CD e altre musiche di giugno, di Ferruccio Nuzzo

Pubblicato il 3 Giugno 2019 in , da Ferruccio Nuzzo

Decisamente quest’anno, che si è aperto (musicalmente) al suono del mandolino e del bass-tuba (e cugini), strumenti agli estremi opposti della paletta dei timbri che offre oggi l’immenso organico dell’orchestra, prosegue sulla stessa pista. 

Cominciando con un prezioso cofanetto nel quale il grande virtuoso israeliano (d’origine marocchina) del mandolino, Avi Avital affronta niente di meno che alcuni dei massimi dei capolavori che Johann Sebastian Bach scrisse per il clavicembalo, solo e accompagnato.

Avi Avital non è nuovo a questo tipo d’impresa. Frustrato dalla limitatezza del repertorio classico per il suo strumento – i Concerti di Antonio Vivaldi, una Serenata nel Don Giovanni di Mozart e qualche, pur deliziosa, composizione di Ludwig van Beethoven e Johann Nepomuk Hummel -, ed avendo già collaborato con il clarinettista Giora Feidman ed il fisarmonicista Richard Galliano per pittoresche escursioni in quegli indeterminati territori in cui si incrociano musiche etniche e jazz (il cd si intitola appunto Between Worlds), Avi è ritornato al classico, ed a Bach, appunto, che, essendo già stato trascritto per il liuto e per la chitarra, non si deve esser poi tanto stupito ascoltandosi al mandolino …

Due cd, dunque, e tre Concerti, originariamente per violino e per oboe (BWV1052R, BWV1056R, BWV1041), la Sonata BWV1034, per flauto all’origine, poi la Partita n°2 BWV1004 (per violino solo, quella della famosa Ciaccona) e un movimento della Suite n°1 (per violoncello). Il Concerto per violino BWV1041 e la la Sonata BWV1034, anch’essa per flauto, completano il cofanetto in un DVD bonus registrato dal vivo in concerto.

Avi Avital è musicista e interprete entusiasta e il suo Bach è travolgente senza troppi scrupoli di fedeltà o legittimità nelle trascrizioni (i tempi dell’integralismo barocco sono ormai lontani e oggi si parla, al più, di “prassi esecutiva storicamente informata”). L’ombra di Harnoncourt si tace, tutti sono contenti e noi ci godiamo questa meravigliosa musica illuminata dallo splendore di nuove sonorità.

J. S. Bach   

Avi Avital – Avi Avital: mandolino, Ophira Zakai: tiorba, Kammerakademie Potsdam – Deutsche Grammophon (56’25 + 33’18 + DVD 26’40)



Domenico Scarlatti   

Mandolin Sonata – Pizzicar Galante: Anna Schivazappa: mandolino, Ronald Martin Alonso: viola da gamba, Daniel de Morais: tiorba, chitarra, Fabio Antonio Falcone: clavicembalo – Arcana (60’12)

Finalmente è arrivato, il tanto atteso, bellissimo cd dedicato agli insospettati gioielli della musica del primo settecento che avevo annunciato nella rubrica di febbraio. Occultate dallo splendore di quel rutilante, sconfinato giardino  di ritmi e melodie che sono le 550 Sonate o Esercizi per il gravicembalo del compositore napoletano, queste 11 non meno  affascinanti Sonate per mandolino sono la legittima derivazione –  se non filiazione – di alcune delle Sonate nelle quali è evidente un tipo di scrittura destinato ad uno strumento solista accompagnato dal basso continuo piuttosto che al solo clavicembalo. 

In un primo tempo le ipotesi hanno privilegiato il violino; la scelta del mandolino deriva dalla scoperta, nella biblioteca dell’Arsenal, a Parigi, di un manoscritto della fine del ‘700 della Sonata in re minore K.89 con l’indicazione Sonatina per mandolino e cimbalo (in quest’epoca lo strumento era di gran moda – come qualche tempo prima la musette (o cornamusa) – a Parigi, e non si trattava soltanto di una banale popolarità, poiché brillava sopratutto nei saloni dell’aristocrazia e sino a Corte, ove fu lo strumento favorito di Maria Antonietta).

Anna Schivazappa, la sublime virtuosa di cui ho già parlato in occasione della sua registrazione delle Sonate di Valentini, è anche dottoranda in musicologia alla Sorbona, e musicista-ricercatrice associata alla BNA (Bibliothèque National de France), e le sue attività di musicologa e ricercatrice danno ancor più credibilità ed autorevolezza a queste raffinate, aeree ricostruzioni di musiche che per qualche tempo trovarono in uno strumento alla moda una nuova voce e nuovi colori per svolgere le loro affascinanti melodie, qui evocate dal suono trasparente e cristallino di un mandolino napoletano del XVIII secolo, una rarità che rende questa registrazione ancor più unica. Una musica piena di contrasti che si risolvono in passaggi virtuosi, ricchi di sorprese ed effetti, illuminata dall’umorismo ma anche velata di tenerezza e di una certa malinconia caratteristiche del compositore napoletano. 

I virtuosi solisti di Pizzicar Galante, l’ensemble creato da Anna con il clavicembalista Fabio Antonio Falcone, già nominato all’International Classical Music Awards (ICMA) per il suo primo cd, accompagnano con dinamico impegno l’appassionata impresa, realizzata altresì grazie ad una riuscita operazione di crowdfounding.

Qui di seguito la deliziosa video che Luca Marconato ha realizzato per la promozione del cd.


Locatelli – Nante    

Le fil d’Ariane – Marianne Piketty, Le Concert Idéal – Évidence (65’39)

Sempre più frequenti sono oggi le edizioni discografiche che associano un glorioso compositore del passato all’opera di un contemporaneo, musiche orami ancorate nelle nostre memorie ad una loro rilettura filtrata attraverso l’evoluzione di generazioni di prassi compositive e di abitudini d’ascolto.

Le fil d’Ariane è un riuscito esempio dell’incrociarsi della musica di Pietro Locatelli con quella, densa ed inquietante come il mito a cui si inspira, di Alex Nante – giovane (1992) compositore argentino che a Parigi si è nutrito dell’insegnamento – tra gli altri – di Peter Eötvös. 

Marianne Piketty non si smarrisce certo nel labirinto che fu fatale ad Arianna, e con il suo ensemble Le Concert Idéal partecipa all’invenzione di questo nuovo itinerario tra il barocco ed il nostro turbato presente musicale. Non si può che augurarle un futuro meno movimentato di quello di Arianna (che, comunque, sembra che alla fine si sia consolata con Dioniso …)

Per una volta, il testo che accompagna il cd è altrettanto interessante del suo contenuto musicale. Esso è opera di Olivier Fourés, musicologo, violinista – attivo in diversi ensemble che si dedicano alla musica barocca -, ballerino e coreografo.

“Locatelli – scrive Fourés – è di solito presentato come uno dei più degni rappresentanti di quei violinisti/compositori italiani barocchi che suonavano, gli occhi fuor delle orbite, la schiuma alle labbra, la parrucca in delirio, la contorsione nervosa ed il piede sonoro, i timbri e le acrobazie più spettacolari.

Il pubblico urlava, cadeva in trance, ci si ammazzava o ci si buttava dalla finestra. Le favolose vibrazioni di questi virtuosi potevano addirittura far svenire degli uccellini. “Un piacere sin troppo doloroso” secondo qualcuno. Locatelli fissava lungamente, d’uno “sguardo intensamente teatrale”, il pubblico prima di cominciare a suonare, vestito “sontuosamente, con splendidi anelli”, e, una volta che il suo archetto era sulle corde, diventava “come il diavolo”, correva “come una lepre sul suo violino”, con un suono “brutale” che maltrattava “le delicate orecchie”, ma finiva, con una “straordinaria agilità”, a le piegare al potere espressivo dei suoi “wild flights” (“svolazzate selvagge”).

Non si può, tuttavia, circoscrivere il personaggio Locatelli a questo cliché di fenomeno da baraccone. Da Roma a Venezia, passando per Mantova, dalle sue tournées in Germania ad Amsterdam (dove vivrà più di 30 anni, sino alla morte), Locatelli si muove in un ambiente culturale che pian piano fa evolvere l’Europa dai mille gusti diversi a un “gemischter Styl” (i famosi “gusti riuniti”).

È, d’altronde, divertente il fatto che questo “musicista errante”, autentico ambasciatore italiano in esilio, concluda la sua famosa “Arte del violino” con un “Laberinto Armonico” o la sua Op.7 con un concerto intitolato “Il Pianto d’Arianna, che descrive le lacrime della Principessa abbandonata da Teseo che ella ha appena salvato, offrendogli un lungo filo, dal labirinto di Minosse.

La musica di Locatelli si basa su una sorprendente giustapposizione della chiarezza dialettica di Corelli con l’esuberanza virtuosa di Vivaldi, i suoi due maestri, colorandosi talvolta di una certa “tenuta” alla francese, a quei tempi sempre più di moda nelle Corti europee. Se Locatelli, da bravo italiano, sa ben approfittare di tutte le sue straordinarie capacità, non dorme certo sugli allori, e non cessa di esplorare, non esita a perdersi nelle più improbabili tonalità, nelle strutture meno simmetriche, a storcersi le dita ben al di là di un borghese esibizionismo. Uno stile scombinato, che sovente sconcerta ma che apre la via a sempre nuove questioni.

È questa idea di varietà e di erranza, di perdita dei punti di riferimento, che ha motivato questo progetto. Il programma presenta momenti diversi della musica di Locatelli, tra i quali il compositore Alex Nante si impegna a derivare. Un filo di Arianna che vuol mostrare come le differenze non hanno alcuna pena a coesistere, e quanto i confronti, anche paradossali, siano sempre motore di emancipazione.

Un disco memorabile.


Franz Schubert   

Violin Sonatas (1816) – Stéphanie Paulet: violino, Daniel Isoir: pianoforte – Muso (68’15)

Misteriosamente, inspiegabilmente occultate, se non eclissate, dalle altre più clamorosamente famose composizioni di Schubert, queste deliziose, intime, acquerellate Sonatine giovanili meritavano la delicata e raffinata interpretazione che Stéphanie Paulet ci propone in questo bel cd Muso (una casa discografica esemplare per l’originalità del suo catalogo, l’attenzione nella scelta degli interpreti e la cura delle raffinate realizzazioni).

A causa, molto probabilmente, delle loro modeste proporzioni, esse furono pubblicate – soltanto dopo la morte del compositore – con il nome di “Sonatine per pianoforte con accompagnamento di violino“, pur non avendo, né nella struttura e tanto meno nelle intenzioni del compositore, nulla di diminutivo.

La lettura di Stéphanie Paulet è attenta e sensibile, e sviluppa questa musica in un’atmosfera mozartiana ma già riscaldata dai raggi un romanticismo che si annuncia all’orizzonte del nuovo secolo.

Ideale l’accompagnamento di Daniel Isoir, illuminato dalle trasparenti sonorità di un pianoforte Schott del 1835.


Thomas Leleu Trio   

«Stories…»Thomas Leleu: tuba, Kim Barbier: pianoforte, Kai Strobel: vibrafono Ars Production (65’24)

Dopo un’inizio piuttosto caricaturale, con una tuba che borbotta, minaccia e intimidisce, tutto il disinvolto, simpatico, iconoclasta virtuosismo, pieno di umorismo, ma anche impregnato di intensa musicalità, di Thomas Leleu risplende in questo cd, ancor uno dedicato alla tuba e alle sue sorprendenti, sconfinate possibilità.

Il programma è sopratutto dedicato al canto, da Chega de saudade e Triste di Tom Jobim, a Speak low e La complainte de Mackie (dall’Opera da tre soldi) di Kurt Weill, alla Ninnananna di Johannes Brahms ed alle Feuilles mortes di Joseph Kosma, inquadrato da due composizioni originali e simmetriche di Thomas, “Stories mood …” e “Stories …”. E la tuba canta meravigliosamente, accompagnata, assecondata, sostenuta dal pianoforte di Kim Barbier e dal vibrafono di Kai Strobel, agili, aeree danzatrici (parlo degli strumenti …) che mettono in evidenza la sorprendente agilità del mastodonte.

Da quando fu n nominato “Rivelazione dell’anno” nella categoria “Solista strumentale” alle Vittorie della Musica Classica 2012, Thomas svolge un’intensa carriera di concertista e colleziona premi e riconoscimenti: non è l’unico, certo (nel numero di aprile ho parlato di due altri egregi virtuosi: David Zambon e Lilian Meurin) ma è lui “… il genio assoluto della tuba … l’ambasciatore ideale del suo strumento” come lo ha definito La Nouvelle République.


Les Musiciens et la Grande Guerre XXXI   

La harpe consolatrice – KyungheeKim-Sutre: arpa – Hortus (72’26)

Les Musiciens et la Grande Guerre XXXII   

Ode à la France – Fiat Cantus, Thomas Tacquet – Hortus (57’29)

Les Musiciens et la Grande Guerre XXXIII

N’oubliez jamais – Sylvain Heili: organo

Les Musiciens et la Grande Guerre XXXIV   

Élégies – Orchestra symphonique de l’Opéra de Toulon, Pierre Dumoussaud Hortus (49’30)

Ho parlato sovente in questa pagina di una collezione, Les Musiciens et la Grande Guerre, per me una delle iniziative discografiche più interessanti di ultimi anni. Il primo disco è apparso nel 2014, ed ecco che, cinque anni dopo, Élégies conclude la serie dei 34 cd pubblicati con un’esattezza e regolarità veramente sorprendenti, se si pensa soltanto al numero di interpreti, solisti, ensembles cameristici ed orchestre sinfoniche impegnati nella realizzazione di quest’opera monumentale (per non parlare dell’impresa costituita dal tracciare un itinerario che comprendesse le musiche dei vincitori e dei vinti, dei compositori o degli strumentisti – talvolta solisti famosi – che, al fronte o, impossibilitati a combattere per l’età o per le condizioni di salute, nei campi di concentramento o negli ospedali militari, hanno continuato, attraverso la musica, ad animare un messaggio di speranza o di consolazione, di patriottismo e di nostalgia).

Élégies raccoglie composizioni sinfoniche, le più rare in questo periodo di orchestre amputate nei loro effettivi ed in cui più frequenti sono invece le opere strumentali cameristiche o vocali. La più interessante è certo Âmes d’enfants che Jean Cras (compositore – tutt’altro che dilettante ! – ed ufficiale di marina – inventore del regolo Cras, strumento ancor oggi in uso per tracciare una rotta) ha dedicato alle persone care scomparse a causa della guerra. C’è poi l’inedito poema sinfonico Soir de bataille di Jacques de la Presle e tre composizioni di compositori anglosassoni, i più portati a privilegiare l’aspetto elegiaco: Lament dell’inglese Franck Bridge, Heroic elegy op.36 di Ernest Bristow Farrar ed Elegy for strigs dell’australiano Frederick Septimus Kelly.

L’orchestra sinfonica dell’Opera di Tolone diretta da Pierre Dumoussaud interpreta con passione e grande sensibilità queste musiche poco note (se non sconosciute) che tornano a vivere e testimoniare a un secolo di distanza un’apocalisse di cui oggi – pur circondati come siamo da guerre, rivolte ed attentati – difficilmente si può immaginare la portata.

Particolare interessante, e che rende ancor più vasto il significato di questa collezione, è che essa è liberamente proposta a tutte le pubbliche istituzioni, nazionali e internazionali, che volessero disporne per ogni forma di commemorazione della Grande Guerra.

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