La povertà educativa digitale: un problema reale nei ragazzi del nostro millennio

Pubblicato il 23 Novembre 2021 in , , , da redazione grey-panthers
nuovi lidi giovani

Nonostante abbiano trascorso oltre un anno davanti agli schermi di tablet e pc, alle prese con la didattica a distanza e con un nuovo tipo di socialità, quasi solo virtuale, studenti e studentesse in Italia sembrano ancora impreparati e senza le necessarie competenze per affrontare il mondo digitale che si è loro aperto davanti. La chiusura e l’apertura a singhiozzo delle scuole, la mancanza di strumenti e di abitazioni idonee a seguire la didattica a distanza hanno contribuito ad aumentare la povertà educativa e la dispersione scolastica, lasciando molti bambini indietro.

La povertà minorile, in poco più di dieci anni, è aumentata di dieci punti percentuali e ha raggiunto nel 2020 il suo massimo storico degli ultimi 15 anni: 1 milione e 346 mila minori (il 13,6% dei bambini e degli adolescenti in Italia), ben 209mila in più rispetto all’anno precedente, sono in condizioni di povertà assoluta. Un dato destinato a crescere con la crisi economica generata dal Covid e dovuto, in larga parte, all’aumento consistente del numero di genitori che hanno perso temporaneamente o definitivamente il lavoro, 345.000 durante l’anno trascorso, e la conseguente diminuzione delle loro disponibilità economiche.

Studenti che dietro a quegli schermi di tablet e pc, si sono sentiti spesso spaesati e invisibili al mondo degli adulti, non ascoltati e presi in considerazione nelle loro difficoltà e nella frustrazione di non saper immaginare un futuro.

Sono chiamati “nativi digitali”, eppure secondo quanto emerge dall’indagine pilota condotta da Save the Children1 una percentuale significativa di studenti intervistati mostra evidenti lacune nella conoscenza e l’utilizzo degli strumenti tecnologici, nonostante nell’ultimo anno abbiano vissuto in una «dimensione digitale». Tanto che un quinto dei ragazzi che hanno partecipato all’inedita Rilevazione sulla povertà educativa digitale di Save the Children non è ancora in grado di eseguire semplici operazioni utilizzando gli strumenti informatici, come condividere uno schermo durante una chiamata con Zoom (11%) o scaricare un documento condiviso da un insegnante sulla piattaforma della scuola (29,3%).

Si configura pertanto una nuova dimensione della povertà educativa, la povertà educativa digitale, cioè la privazione delle opportunità per apprendere, ma anche sperimentare, sviluppare e far fiorire liberamente capacità, talenti e aspirazioni, attraverso l’utilizzo responsabile, etico e creativo degli strumenti digitali. Dai risultati della ricerca, emerge infatti che circa un quinto (20,1%) dei minori che hanno partecipato all’indagine non è in grado di rispondere correttamente a più della metà delle domande proposte per valutare le competenze di base nell’utilizzo degli strumenti digitali, come identificare una password sicura, condividere lo schermo durante una videochiamata (1 su 10), inserire un link in un testo, scaricare un file da una piattaforma della scuola (29,3%), utilizzare un browser per  l’attività didattica (32,8%). Un risultato che non dovrebbe stupire se consideriamo che l’82% dichiara di non aver mai utilizzato prima della pandemia il tablet a scuola, percentuale che si assesta al 32.5% per la lavagna interattiva multimediale (LIM).

Tra gli studenti partecipanti allo studio, coloro che dichiarano di non avere a disposizione un tablet a casa sono il 30.4%, mentre il 14.2% afferma di non avere un personal computer. Più della metà (54%) vive in abitazioni dove ciascun membro della famiglia ha a disposizione meno di un dispositivo.

Come per le altre dimensioni della povertà educativa, dall’analisi svolta sul campione emerge che la condizione socioeconomica delle famiglie influisce sul livello di competenze alfabetiche digitali: maggiore il titolo di studio della madre o del padre, minore l’incidenza della povertà educativa legata alle competenze digitali necessarie per effettuare operazioni di base con gli strumenti tecnologici. Un dato che si spiega anche pensando che le famiglie più svantaggiate dal punto di vista socioeconomico sono anche quelle dove minore è la presenza di strumenti quali tablet e personal computer. Tuttavia la povertà educativa digitale colpisce più in generale tutti i bambini e ragazzi e non ci sono differenze socio-economiche che tengano riguardo la loro capacità di conoscere e applicare le “regole” relative alla vita nel mondo virtuale e la capacità di districarsi tra opportunità e pericoli della rete.

Dalla ricerca pilota emerge infatti che una quota consistente degli studenti che hanno partecipato allo studio non conosce le regole relative all’utilizzo della propria immagine da parte dei social, o all’età minima per avere un profilo, non è in grado di eseguire semplici passaggi per rendere il proprio profilo social accessibile soltanto agli amici, di far fronte all’uso improprio della propria immagine da parte di altri. Più della metà non conosce le implicazioni legali relative alla condivisione di contenuti offensivi sui social o non è in grado di reagire in modo corretto di fronte all’uso improprio delle immagini altrui. Infine, quasi la metà degli studenti non è in grado di riconoscere una fake news riguardante l’attualità.

La povertà educativa digitale misurata attraverso “AbCD” Save the Children ha elaborato il nuovo strumento AbCD – Autovalutazione di base delle Competenze Digitali, in collaborazione con il Centro di Ricerca sull’Educazione ai Media all’Innovazione e alla Tecnologia (CREMIT) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e della Prof.ssa Monica Pratesi, Dipartimento di Economia e Management dell’Università di Pisa. L’obiettivo è stato quello di misurare l’assenza, da parte dei minori, delle competenze di base per ciascuna delle quattro dimensioni della povertà educativa digitale, quali: apprendere per comprendere (afferente cioè alla conoscenza degli strumenti e delle applicazioni, le loro caratteristiche e funzionalità), apprendere per essere (relativa alla capacità di costruirsi un’identità digitale, del limite che c’è tra spazio pubblico e privato e delle conseguenze delle proprie azioni digitali nei confronti di se stessi e del proprio benessere), per vivere assieme (cioè di comprendere, accettare e rispettare la diversità delle identità, degli stili di vita, delle culture altrui nel mondo digitale e prevenire discriminazioni, intolleranza e cyberbullismo) e, infine, per vivere una vita attiva e autonoma (legata all’accesso ad una conoscenza vasta e globale e alle opportunità di partecipazione attiva nel mondo digitale).

Così come la povertà educativa è fortemente condizionata dalla povertà materiale, anche la povertà educativa digitale ne è una conseguenza diretta. I minori che provengono da famiglie svantaggiate, dal punto di vista economico e sociale, generalmente hanno maggiori probabilità di non raggiungere il livello minimo di competenze ad esempio in matematica, scienze e lettura, di non svolgere attività culturale, ricreativa, sportiva, ed essere a rischio di abbandono scolastico. Allo stesso modo, la mancanza di strumenti tecnologici, ha aggravato le difficoltà che in questi mesi i bambini e ragazzi che provengono da famiglie in condizioni di vulnerabilità, hanno dovuto affrontare durante questo periodo di “vita e socialità virtuale”.

Circa il 10% degli studenti che hanno partecipato all’indagine pilota non è in grado di riconoscere una password di sicurezza media o elevata. L’11% invece non sa condividere uno schermo durante una chiamata con Zoom. Tale percentuale sale al 15,2% per le chiamate con Teams. Il 32,8% non è capace di inserire un link interattivo in un file di testo e il 29,3% di scaricare un documento condiviso da un insegnante sulla piattaforma della scuola. Il 30% dei minori che hanno una madre con nessun titolo di studio, o licenza elementare o media, non risponde correttamente alla maggior parte delle domande relative all’alfabetizzazione digitale di base. Tale percentuale scende al 13,9% per gli studenti la cui madre ha un titolo di studio superiore ed al 5,5% se la madre ha un diploma universitario. Percentuali pressoché identiche si osservano quando si prende in considerazione il titolo di studio del padre (26,1% -14,6% – 5,1%). Non si registrano differenze significative tra coloro che vivono in condizioni svantaggiate o meno per le altre aree delle competenze digitali: quasi un terzo dei minori (31,1%) che hanno partecipato all’indagine pensa che l’età minima per avere un profilo sui social, ad esempio Tik Tok o Instagram, sia inferiore ai 13 anni. Circa il 7% pensa che l’età per poter accedere ai social sia 10 anni o meno. Inoltre, il 30,3% non conosce i passaggi necessari a rendere un profilo Instagram accessibile soltanto ai propri amici e non pubblico. Il 56,8% invece non è a conoscenza delle regole relative alla cessione ai social della propria immagine ed il suo utilizzo da parte degli stessi, mentre il 46,1% non è in grado di riconoscere una fake news riguardante l’attualità.

I bambini hanno minori probabilità di rispondere correttamente alla maggior parte delle domande del questionario AbCD, rispetto alle bambine. Ad esempio, il 22% dei tredicenni che hanno partecipato all’indagine pilota non è in grado di rispondere correttamente a più delle metà delle domande relative alla conoscenza degli strumenti e delle applicazioni, le loro caratteristiche e funzionalità, contro il 17% delle ragazze. Il divario si estende a circa 8 punti percentuali per le dimensioni relative alla capacità di creare e salvaguardare la propria identità digitale e comprendere conseguenze delle proprie azioni su se stessi e il proprio benessere, nonché quella di accedere ad una conoscenza vasta e globale e alle opportunità di partecipazione attiva nel mondo digitale, arrivando a ben 13 punti percentuali per la dimensione relativa alla comprensione e rispetto la diversità delle identità, degli stili di vita, delle culture altrui nel mondo digitale.

La povertà educativa digitale non è soltanto associata alla presenza di strumenti digitali a casa, ma anche al loro utilizzo, in termini di ore. Maggiore è il tempo dedicato all’utilizzo degli strumenti digitali per fare i compiti, migliori sono i risultati in termini di competenze relative all’alfabetizzazione digitale di base. Ad esempio, il 29% dei minori di 13 anni che hanno partecipato all’indagine, che non dedicano alcun tempo ai compiti, è in condizione di povertà educativa nella dimensione “apprendere per comprendere”, ovvero le competenze necessarie all’apprendimento su digitale, a fronte di una percentuale del 18% per i minori che vi dedicano un’ora o più al giorno. Al tempo stesso, dall’analisi dei dati, si evince che un maggior tempo dedicato anche all’attualità, può essere benefico per l’apprendimento: il 35,9% dei ragazzi che non dedicano tempo alla ricerca di notizie sull’attualità o su temi di particolare interesse hanno lacune relativamente alle competenze alfabetiche digitali, contro il 16,7% dei coetanei che vi dedicano un’ora o più al giorno.

Al contrario, invece, minore è il tempo che i tredicenni impiegano per stare sui social o giocare online, maggiore il livello di competenze riguardanti l’uso consapevole dei nuovi media in relazione all’identità digitale, le implicazioni sociali, culturali ed etiche e le conseguenze delle proprie azioni online. Il 33,3% ed il 39,7% dei minori che non sta sui social non risponde correttamente alle domande relative alle competenze digitali necessarie all’apprendimento e alla vita sui social, a fronte del 47.5% e 50.9% per coloro i quali vi dedicano un’ora o più al giorno.


1 https://s3.savethechildren.it/public/files/uploads/pubblicazioni/riscriviamo-il-futuro-una-rilevazione-sulla-povertaeducativa-

digitale_0.pdf

2 thoughts on “La povertà educativa digitale: un problema reale nei ragazzi del nostro millennio

  1. Giorni fa, ho visto una mamma insegnare al proprio pargolo come si fa ad attraversare la strada in presenza di semaforo. Per un’associazione mentale, mi son chiesto quante mamme, ed anche papà, insegnano ai loro pargoli come si utilizza uno smartphone.
    Riguardo al digitale, chissà poi cosa esattamente si intenda con quest’aggettivo sostantivato, si può dire, senza tema di venir smentiti, che mancano gli insegnanti e ne consegue una povertà educativa, non tanto digitale, quanto del digitale.
    Ma non è neanche un discorso relativo ai giovani, come spiegare allora quanto si legge quotidianamente sulla stampa di esternazioni social che gridano vendetta…..e gli autori non sono giovani, anzi !
    Bisognerebbe impostare un percorso educativo strutturato a step, come si fa con la lingua: alfabeto, grammatica, sintassi, consecutio…, subordinate…e così via.
    Non accettare caramelle da sconosciuti, come si traduce in digitale ?
    E chi ha il ruolo di traduttore ?

  2. Condivisibile il parere di Carlo Geri, ne è una dimostrazione il dibattito attivato su questi temi da Repubblica Digitale, in un mega convegno che si chiuderà venerdì. Ne daremo ampio riscontro in diversi articoli, di cui questo è solo il primo

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