ANGELI, DIAVOLI, DIVI E DIVINE: Jean Paul Belmondo, una magnifica canaglia

Pubblicato il 13 Febbraio 2017 in

Jean Paul Belmondo, una magnifica canaglia

Lo chiamano Bebel (da Pepé il personaggio di Jean Gabin del Bandito della Casbah) perché sembra nato e cresciuto nella scuola dei duri della periferia marsigliese o parigina, ma in realtà Jean-Paul Belmondo, cui la Mostra di Venezia ha assegnato lo scorso anno il Leone d’oro alla carriera, viene al mondo in una famiglia di artisti borghesi il 9 aprile 1933 a Neuilly-sur-Seine, vicino Parigi. Sua madre, francese, è pittrice e suo padre, di origini siciliane, è scultore. Fin da piccolo la sua casa è costantemente invasa da letterari e artisti, ma questo privilegio non basta a domare il caratteraccio del ragazzo, espulso da varie scuole. È il Conservatoire, dove studia recitazione per sei anni, a salvarlo da una brutta strada. Successivamente si fa le ossa nei teatri di provincia al fianco di Annie Girardot, Philippe Noiret, Jean Rochefort e Jean-Pierre Marielle recitando Molière e altri classici. Magro e atletico, dai lineamenti del volto irregolari, Belmondo pratica la boxe. «Sono salito sul ring – dirà – nove volte, ho vinto quattro incontri, ne ho persi quattro e pareggiato uno. Non ero male, ma mi ruppero il naso e allora preferii dedicarmi al cinema». In realtà è una bugia perché l’incidente al volto pare sia avvenuto nel corso di una rissa tra liceali.

La sua fortuna arriva all’improvviso quando, dalle parti di Saint Germain des Prés, Jean-Luc Godard, regista dall’aria strana, lo ferma e gli chiede se vuole girare un film a casa sua per la bella cifra di cinquemila franchi al giorno. Lui è perplesso e corre a sentire cosa ne pensi sua moglie Éloide perché ha paura di trovarsi in una situazione equivoca, ma poi decide di rischiare perché i due giovani coniugi hanno bisogno di soldi. Così nasce il mito di Fino all’ultimo respiro (À bout de souffle, 1960) che gli permette di dare una svolta alla sua carriera iniziata nel 1956 come comparsa in vari film d’avventura.

Icona della Nouvelle Vague Nel ‘58 Marcel Carné lo sceglie insieme ad altri giovani come interprete dei Peccatori in blue jeans (Les tricheurs), ritratto della gioventù del Quartiere Latino: irrequieta, ribelle e alla ricerca di una propria identità e nel ’59 sotto la direzione dell’esordiente Claude Chabrol, che aveva ricevuto in eredità trenta milioni usati per prodursi il suo primo film, gira A doppia mandata (À double tour), un omaggio a Hitchcock presentato al Festival di Venezia e regolarmente stroncato dai critici. Però la sua interpretazione piace, paragonata addirittura a quella di Michel Simon in Boudu salvato dalle acque (Boudu sauvé des eaux, 1932). È un inizio promettente prima dell’incontro con Godard che trasforma la sua faccia da schiaffi nell’emblema della Nouvelle Vague. Amato dal grande pubblico e dagli intellettuali che contano, inseguito dai produttori e dai registi più diversi, diviene una sorta di istituzione del cinema francese, un Jean Gabin più giovane.

af_JP Belmondo e S Loren in La ciociaraVittorio De Sica lo vuole per La ciociara (1960), al fianco di Sophia Loren, e tornato in patria è subito richiesto da Jean-Pierre Melville “il samurai del cinema francese” per Léon Morin, prete (Léon Morin, prêtre, 1960) dal romanzo Béatrice Beck, nei panni di un sacerdote che resiste al fascino di una giovane vedova durante l’occupazione della Francia da parte dei tedeschi. A seguire Lo spione (Le doulos, 1962), un noir d’alta classe dalla trama talmente ben costruita nel ruolo di Silien sospettato di essere appunto un doulos – un informatore – come sono chiamati nell’ambiente del milieu, la malavita, che involontariamente provocherà un finale sanguinoso e feroce. Il plot del film è talmente intricato che lo stesso Belmondo al termine della prima proiezione esclamerà: «Merda allora lo spione sono proprio io?». Il film successivo è Lo sciacallo (L’Aîné des Ferchaux, 1963), ancora di Melville, sottile e ambiguo rapporto tra un ex paracadutista e pugile venticinquenne ormai avviato alla fine della sua carriera e un anziano banchiere corrotto (interpretato dal magnifico Charles Vanel) in fuga negli Usa per evitare il carcere.

Divo di successo

Sempre negli anni Sessanta è sul set di produzioni di consumo nelle quali rifiuta la controfigura per le sequenze più pericolose mentre nel ’69, sotto la direzione di Francois Truffaut, gira La mia droga si chiama Julie (La siréne du Mississippi) e nel ’74 è il protagonista del bellissimo Stavisky il grande truffatore (Stavisky) di Alain Resnais. af_Belmondo in Stavisky di A ResnaisNegli anni Ottanta le sue partecipazioni sono sempre più improntate al genere meno impegnato. Abile e navigato nello scegliere i copioni giusti, il divo francese è il numero uno al botteghino insieme all’amico Alain Delon. A coloro che gli rinfacciano di capitolare di fronte al cinema commerciale, senza peli sulla lingua risponde che il successo non deve essere inteso come una colpa, ma un merito.

«Nella mia carriera – ha affermato – c’è del buono e del meno buono, dello sconvolgente e del meno sconvolgente. Sono comunque fiero di essere un divo popolare. Io non sputo sul consenso del grosso pubblico». Bizzarro e scontroso, capace di alternare momenti di pura simpatia e altri di irritante villania, Belmondo rimane un personaggio fuori dalle righe. Quattro mogli, quattro figli, una lunga e tormentata relazione con Laura Antonelli e molte altre storie sentimentali confermano la sua personalità imprevedibile. Ursula Andress, che lo ha amato per un periodo, ha detto di lui: «Bebel è l’uomo più straordinario che una donna possa incontrare. Ma è un cavallo selvaggio. Viene il fiato grosso a stargli dietro», mentre per il collega Delon «Belmondo fa rabbia con quel suo viso sempre allegro. Anche quando si deve fare qualcosa di serio lui la butta sul ridere. E purtroppo è contagioso». Vitale e autoironico, furbo e dolce nello stesso tempo, in fondo Bebel era e rimane “una magnifica canaglia”.

 

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