusione è ridotta, come nelle ischemie, le cellule cerebrali vanno in sofferenza. Questo aspetto viene studiato soprattutto con TC o risonanza magnetica di perfusione. Il metabolismo cerebrale riguarda, invece, il consumo di ossigeno e di glucosio da parte dei neuroni, per produrre energia per il loro funzionamento. Un metabolismo elevato indica attività neuronale efficace, mentre valori ridotti suggeriscono una disfunzione o danno. Viene valutato principalmente con la PET cerebrale. I due parametri strettamente collegati e fondamentali per capire il funzionamento cerebrale.
Nella malattia di Alzheimer, la PET cerebrale permette oggi di visualizzare direttamente nel cervello due proteine anomale che sono alla base della malattia: amiloide e tau. La proteina amiloide (più precisamente β-amiloide) è una sostanza che, nell’Alzheimer, tende ad accumularsi tra i neuroni, formando delle placche. Questi depositi disturbano la comunicazione tra le cellule nervose e rendono il cervello più vulnerabile al danno. Con la PET amiloide, si utilizza un tracciante che si lega selettivamente a queste placche: se l’esame risulta positivo, significa che nel cervello è presente un accumulo anomalo di amiloide, anche anni prima dei sintomi. La proteina tau è una proteina normalmente presente all’interno dei neuroni, dove serve a mantenere stabile la loro struttura. Nell’Alzheimer, però, la proteina tau diventa anomala e si accumula dentro le cellule nervose, formando grovigli che portano alla morte del neurone. La PET consente di visualizzare questi accumuli e mostra spesso una distribuzione che segue la gravità e la diffusione dei sintomi cognitivi.
I parametri funzionali cerebrali, flusso ematico e metabolismo energetico e i depositi di proteine anomale (vedi 2) sono influenzati anche dal sesso e dal genere come dimostrato da recenti studi scientifici Nel loro insieme, questi studi delineano un quadro coerente che mette in evidenza come il sesso/genere moduli in modo significativo la relazione tra parametri funzionali cerebrali, neuropatologia, riserva cerebrale e manifestazioni cognitive nell’invecchiamento e nella malattia di Alzheimer (AD).
Uno studio PET di metabolismo cerebrale mostra che uomini e donne differiscono non solo nei pattern metabolici cerebrali durante l’invecchiamento, ma anche nelle modalità attraverso cui la riserva cerebrale e cognitiva attenuano l’impatto clinico della malattia di Alzheimer. Nelle donne sono preservate meglio le strutture limbiche del cervello, quelle legate alle emozioni e al comportamento sociale.
Inoltre, a parità di ipometabolismo cerebrale, caratteristico della demenza di Alzheimer, le donne tendono a mantenere prestazioni cognitive migliori rispetto agli uomini, suggerendo una riserva cognitiva più efficiente, mentre negli uomini il funzionamento cognitivo appare maggiormente dipendente dalla riserva cerebrale strutturale e metabolica. In questo contesto, dobbiamo considerare l’importanza di fattori socioeconomici, a causa dei quali nel secolo scorso, le donne avevano meno opportunità di accedere all’istruzione superiore e a risultati professionali e erano più impegnate in attività familiari e sociali.
Questi aspetti storici, insieme ai ruoli di genere, ai comportamenti, alle attività e agli attributi che una determinata società considera appropriati per gli uomini e le donne si riflettono in questi risultati.
Le differenze di genere riscontrate potrebbero, quindi, essere spiegate dai livelli e dai tipi di istruzione e occupazione, nonché da altri fattori sociodemografici che potrebbero contribuire alle differenze tra donne e uomini nelle strategie cognitive utilizzate nel corso della vita e, di conseguenza, nelle funzioni cerebrali e nelle reti cerebrali durante la vita e nell’invecchiamento.
A supporto di questi risultati funzionali, uno studio neuropatologico del 2016 evidenzia differenze regionali sesso-specifiche nella densità neuronale durante l’invecchiamento e nell’AD, con alcune regioni corticali e ippocampali che mostrano una maggiore preservazione neuronale in un sesso rispetto all’altro, anche in presenza di un carico di proteine patologiche amiloide e tau simile. Queste differenze forniscono un possibile diverso substrato biologico per i diversi meccanismi di riserva osservati.
Uno studio recente di Sundermann et al. (2025), integra ulteriormente questi dati dimostrando che le funzioni esecutive negli anziani, sia sani sia con AD, non sono spiegate unicamente dall’integrità cerebrale: l’interazione tra riserva cognitiva, stato del cervello e sesso risulta cruciale. In particolare, le donne sembrano trarre un maggiore beneficio cognitivo dai meccanismi di riserva anche a parità di danno cerebrale, mentre negli uomini le buone prestazioni esecutive risultano più strettamente legate agli indicatori di integrità strutturale. In conclusione, ciò che emerge con forza da questi lavori è che il sesso/genere rappresenta un modificatore fondamentale del rapporto tra neuropatologia e declino cognitivo. La base delle differenze di genere nei nostri risultati è probabilmente all’intersezione tra diversi fattori sociodemografici e biologici.
Recenti ricerche sulle modifiche neuropatologiche nelle malattie neurodegenerative come la AD e la malattia di Parkinson, basate su studi in vivo di neuroimmagine, hanno dimostrato diverse condizioni del cervello legate al sesso e genere. Ad esempio, nelle donne con AD c’è un maggior carico di proteina amiloide patologica e un più rapido ed esteso accumulo di proteina tau rispetto a individui maschi. Questo sembra associarsi a un più rapido declino cognitivo nelle donne quando la malattia ha esordito. Nella malattia di Parkinson, caratterizzata da una compromissione del sistema dopaminergico, le vie biochimiche coinvolte sono diverse nei sessi. La via del sistema motorio è più danneggiata nei maschi, a cui si associano maggiori e più gravi deficit motori sin dall’esordio. Nelle femmine è la via della dopamina legata alle emozioni e al comportamento ad essere coinvolta, con sintomatologia psichiatrica come ansia e depressione, e a volte problemi di diagnosi differenziale all’esordio.
Considerati gli aspetti sopradescritti, la comprensione di AD e PD e lo sviluppo di modelli prognostici e interventi terapeutici efficaci richiedono un approccio personalizzato che integri le differenze sesso-specifiche nei meccanismi neuropatologici e di riserva cerebrale e cognitiva
Conclusioni
- Le differenze di sesso (biologico) e genere (psicosociale) nello studio del cervello e degli effetti della riserva cerebrale rappresentano un ambito di crescente interesse nelle neuroscienze, poiché uomini e donne mostrano traiettorie diverse di invecchiamento cerebrale e vulnerabilità alle malattie neurodegenerative. Dal punto di vista del sesso biologico, fattori come la diversa organizzazione strutturale e funzionale del cervello, l’azione degli ormoni sessuali (in particolare estrogeni e testosterone) lungo l’arco di vita e le differenze nei processi di neuroinfiammazione e plasticità sinaptica contribuiscono a modalità distinte di neuropatologia e di costruzione e utilizzo della riserva cerebrale. Gli estrogeni, ad esempio, sembrano esercitare un ruolo neuroprotettivo e modulare l’efficienza delle reti cognitive, mentre il loro declino può influenzare la resilienza cerebrale nelle donne anziane. Parallelamente, il genere incide attraverso determinanti ambientali e culturali — come livello di istruzione, opportunità lavorative, ruoli sociali, carico di stress cronico e accesso alla stimolazione cognitiva — che storicamente sono stati distribuiti in modo diseguale tra uomini e donne, influenzando la possibilità di accumulare riserva cerebrale nel corso della vita.
- Quindi oggi sappiamo che le differenze di sesso–genere nella resilienza ai processi di invecchiamento e alle malattie neurodegenerative emergono dall’intreccio dinamico tra fattori sociali, culturali, educativi e occupazionali da un lato, ed elementi evolutivi e biologici dall’altro. Sul piano socio-culturale, l’accesso differenziato all’istruzione, la qualità e la durata dell’esperienza educativa, così come le traiettorie occupazionali storicamente distinte tra uomini e donne, modellano in modo significativo la stimolazione cognitiva lungo l’arco di vita: attività lavorative complesse, ruoli sociali che richiedono flessibilità cognitiva, gestione multitasking e interazioni sociali dense contribuiscono ad accrescere la riserva cerebrale e cognitiva, potenziando meccanismi compensatori di fronte al danno neuropatologico.
- Le diverse aspettative di genere e la divisione del lavoro di cura possono sia arricchire specifici domini cognitivi sia limitare opportunità di stimolazione formale, con effetti differenziati sulla plasticità neurale. Sul piano evolutivo, la selezione di strategie adattative diverse o complementari tra i sessi, associate a differenze ormonali, metaboliche e di sviluppo neuroanatomico, ha probabilmente favorito profili distinti di connettività neurale, efficienza sinaptica e risposta allo stress, influenzando la vulnerabilità o la protezione nei confronti del declino cognitivo. L’interazione tra questi livelli – biologico ed evolutivo da una parte, sociale e culturale dall’altra – suggerisce che le differenze osservate nella resilienza alle malattie neurodegenerative non siano riducibili a un unico determinante, ma rappresentino il risultato cumulativo di esperienze di vita strutturate nel cervello attraverso meccanismi di plasticità, compensazione e adattamento nel tempo.
- Affrontare questi fattori di rischio multifattoriali richiede un approccio globale e interdisciplinare che integri conoscenze provenienti da vari campi, tra cui antropologia, biologia, economia, sanità pubblica, neuroscienze e matematica, con l’obiettivo di promuovere strategie innovative per mitigare i fattori dell’invecchiamento e i rischi di demenza e malattie neurologiche.
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La Professoressa Daniela Perani, MD è Professor Emeritus of Neuroscience presso l’Università Vita-Salute San Raffaele Milano
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Le emozioni permeano tutta la nostra vita. Ci guidano, ci ispirano, spesso ci tormentano, coinvolgono mente e corpo in un’intricata rete di percezioni che ci lega all’ambiente, agli altri e al nostro sé. Daniela Perani, tra i neuroscienziati italiani più conosciuti a livello internazionale, ci conduce in un viaggio affascinante all’interno del cervello e all’origine delle emozioni, ne svela la complessità e, grazie alle più avanzate tecniche di neuroimmagine e a esperimenti sulla musica, il linguaggio, l’empatia e la teoria della mente, ne mostra il funzionamento – e il malfunzionamento – nelle diverse età della vita. Grey Panthers ha presentato il libro nel dicembre 2025 qui
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