Carlo Vergani: geni e ambiente, così si diventa giovani anziani

Pubblicato il 3 Luglio 2019 in , da redazione grey-panthers

Anziano a chi? A Renzo Arbore, che a 81 anni vive di musica e concerti? A Franca Valeri, che a 99 anni rifiuta l’anagrafe? A Ferruccio Soleri, che solo a 88 anni ha smesso di essere Arlecchino? Attenti a quel che dite nell’Italia dello tsunami grigio, dove ogni cento giovani sotto i 15 anni ci sono 168 senior, che di anni ne hanno più di 65. Nella stagione più longeva della storia il sorpasso certificato dall’Istat è diventato una fuga: nel 2050 gli over 65 supereranno i 20 milioni e gli under 25 saranno meno di 14 milioni. Se il Novecento aveva associato l’invecchiamento alla parola “pensione”, dal 2020 si dovranno riconsiderare le età della vita. A 65 anni ne comincia un’altra. E a 80 si potrà dire: vecchio sarà lei. “Quando ho iniziato a interessarmi degli anziani, in Italia la speranza di vita alla nascita era di 70 anni. Oggi è salita a 83”, dice Carlo Vergani, medico, geriatra, uno dei maggiori esperti di problemi legati ai processi biologici dell’invecchiamento. “Viviamo mediamente 13 anni in più e ci sono due pensionati ogni tre occupati. Più nonni che nipoti”. Ma lo Stato pensa ad altro, i giovani sono schiacciati dalla spesa previdenziale, gli anziani restano condizionati dai limiti del sistema sanitario. “È suonato il gong”, avverte Vergani. La nuova longevità ha creato un intermezzo, terza e quarta età sono saltate: non si è più giovani, non si è ancora vecchi. Arrivati a sessanta, di anni se ne possono programmare altri trenta, in cui la parola “anziano” suona quasi offensiva se si è in buona salute e si possono schierare competenze, esperienze, intuizioni, affettività. “Vedo avanzare un anziano nuovo, inedito, che respinge la rottamazione, si impegna nel volontariato e non vuole essere una risorsa inutilizzata”, sostiene Vergani. Eppure c’è anche l’opaca disperazione di chi non vive ma sopravvive tra ricoveri, ospedali, case di cura, anticamera di solitudini e abbandoni, di costi sociali e drammi familiari. C’è un invecchiamento triste, faticoso, drammatico che accusa le distrazioni del welfare e dell’assistenza. “Su questo ha ragione papa Francesco: dobbiamo contrastare la cultura dello scarto, che per gli anziani è un’eutanasia nascosta. Certi beni relazionali non vanno nel Pil, ma rappresentano la nostra umanità”.

Carlo VerganiInvecchiare è come essere in un fortino assediato, si perde qualcosa ogni giorno. Lei, professore, si sente assediato?

“Anche sotto assedio c’è sempre qualcosa da fare. Leggere, studiare, tenere attivo il cervello, fare leva sulle proprie esperienze”.

Gli anni si contano o si pesano?

“La profondità del tempo è più importante della sua durata”.

Ma la vita più si svuota, più diventa pesante.

“Bisogna applicare il suggerimento di James Hillman: arrivati a 50 o 60 anni si deve incominciare un’altra terapia, quella delle idee”.

Quando si comincia a diventare vecchi?

“Non c’è un cartello, come in autostrada. La soglia che definisce il passaggio all’eta avanzata è dinamica. A meta del secolo scorso chi aveva 65 anni poteva disporre di altri 13 anni di vita. Oggi 13 anni sono l’aspettativa di vita di un uomo di 75 anni”.

Roth diceva: la vecchiaia è un massacro…

“Abbiamo una pletora di strutture e funzioni nell’organismo che ci consente di compensare l’usura e le perdite occasionali e mantenere l’omeostasi, cioè l’equilibrio interiore”.

Che significa…

“Solo quando la perdita supera la capacità di compensare, subentra l’invecchiamento. Ci si impoverisce, si diventa fragili, facilmente destabilizzabili…”.

Possiamo rallentare questo decadimento?

“Il fenotipo senescente, cioè l’insieme delle caratteristiche osservabili nell’organismo vivente che invecchia, è il risultato dell’azione dei geni e dell’ambiente. L’ambiente non scivola via, è tutto ciò che ci può cambiare come l’esercizio fisico, la dieta, l’abitudine al fumo, l’aria che respiriamo, le sostanze chimiche, compresi i farmaci, a cui siamo esposti”.

I sessant’anni sono un’età da ridefinire?

“Alcune statistiche pongono i 60 anni sulla parte avanzata della traiettoria della vita. È un errore: i 60enni oggi sono i giovani vecchi”.

Che cosa cambia a settant’anni?

“Si diventa invisibili. Ricordo l’esempio che faceva Valentino Bompiani: in una sala d’aspetto entra una bella ragazza che cerca qualcuno, fa il giro con gli occhi e quando arriva a te non ti vede, ti salta come un paracarro. La vecchiaia comincia allora…”.

È una visione un po’ maschile del problema.

“Le stagioni della vita non si possono cancellare. Dopo una certa età ognuno è responsabile della sua faccia, diceva Camus. Le donne lo avvertono prima, ma certe rughe, come ricordava Anna Magnani, hanno il loro fascino”.

Poi c’è la boa degli ottant’anni…

“Gli ottantenni rappresentano il segmento di popolazione in più rapida espansione. In meno di trent’anni sono raddoppiati: oggi sono piu di quattro milioni, il 7% della popolazione residente. Molti sono attivi e prestigiosi, carichi di saggezza e responsabilità. Hanno superato l’harvest effect, l’effetto raccolta: i più deboli, i meno dotati, sono gia stati eliminati”.

Sembra la difesa d’ufficio della vecchiaia.

“Gli ottantenni hanno in mano la combinazione vincente: geni e ambiente favorevoli. Hanno passato le colonne d’Ercole. Andando avanti negli anni gli orizzonti si aprono, non si chiudono. A cento anni ci sono mediamente ancora quattro anni di vita residua…”.

Dei grandi vecchi che ha conosciuto e avuto in cura, che cosa l’ha colpito di più?

“La serenità. Il non rimpianto. Uno stato di intrinseca adeguatezza: ho fatto quello che dovevo e ho potuto fare. È importante essere in armonia con se stessi. In alcuni casi bisogna anche saper dipendere dagli altri. Il cardinale Martini lo riassumeva con queste parole: in età avanzata bisogna imparare a mendicare…”.

Suggerimenti pratici per la salute?

“Dobbiamo prevenire o dilazionare l’insorgenza delle malattie croniche, come le malattie cardiovascolari, l’insufficienza respiratoria, il diabete e i disturbi cognitivi con sane abitudini di vita da instaurare fin dall’infanzia”.

Com’è il bollettino medico degli anziani?

“In Italia l’80% degli ultrasettantacinquenni presenta una o più malattie croniche e il consiglio dell’Oms è astenersi dal fumo, controllare il peso corporeo, fare esercizio fisico. La foto degli italiani è questa: il 20 per cento fuma a partire dai 14 anni. Uno su dieci è obeso. Uno su tre è in sovrappeso. E il 50 per cento della popolazione non pratica esercizio fisico”.

Possiamo dire che la vecchiaia comincia con la perdita di memoria?

“C’è la smemoratezza benigna dell’anziano, il non ricordarsi il nome delle persone e delle cose. Si chiama anomia. E c’è la perdita della memoria immediata che ci consente di mantenere in stand by nel cervello le informazioni utili per procedere oltre con il lavoro. Ma tutto ciò non è patologico”.

Quando è il caso di doversi preoccupare?

“Quando affiorano i crateri spenti della memoria. Per esempio davanti alla perdita della memoria semantica: non ricordare il nome dei mesi o la capitale della Francia. O nel caso di perdita della memoria procedurale che ci consente di compiere azioni finalizzate (radersi, infilare la cintura nei pantaloni). O ancora davanti alla perdita della memoria episodica o autobiografica che ci ricorda il vissuto personale, il chi, il dove, il quando della nostra vita”.

Così inizia il decadimento cognitivo?

“Piano. C’è un’altra memoria, importante. La memoria del cuore. Il ricordo permane più a lungo quando c’è un coinvolgimento affettivo. Apprendre par coeur dicono i francesi, per imparare a memoria”.

C’è l’Alzheimer, che terrorizza tutti.

“L’Alzheimer rappresenta il 60% di tutte le forme di demenza e colpisce il 5% degli ultrasessantacinquenni. In Italia le persone che ne sono affette sono circa 600 mila, ma l’incidenza aumenta in età avanzata”.

Azioni di prevenzione possibile?

“È importante lo stimolo intellettivo che sfrutta la plasticità sinaptica, cioè l’aumento dei contatti tra i neuroni nel cervello, e produce la riserva cognitiva”.

Innamorarsi aiuta a restare giovani?

“Oggi prevale la patetica aridità del lifting. Eppure soltanto in autunno, scrive Marguerite Yourcenar, si percepisce il vero colore degli alberi. Quando si è avanti negli anni c’è più tempo per amare. E c’è tempo per amare di più”.

Cosa significa la parola pensionamento?

“Quando si smette di lavorare, la vita vacilla, il tempo perde il contrappeso, un punto d’appoggio, l’avversario e il limite. Ma oggi vecchiaia e pensionamento non coincidono più: bisogna introdurre elementi di flessibilità nel mondo del lavoro che consentano di anticipare o posticipare il pensionamento”.

Riusciremo a sostenere l’onere dell’assistenza agli anziani e il progressivo aumento della durata della vita?

“Il sistema sanitario è ancora troppo orientato sulla malattia acuta, è ospedalocentrico. Questo dilata i costi, mentre l’anziano portatore di malattia cronica ha bisogno di assistenza continuativa, integrata, cioè sociosanitaria, e di una rete di servizi sul territorio”.

Ma troppi anziani minano il welfare e il sistema previdenziale.

“Sfatiamo certi luoghi comuni. Un quarto della spesa sanitaria totale è out of pocket, pagata direttamente dal paziente. In Italia ci sono quasi dieci milioni di persone, in gran parte anziane, che per non pagare di tasca propria rinunciano a farmaci e cure. Ma se ne parla poco. Quanto all’Inps, sconta gli eccessi del passato. Un invecchiamento sano avrebbe effetti positivi sui conti dello Stato”.

Qual è la prima paura per l’anziano?

“La perdita dell’autonomia e la solitudine. È importante avere una rete di protezione su cui fare affidamento, in famiglia e fuori”.

Come si fa a vivere bene la vecchiaia?

“Dando un senso alla vita, e alle sue stagioni. Bisogna uscire dalla buia palude interiore in cui pare che ogni certezza e ogni speranza si dissolvano. La vecchiaia positiva è quella che investe nelle speranze”.

Crede nell’alleanza generazionale?

“Il debito demografico nei confronti delle generazioni future per sostenere gli anziani bisognosi, non autosufficienti, è destinato a salire. Non ha senso una guerra giovani-vecchi. Le soluzioni si trovano insieme. “Il conflitto generazionale che dobbiamo temere di più — ha detto il presidente Mattarella — è quello che nasce dall’esclusione””.

L’anziano inedito arriverà con l’ingegneria genetica?

“Oggi si parla di enhancement, di uomo aumentato, medicina rigenerativa, potenziamento delle capacita psicofisiche dell’individuo come dice il codice di deontologia medica. È il sogno di Prometeo che nasconde tante insidie…”.

Oltre l’uomo?, si domanda Claudio Magris.

“Scrive Magris: “È l’umanesimo, la fede nella centralità dell’uomo che potrebbero vacillare; è l’uomo così come lo conosciamo e il nostro volto che potrebbero venire alterati come nelle metamorfosi del mito antico”. L’anziano nuovo è anche il suo vissuto, il passato che lo segue. L’uomo è più dei suoi 21 mila geni”.

 

Fonte Corriere della Sera

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