Mps: associazione a delinquere degli ex vertici

Pubblicato il 31 Gennaio 2013 in da redazione grey-panthers

Il Corriere della Sera: “Montepaschi, accuse più gravi. I pm: associazione a delinquere, così truccarono i conti. Nell’inchiesta sugli ex vertici della banca l’ipotesi di un ‘unico disegno criminale’”. A centro pagina: “Giallo sul crollo Saipem: Piazza Affari perde il 3,3 per cento, inchiesta della Consob”. Ci sarebbero state “vendite sospette” prima dell’allarme sugli utili.

Il Sole 24 Ore: “Piazza Affari cade con Saipem. Crollo al 34,3 per cento sull’allarme utili: Consob blocca lo short selling”. Di spalla

La Repubblica: “Mps, giudici pronti ai sequestri. Sotto tiro titoli per 1,2 miliardi. Trani indaga per omesso controllo. Crollo a Piazza Affari. Moody’s: possibile downgrade. Il banchiere Daffina racconta: così quella notte Mussari comprò in un’ora Antonveneta”. A centro pagina il “disastro Saipem” e la vicenda degli autobus fermi a Napoli per mancanza di benzina. Commenta Roberto Saviano: “Una città in agonia”.

La Stampa: “Mps, ora l’accusa è di associazione a delinquere. Indagata anche la banca. Il titolo cede il 9,4 per cento. Ma ad affossare Piazza Affari è Saipem: -34 per cento”.

Libero: “Al Pd paghiamo la Nutella. Coi soldi pubblici i consiglieri di sinistra si son fatti rimborsare di tutto: dagli ombrelli ai gelati, dai pranzi ai fiori, dalle bollette all’iscrizione a un Ordine. E facevano i moralisti”. Sotto, le foto di alcuni dei consiglieri regionali lombardi del centrosinistra, “nuovi imprensentabili: sotto inchiesta ma ricandidati”.

Il Giornale: “Bersani ci sbrana (e ci fa pagare la Nutella). Avviso minaccioso del segretario: vietato scrivere del caso Pd Montepaschi. I suoi consiglieri comprano con i nostri soldi cioccolato, gelati, ombrelli, cene”.

Il Fatto quotidiano: “Regalano La 7 all’amico di B (che si fa pure pagare). Urbano Cairo, ex segretario del Cavaliere, favorito per l’acquisto della tv di Telecom. Non solo la pagherebbe una miseria, ma otterrebbe persino una ‘dote’ milionaria. L’ultima parola a Bernabè, che non esclude un’altra cordata”.

Mps

La Stampa ricorda che due giorni fa il procuratore di Siena Tito Salerno aveva definito come “esplosiva e incandescente” l’inchiesta su Mps. Ieri la stessa procura ha dettato una nota per precisare che si indaga esclusivamente sulla passata gestione della banca: “il contesto investigativo è sensibile e complesso esclusivamente rispetto al ruolo svolto nei fatti oggetto di indagine dal precedente management”. Un gesto indotto probabilmente anche dalle notizie del crollo in Borsa (-9,4%), malgrado le rassicurazioni del ministro dell’Economia Grilli innanzi alle commissioni parlamentari. Alcune indiscrezioni diffuse in rete ieri parlavano ipotizzavano che nella inchiesta fosse indagato lo stesso Mps per la responsabilità amministrativa dei reati commessi otentati dai suoi amministratori. Iscritto nel registro degli indagati è il “legale rappresentante” dell’istituto, Alessandro Profumo.

Ma quella che per il Corriere della Sera è la “nuova e gravissima accusa” avanzata dagli inquirenti è quella di associazione a delinquere: riguarda l’ex presidente Giuseppe Mussari, l’ex direttore generale Antonio Vigni, l’ex capo dell’area finanza Gianluca Baldassarri e il suo vice Alessandro Toccafondi, oltre ai quei manager che si occuparono dell’acquisto di Antonveneta e delle successive operazioni finanziarie collegate a quell’affare: “tutti d’accordo, secondo gli inquirenti, siglarono quel patto segreto con i vertici del Banco Santander per truccare i conti e far salire il prezzo provocando una plusvalenza di oltre due miliardi di lire”, spiega il Corriere. Ai reati di aggiotaggio, false comunicazioni, turbativa e truffa si aggiunge dunque una contestazione che lega i presunti comportamenti illeciti in un unico disegno criminale. Un altro fascicolo, al momento contro ignoti, è stato aperto dalla procura di Trani: il reato ipotizzato è l’omesso controllo e questo fa presumere, secondo il quotidiano, che gli accertamenti si indirizzeranno verso le autorità di vigilanza, dunque Banca d’Italia e Consob.

Il Sole 24 Ore scrive che la banca è iscritta nel registro degli indagati soltanto per l’acquisto delle filiali Antonveneta, e non per la questione dei derivati.

Il Corriere della Sera riferisce che l’ex presidente Mussari, a sua difesa, sarebbe intenzionato a spiegare così la sua posizione: “Se mi facessero domande tecniche sui derivati io non saprei neppure cosa rispondere”. Come spiega il Corriere, trattasi non di una professione di ignoranza o di una battuta, ma di una netta separazione della sua sorte da quella di Gianluca Baldassarri, l’ex capo dell’area finanza. Mussari è infatti convinto di poter spiegare ogni dettaglio e ogni cifra del progetto di espansione di Mps attraverso l’acquisto di altre banche che portò all’acquisizione di Antonveneta. Compreso il prezzo, che oggi, “ma solo oggi”, come sottolinea lo stesso Mussari, viene considerato esagerato da qualunque osservatore.

Un “retroscena” de La Repubblica si sofferma sul prezzo pagato per l’acquisto di Antonveneta. A parlare è Alessandro Daffina, amministratore delegato della Banca Rotschild per l’Italia, che era l’advisor del Santander, banca che ha venduto a Mps l’Antonveneta. Prese parte a quella trattativa, racconta che in una notte il prezzo salì di un miliardo: il capo esecutivo del Banco Santander Botin trattava con l’ex presidente Mussari. Botin avrebbe dato a Mps un aut aut: o chiudiamo a nove subito, o Santander avrebbe chiesto a Mps e ai francesi un rilancio partendo da nove. Secondo Daffina non ci sarebbero state anomalie negli otto miliardi aggiuntivi versati da Mps a Santander: quella cifra non faceva parte del prezzo, era la restituzione dei flussi interbancari accesi da Antonveneta al momento dell’acquisto, e per questo faccio fatica a pensare che nei bonifici che accompagnavano quella operazione di tesoreria possano nascondersi tangenti per milioni di euro. Peraltro, come avrebbe fatto Santander a ristornare di nascosto quelle cifre? Daffina racconta anche che di quella trattativa non è rimasta alcuna traccia scritta: “Non venne redatto, né si mosse, un solo pezzo di carta”, “noi eravamo advisor del venditore, e in questi tipo di trattative si dà per scontato che chi si propone di acquistare possa farlo. Non era affar nostro sapere come Mussari avrebbe finanziato l’operazione”.

Regione Lombardia

Il segretario Pd Bersani ieri si è occupato del “caso lombardo”, come lo definisce La Repubblica. Ha iniziato a leggere i sondaggi, ha registrato il lieve recupero di Berlusconi e la situazione confusa in Lombardia. Ha usato una chiave “antiMonti”: “Berlusconi e la Lega – ha detto – rischiano di tenere il comando in Lombardia. Il premier vuole una scelta civica? C’è già, si chiama Ambrosoli, faccia una riflessione europeista su quella regione”. Repubblica commenta: “Un appello alla desistenza? Troppo tardi ormai, Albertini è in campo deciso a giocare la partita”. Bersani sottolinea: “Dobbiamo stuzzicare gli elettori del centro, fargli capire qual è l’unica scelta in grado di opporsi al vecchio”. Insomma, un richiamo al voto utile. Monti naturalmente ha respinto l’appello. Come Albertini, non ne capisce il senso, se i flussi dei sondaggi gli mostrano che Scelta civica in Lombardia sta drenando i voti del centrodestra, mica quelli del Pd.

Su L’Unità: “Bersani al premier: ‘Non aiuti la destra’”. Secondo il quotidiano, davanti agli ultimi sondaggi che danno il centrosinistra in netto vantaggio a livello nazionale e leggermente avanti sia in Lombardia che in Sicilia, il leader Pd ha esortato i suoi a non dare nulla per scontato. Per Bersani “è già una notizia il fatto che noi in Lombardia siamo in palese testa a testa” – ha detto in conferenza stampa – “la dice lunga su come stanno le cose. Questo deve far riflettere tutti. C’è qualcuno che si chiama ‘Scelta civica’. Hai mai visto fare una riflessione? O la spunta Ambrosoli, o Maroni. Non penso che Albertini la possa spuntare”.

Su Il Giornale: “Bersani elemosina l’aiutino di Albertini. Il Pd chiede a Monti di ritirare il candidato governatore in Lombardia. Alfano: ‘Tra loro accordo dopo il voto”.

Il Fatto titola: “Paura in Lombardia, Bersani ha un sogno: il ritiro di Albertini”.

I quotidiani danno conto delle indagini della Procura di Milano sui “rimborsi” elettorali in Lombardia. Ora nel registro degli indagati, con l’accusa di peculato, ci sono 29 consiglieri (o ex consiglierei) regionali della minoranza: quindici del Pd, quattro dell’Udc, uno ciascuno di Sel, Pensionati, Idv. “Consiglieri beccati con le mani nella Nutella”, titola Il Fatto; “Nel Pd si fanno rimborsare la Nutella”, titola Libero. “La sinistra in Lombardia beccata dalla Procura con le mani nella Nutella”, titola Il Giornale. Scrive Il Fatto che ormai praticamente tutta l’Aula della legislatura regionale guidata da Formigoni è finita nella lente della Procura di Milano, ma il colpo duro è per il centrosinistra, che veleggiava verso la vittoria di Ambrosoli: e proprio lui ieri ha chiesto ai candidati indagati di impegnarsi a dimettersi in caso di rinvio a giudizio. Pd e Idv hanno accolto la proposta. Tra gli indagati anche Pippo Civati, ex rottamatore con Renzi, che si dice però fiducioso: “Ho sempre rendicontato voce per voce tutte le mie spese, che non riguardano pranzi, cene, apertitivi, acquisti per me o altri, ma solo trasferimenti in qualità di consigliere regionale. Il Fatto scrive che in tutto a Civati la Procura contesta 3145 euro di alberghi, treni e taxi tra il 2008 e il 2012. Sotto accusa anche il consigliere Pd Franco Mirabelli, che dice: “Resta l’amarezza e la rabbia di constatare come si tenti, per una cifra complessiva di 6000 euro (cento euro al mese per quasi cinque anni, la totalità delle spese di rappresentanza, questa è la somma che mi viene contestata) di assorciarmi a chi ho combattuto in questi anni.

Il consigliere regionale Pd Spreafico si vede contestate invece una spesa che si attesta sui 47 mila euro con cui, come racconta il Corriere della Sera, ha pagato anche le fototessere, gelati, un barattolo di Nutella (2,7 euro), un miniombrello automatico, un Crodino al bar, il canone di locazione di un box (648 euro).

Napoli

Due intere pagine de La Repubblica sono dedicate al caos che si è creato ieri a Napoli, la città del sindaco De Magistris, uno degli animatori di Rivoluzione civile insieme con l’ex Pm Ingroia. Da una parte si evidenzia come anche questo episodio possa rientrare nella “emergenza tagli”, con un dossier dove si racconta come strade dissestate e ospedali in tilt siano il risultato della scure della spending review che “cambia la vita nelle nostre città”. Per altro verso, si racconta come il sindaco sia sotto accusa, e come lui replichi che non è sua responsabilità: “Bus senza gasolio, 400 mila a piedi, la rabbia di Napoli, ‘non siamo bestie’. L’azienda di mobilità del Comune di Napoli ha fatto uscire in servizio solo 50 tra bus e tram fino al pomeriggio. Sono rimasti fermi invece quasi 350 mezzi su un parco auto di circa 700. Il motivo, scrive Repubblica, è noto quasi a tutti: manca il gasolio. Il fornitore del carburante ha voluto vedere il bonifico in banca, ieri, prima di caricare i serbatoi. Aveva accumulato un eccessivo ritardo di pagamento da parte dell’Azienda municipale che, a sua volta, vanta un credito di circa 250 milioni nei confronti del Comune di Napoli. Il quotidiano intervista Riccardo Realfonzo, ex assessore al Bilancio della giunta De Magistris, che dice: “La società Anm non è più in grado di offrire nemmeno il minimo servizio perché è in una situazione finanziaria disastrosa, come tutte le altre partecipate del Comune di Napoli. Il fatto è che questo è sostanzialmente in dissesto”. Come giudica il piano di rientro di De Magistris? “Assolutamente insoddisfacente e irrealistico”, “è una sequenza di previsioni di entrata senza fondamento analitico, come la vendita del patrimonio immobiliare, stimata in 730 milioni”. Cosa serve? “Riforma della macchina comunale, lotta all’evasione, miglioramento del sistema delle riscossioni. Tutte cose che mancano nel piano”.

L’Unità dà conto della reazione del sindaco di Napoli così: “Ma per De Magistris è tutta ‘una montatura mediatica’”. De Magistris ha spiegato: “Siamo precipitati nella campagna elettorale con consolidati avvoltoi pronti ad avventarsi sulla nostra città per colpire l’Amministrazione”. Secondo il quotidiano il sindaco ha tentato di scaricare il barile sulle giunte precedenti, e sull’Anm, l’azienda napoletana dei trasporti, ricordando che “l’Amministrazione comunale non ha la diretta responsabilità nel rifornimento del carburante”. Ma L’Unità ricorda che sul sito Anm si legge che la società è soggetta alla attività di direzione e coordinamento del Comune di Napoli. E raccoglie il commento del segretario del Pd campano Amendola: “Il caos è totale, il sindaco in campagna elettorale non si accorge di nulla, né del gasolio finito né del bando sbagliato per le mense che ha lasciato i bambini senza refezione”.

Su La Repubblica Roberto Saviano scrive che la situazione dell’azienda dei trasporti a Napoli non è mai stata così grave e se è vero che le precedenti amministrazioni hanno lasciato la città in una situazione drammatica, questo non è sufficiente per spiegare cosa sta accadendo. Nei mesi precedenti, molti collaboratori del sindaco avevano lanciato l’allarme sullo stato di salute delle finanze partenopee. “Lo aveva fatto Riccardo Realfonzo, l’uomo chiamato a gestire quelle finanze, cacciato dal precedente sindaco, Iervolino, poiché avrebbe voluto tagliare i tanti privilegi che appesantivano il bilancio comunale. Da Realfonzo, dal suo ruolo di rottura e discontinuità, De Magistris aveva deciso di partire. E per questo, tanti napoletani avevano deciso di votarlo e di appoggiare quel progetto di “scassare tutto”, slogan che sembrava promettere una rottura con la situazione esistente, fatta di spese incontrollate e incontrollabili. La linea seguita sin da subito da Realfonzo era quella di un rigore reale, fatto di razionalizzazione delle poche risorse disponibili. L’assessore è durato poco, De Magistris lo ha cacciato per le stesse ragioni per cui ne aveva fatto un vessillo”. Per Saviano “la storia non sembra passare da Napoli”, perché, come con Lauro e Bassolino, ancora oggi l’unico orizzonte possibile pare essere quello del masaniellismo, se possibile ancora più straccione”.

di Ada Pagliarulo e Paolo Martini