Competitività e re-industrializzazione: così si conquista la crescita in Italia e in Europa

Pubblicato il 13 ottobre 2012 in da redazione grey-panthers

L’Italia guida la classifica europea per numero di piccole e medie imprese: 3,8 milioni, quasi il doppio della Germania, ma il nostro primato si ferma qui. Una costellazione che avrebbe potuto brillare nell’economia globale se fossero stati eliminati gli ostacoli che tutt’ora frenano la crescita.

La fotografia dello scenario nostrano è offerta – assieme a quelle degli altri 26 paesi membri – all’interno dellIndustrial Performance Scoreboard, in occasione della presentazione delle linee guida per la reindustrializzazione dell’Europa: una vera “rivoluzione” nelle intenzioni del vicepresidente della Commissione, Antonio Tajani.

Il nuovo piano punta a portare la quota del Pil europeo che deriva dal settore secondario dal 15 al 20% entro il 2020, attraverso una rinnovata alleanza tra la Commissione, gli stati membri e le imprese.

Per una nuova rivoluzione industriale

L’architrave della nuova strategia proposta dal commissario Tajani si poggia sui seguenti pilastri:

investimenti nell’innovazione sui sei settori prioritari: tecnologie produttive avanzate destinate a una produzione pulita, tecnologie abilitanti fondamentali, mercati dei prodotti biologici, politiche industriali sostenibili, costruzione e materie prime, veicoli (terrestri e marittimi) puliti e reti intelligenti.
migliori condizioni del mercato interno dei beni, rafforzamento dell’imprenditorialità nei confronti del mercato unico digitale che dovrebbe aumentare del 10% annuo fino al 2016, protezione dei diritti di proprietà intellettuale e promozione di un’ulteriore internazionalizzazione delle Pmi europee nel mondo.
maggiore accesso al credito e ai capitali
adattamento della manodopera alle trasformazioni industriali, migliorando soprattutto la capacità di anticipare esigenze e squilibri nelle competenze.

Sette ministri scrivono a Tajani e a Barroso

Corrado Passera, è uno dei sette ministri che sostengono con forza il rilancio dell’industria europea, assieme a Daniel Chiţoiu (Romania),  Arnaud Montebourg (Francia), Philipp Rösler (Germania),  Álvaro Santos Pereira (Portogallo), Etienne Schneider (Lussemburgo) e José Manuel Soria-Lopez (Spagna). Il loro impegno è stato ribadito in una lettera a Tajani e al presidente della Commissione europea, Barroso, dello scorso 5 ottobre.

Italia: una performance “irregolare”

Dall’analisi dell’esecutivo di Bruxelles (a cura della Direzione Impresa e Industria), il nostro paese si inserisce nel gruppo dei “performer irregolari”, assieme ad Estonia, Slovenia, Spagna, Portogallo, Grecia, davanti a Malta, Cipro e Lussemburgo (la situazione di quest’ultimo paese è complessa a causa di diversi indicatori, anche se le esportazioni di beni Hi-tech sono elevate). Purtroppo siamo al terzultimo posto per capacità di creare un ambiente favorevole all’imprenditorialità, in una graduatoria guidata dalla Gran Bretagna.

La realtà italiana è sotto gli occhi di tutti: secondo la scheda-paese realizzata dalla Commissione, negli ultimi vent’anni la nostra concorrenzialità ha preso la china del declino. La bilancia delle partite correnti è passata da un’eccedenza pari al 2 % circa del Pil alla fine degli anni Novanta a un disavanzo del 3,2 % nel 2011, soprattutto a causa del deterioramento della bilancia commerciale.
La stagnazione della produttività è la causa principale della perdita di concorrenzialità sul terreno dei costi, riscontrata dall’Italia dopo l’adozione dell’euro. Poiché il nostro paese offre un mix di prodotti manifatturieri per l’esportazione analogo a quello di alcune economie emergenti, siamo relativamente più esposti all’intensificarsi della concorrenza globale.

L’ultimo Quadro europeo di valutazione dell’innovazione conferma la collocazione dell’Italia nel gruppo degli innovatori moderati con prestazioni inferiori alla media UE. In particolare risultano relativamente bassi gli investimenti in R&S (soprattutto del settore privato), così come gli investimenti in capitali di rischio, le richieste di brevetti (benché la situazione sia migliore per marchi, disegni e modelli) e le esportazioni di servizi ad alta intensità di conoscenze. Progressi negli indicatori sulle risorse umane e all’imprenditorialità (per esempio le collaborazioni tra Pmi).

Sostegno alle Pmi: dove ha fallito Industria 2015

Il nuovo programma nazionale di riforma (Pnr) annuncia l’intenzione di considerare la possibilità di introdurre un sistema di credito d’imposta “automatico” e permanente allo scopo di garantire un quadro più prevedibile e favorevole per gli investimenti privati in attività di ricerca e sviluppo. Le iniziative prese in passato si sono in effetti rivelate eccessivamente frammentarie. Il principale programma di sostegno, “Industria 2015”, articolato in cinque progetti di innovazione industriale, è stato prezioso per individuare le più importanti problematiche concorrenziali, lanciare nuove iniziative e incoraggiare partnership pubblico/privato (oltre che per favorire indirettamente una riforma della formazione professionale)ma si è dimostrato un flop sotto il profilo delle spese, anche a causa della generale stretta creditizia che ha colpito l’economia. Le procedure amministrative collegate a “Industria 2015” hanno comportato un notevole dispendio di tempo (si pensi che alle partnership partecipano spesso 20 o 25 attori).
In Italia sia la ricerca di base sia quella industriale possono giovarsi del sostegno di una serie di programmi già operanti, gestiti dal ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. I principali sono il Fondo per le Agevolazioni alla Ricerca, nella zona centro-settentrionale del paese, e il Programma operativo nazionale ricerca e competitività 2007-2013, per le regioni dell’obiettivo Convergenza nel Mezzogiorno. Nei mesi scorsi sono stati pubblicati inviti a presentare proposte per lo sviluppo e il potenziamento dei cluster tecnologici nazionali e delle Smart cities.

Energia: bene ma non troppo

L’Italia continua a registrare una delle più brillanti prestazioni dell’Unione europea in fatto di intensità energetica nei settori dell’industria e dell’energia.  Il motivo è riconducibile agli elevati prezzi dell’elettricità e alla forte dipendenza dalle importazioni: fattori che hanno notevolmente incentivato gli investimenti nell’efficienza energetica in tutti i comparti.

Gli incentivi alle rinnovabili hanno ottenuto un grande successo soprattutto nel fotovoltaico, ma si sono dimostrati meno efficaci nello stimolare allo sviluppo di un’industria nazionale. In realtà, nel biennio 2010-2011 le importazioni di cellule fotovoltaiche hanno provocato un incremento del deficit commerciale italiano pari all’incirca allo 0,5 % del Pil.

Un nuovo regime fiscale a favore delle imprese

Per migliorare la capitalizzazione delle aziende, verrà inoltre introdotto un nuovo regime fiscale (Ace, aiuto alla crescita economica), che consentirà alle società di dedurre dal reddito imponibile il rendimento figurativo del nuovo capitale immesso nell’impresa. Uno strumento che dovrebbe incoraggiare le aziende, ad accrescere la propria base di capitale.
Più in generale, il sistema fiscale italiano è estremamente oneroso e grava pesantemente sul lavoro. Ancora una volta, il problema principale è il tempo, dal momento che – secondo le stime – sono necessarie in media 285 ore all’anno per soddisfare gli obblighi fiscali più importanti, rispetto alle 187 ore necessarie, per esempio, in Spagna.

Tempi lunghi per le controversie commerciali

Per migliorare l’efficienza della Pa ed eliminare i costi superflui senza ridurre i servizi offerti ai cittadini, il governo italiano ha lanciato la spending review, nominando come commissario straordinario per la razionalizzazione della spesa Enrico Bondi. Nel luglio 2012 è stato adottato un decreto legge per risparmiare un totale di 26 miliardi di euro nel triennio 2012-2014.
Le prestazioni complessive della Pubblica amministrazione italiana – secondo l’indicatore dell’efficienza del governo proposto dalla Banca mondiale – sono inferiori alla media dell’Unione europea.

Sia il tempo necessario (1210 giorni) per risolvere le controversie commerciali invia giudiziaria, sia il costo della procedura (29,9 % della somma richiesta), sono fonte di preoccupazione per le autorità italiane, insieme alla lentezza del sistema giudiziario italiano, incapace di attrarre nuovi investimenti esteri.
Le prestazioni dell’Italia sono relativamente buone per quanto riguarda il funzionamento degli sportelli unici che servono per avviare un’impresa, ma anche per il tempo necessario all’avviamento. Gran parte degli sportelli unici per l’avviamento sono operativi a livello comunale.

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