La reinfezione da Covid-19: non solo un timore, forse un’evidenza scientifica

Pubblicato il 10 Febbraio 2021 in , , da Vitalba Paesano

Da qualche mese, timidamente, nella  letteratura medica scientifica apparivano casi clinici di persone che, a distanza di alcuni mesi da una prima infezione accertata Covid-19, ne avevano sviluppato un’altra,  risultata ancora positiva al Covid-19, con sintomi che, in alcuni casi, erano più lievi, in altri più severi. Oggi abbiamo la conferma di queste osservazioni.

Alcuni giorni fa la prestigiosissima rivista scientifica Lancet ha pubblicato, infatti, di un caso clinico di una persona sana di 25 anni abitante in USA (Nevada) che il 25 marzo 2020 aveva manifestato i sintomi del Covid-19 (tosse, mal di gola, cefalea, nausea e diarrea), con la presenza del virus confermata al tampone naso-faringeo molecolare processato con real-time PCR standard eseguito il 18 aprile 2020. Il 27  aprile i sintomi si erano risolti  e il 26 maggio il paziente era risultato negativo a un tampone di controllo.

Tuttavia, il 28 maggio 2020 i sintomi collegabili al Covid-19 (febbre, cefalea, tosse, nausea, e diarrea) sono ricomparsi e il 05 giugno 2020 lo stesso paziente è stato ricoverato in terapia intensiva per peggioramento della ossigenazione plasmatica che ha richiesto la ventilazione assistita. E’ stato eseguito nuovo tampone naso-faringeo processato come il precedente con metodica real-time-PCR standard. Tale tampone è risultato nuovamente positivo per la presenza del Virus. Tuttavia è interessante notare che il test del tampone molecolare naso faringeo non è in grado di identificare evoluzioni e/o variazioni geniche di minuscola entità del virus, ma ne rileva solo la sua presenza.  Studi successivi più sofisticati di biologia molecolare hanno consentito di identificare una forma mutata di Covid 19.  I dati di questo studio sono stati validati del Chief Medical Officer of Division of Pubblic and Behaviour Health for the State of Nevada e dal Comitato Etico della Università del Nevada

Naturalmente questa storia clinica sembrava strana e i ricercatori hanno fatto una ricerca molto avanzata e approfondita,  per ora unica al mondo. Hanno sequenziato il materiale genetico (RNAm) del virus presente nel tampone del 18 aprile e in quello del 5 giugno. In altre parole hanno investigato se il materiale genetico del  virus responsabile della prima infezione era uguale al materiale del virus che ha causato la seconda infezione. l risultato è sorprendente.  Le sequenze geniche dei due virus erano diverse pur trattandosi sempre di virus con  tampone molecolare positivo per il Covid 19 che ha causato una sintomatologia clinica più severa.

Queste osservazioni pongono una serie di domande alle quali riteniamo sia drammaticamente necessario dare una risposta seria e scientifica in tempi brevi: l’immunità acquisita dopo la prima infezione garantisce la protezione da una seconda infezione di un SARS-CoV 2 o è talmente specifica solo per un tipo  specifico di virus?

È chiaro che tale risposta è in grado di indirizzare alcuni aspetti cruciali nella gestione di questa pandemia quali il concetto della “immunità di gregge” e/o la capacità di un vaccino basato su un genoma di un certo virus  di garantire una adeguata protezione a tutte le variazioni del virus.

In aggiunta, gli autori di questo articolo suggeriscono due riflessioni che riteniamo fondamentali:

  • È necessario rendere disponibile al più presto un data base con la sequenza geniche dei Covid-19 identificati in modo da paragonare tale sequenze con la sintomatologia clinica dei pazienti.
  • Occorre tenere alta la guardia, mantenendo  attive le basilari norme di protezione: mascherine, distanza sociale, disinfezione delle cose e delle mani.

 

Bibliografia

 

 

 

 

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