Se Atene piange

Pubblicato il 24 Maggio 2012 in da redazione grey-panthers
Minacce dell'Isis all'Italia

Le aperture

Il Sole 24 Ore: “Cadono le Borse, l’Europa rinvia. Scontro Francia-Germania sugli eurobond. Monti e Hollande: crescita prioritaria. I piani per l’uscita della Grecia dall’euro spaventano i mercati: Piazza Affari perde il 3,68 per cento, lo spread sale a 428, euro sotto 1,26”

La Repubblica: “Grecia quasi fuori, crollano le Borse”. In evidenza in prima pagina anche le parole di Napolitano (“può tornare lo stragismo”) e le notizie sulla crisi del Pdl, con le parole di Berlusconi: “Non mi ricandido premier”.

Il Corriere della Sera: “Le Borse non credono all’Europa. Il piano per proteggere la moneta divide ancora i leader. Tensione Hollande-Merkel. Studi Ue sull’uscita dalla Grecia. Giù i mercati. Milano -3,68 per cento”. In alto il quotidiano milanese si occupa dei vent’anni dalla strage di Capaci: “Napolitano a Palermo: ‘La violenza stragista può ancora tornare’. Il Capo dello Stato ricorda il sacrificio di Falcone e Borsellino. I servizi temono nuovi attentati anarchici”.

La Stampa: “Napolitano, appello ai giovani. ‘Rinnovate la politica, l’Italia vi sarà grata’. Poi l’allarme sul ritorno dello stragismo”.

Il Giornale si rivolge al partito di Berlusconi: “Pdl, apri gli occhi. Lo Stato maggiore in subbuglio non vede la soluzione più semplice: ripartire da Berlusconi. Vertice sulla riforma presidenziale e su quella elettorale. Bondi si dimette”. A centro pagina il quotidiano racconta – con foto – la notizia diffusa ieri da Chi e da Dagospia: “La scorta fa la spesa per la Finocchiaro”, dove si mostrano tre agenti di scorta che con la presidente del gruppo Pd al Senato spingono un carrello all’Ikea.

L’Unità: “La destra cambia Cavaliere. Montezemolo annuncia la discesa in campo e cerca di approfittare dello stato confusionale del Pdl. Berlusconi esclude di candidarsi. Ora è mr. Ferrari a usare i suoi slogan su meno tasse e meno Stato”.

Europa

“Non bastano più le smentite. Il ‘Grexit’ esiste. Il piano per gestire l’uscita della Grecia dall’Euro è allo studio delle capitali, delle istituzioni, delle banche europee”, scrive La Repubblica. A dare una prima conferma è stato ieri l’ex premier greco Papademos, in una intervista al Wall Street Journal. La notizia che l’Europa si prepara non è una sopresa, ma ieri è stata una sequenza di notizie – quella per cui la Bce ha messo in piedi una task force, e che la Bundesbank ha creato una speciale unità di crisi sulla Grecia, e infine quella per cui gli sherpa europei hanno deciso che ogni capitale deve preparare il proprio piano in caso di uscita di Atene – che ha creato “il finimondo”.
Intanto ieri sera al vertice di Bruxelles – scrive Il Sole 24 Ore – Francia e Germania sono rimaste lontane: “Il disaccordo sugli eurobond ritarda la svolta politica per la soluzione della crisi”. Ieri alla cena sono state trattate tutte le idee circolate in questi giorni per rilanciare l’economia europea senza sacrificare il rigore di bilancio: dalla ricapitalizzazione della Bei al riorientamento del bilancio comunitario, dalle obbligazioni a progetto (project bonds in inglese) alla tassa sulle transazioni finanziarie, al rafforzamento del mercato unico. Sugli eurobond la Merkel ha ribadito che “non aiutano la crescita economica”, mentre Hollande ha affermato che “fanno parte della discussione”. Sulla Grecia “il Consiglio ha approfittato ieri per assicurare la volontà” di mantenerla nell’euro: il presidente Van Rumpoy ha anche ribadito però che Atene deve “rispettare gli impegni”

Sul Corriere della Sera una intervista al professor Pierre Rosanvallon, storico francese: “”Sono sopreso che gli uomini politici continuino a presentare gli eurobond da un punto di vista puramente tecnico. Fintanto che l’euro era soltanto uno strumento di regolazione tecnica non c’erano problemi. Adesso che è diventato – e prima o poi doveva accadere – il metro della fiducia nell’avvenire comune, ecco i guai. Sostenere la necessità degli eurobond significa entrare, finalmente, in una logica di redistribuzione e di imposte comuni. C’è questo in gioco, quando si parla di eurobond”. Rosanvallo spiega che “bisognerebbe dare alla costruzione europea la dimensione che finora non ha mai avuto, quella della solidarietà e della redistribuzione delle risorse. Parlare di eurobond significa costruire un welfare europeo”. Sulla proposta del ministro delle finanze tedesco Schauble su un presidente dell’Europa eletto: “Non credo sia una buona idea. E’ il solito modo di rispondere con una sovrastruttura politica a un problema di infrastruttura della società”.

La Repubblica intervista l’economista Jean-Paul Fitoussi, che dice: “Si è persa l’ennesima occasione. Bisognava dare un segnale molto forte e molto chiaro che l’Europa non vuole l’uscita della Grecia dall’euro e che farà il possibile per evitare tale sciagurata eventualità”, “Sono tre anni che si vive con la più totale incertezza e i risultati li abbiamo sotto gli occhi. Ieri era una occasione d’oro, l’ultima prima delle elezioni greche. Ora si va verso l’ignoto”. La Grecia vota il 17 giugno: “Come volete che voti il popolo greco quando si sente ripetere ogni giorno che l’Europa non sa se lo salverà dalla bancarotta e che è stato un errore ammetterlo nell’euro?”. E poi: “Per salvare la Grecia potranno servire al massimo 400 miliardi. Se la speculazione attacca, le perdite salirebbero a mille miliardi, e probabilmente di più. Il risultato sarebbe una depressione tremenda in Europa e, come ha detto Obama, anche fuori di essa”.

Internazionale

Sul Corriere della Sera una pagina sul voto in Egitto. Dove si possono leggere due “colloqui” con i candidati Moussa e Futuh. Moussa “sa di essere l’uomo di punt adel fronte laico contro la marea montante del voto religioso”, dice che con Israele occorre “rispettare gli accordi”, e che l’Egitto continuerà ad essere una repubblica presidenziale, anche se la Costituzione è ancora in via di elaborazione. Sulle minoranze religiose: “Mi impegno fin  da ora per combattere contro qualsiasi discriminazione religiosa o etnica contro chiunque”. Punto debole: l’età. Ha 76 anni, “ma non mi sembra affatto una zavorra”. “Gli ultimi sondaggi sembrano dargli ragione”, dice il quotidiano milanese.
Futuh dice: “Fino all’estate 2011 ero nei Fratelli Musulmani, ci sono rimasto 35 anni fino alla mia espulsione, quando mi sono candidato a rais contro il pare dell’organizzazione. Mi presento come indipendente, non ho nessuno alle spalle se non moltissimi volontari”. E’ un altro dei favoriti: “Certo che vincerò, l’intero fronte islamico è forte, e non solo la Fratellanza che ne è l’ala conservatrice. Gli egiziani sono religiosi ma soprattutto moderati’, spiega, precisando che include tra questi ultimi anche i cristiani”. “Il problema confessionale non esiste, è stato creato da chi voleva destabilizzarci, i copi sono stati dicriminati ma come loro tutti i musulmani oppositori del regime”. Sul regime: “Il capo è caduto ma restano da estirpare le radici del sistema che ha portato solo corruzione e miseria”. “La rivoluzione non è certo fallita, ha portato il pluralismo e il diritto di protestare che in questi mesi sotto la Giunta non sono svaniti. Ma la fase di transizione è durata fin troppo”. I militari hanno “commesso errori”, soprattutto per “inesperienza politica”, e adesso “devono farsi da parte, lasciare il potere a un governo e a un presidente civili eletto dal popolo”. Sul futuro, e sull’accusa di usare “due linguaggi”, uno con chi punta al “califfato” e l’altro con i liberali, dice che “rappresenterà tutti”, che “i diritti umani, la giustizia sociale e la sicurezza sono prioritari”, che “la sharia, già presente in Egitto, fa parte del patrimonio culturale comune”.Una pagina su Il Giornale, firmata da Fiamma Nirenstein, è titolata: “L’Egitto sceglie tra islam e Occidente. Il Paese può presentarsi al mondo col voltto destabilizzante di Futuh o quello rassicurante di Moussa”.
La Stampa dà rilievo ai richiami di Amnesty International: “Costituzione ancora da scrivere, il futuro è vago”.
Sullo stesso quotidiano un articolo da New York dà conto della linea del Presidente americano Obama, visto che l’Amministrazione Usa nelle settimane scorse ha accolto a Washington una delegazione del partito Libertà e Giustizia, espressione diretta dei Fratelli Musulmani egiziani. Il presidente pronto a ‘sdoganarli’, li riceve a Washington”, il titolo dell’articolo.

Facebook

Warren Buffett aveva detto qualche settimana fa che se avesse messo i suoi soldi in Facebook i medici lo avrebbero ricoverato. Oggi Maurizio Molinari e Francesco Guerrera su La Stampa raccontano il “flop di Facebook” in Borsa, e le notizie di inchieste della Sec e delle autorità giudiziarie sulla quotazione della società di Zuckeberg. “Il motivo è la norma 10b-5 del Securities Act del 1934 che proibisce di adoperare ‘qualsiasi schema, artificio o oggetto che porti a ‘omettere o giudicare erroneamente’ un fat materiale inducendo in errore gli investitori. Il sospetto della Sec (la Consob Usa) è che chi ha guidato l’offerta pubblica di acquisto abbia indotto in errore gli investitori di Facebook”, fissando un prezzo nominale per azione non corrisponenza ai ricavi attesi nei prossimi 12 mesi. Un errore da principianti, ma visto che lo avrebbero commesso le principali banche americane desta sospetti.
Francesco Guerrera, caporedattore finanziario del Wall Street Journal, scrive che “la pompatissima Opa di Facebook che si pensava sarebbe andata in orbita sul mercato del Nasdaq venerdì scorso è colata a picco vittima di errori di computer, hybris umana e paure recondite dei mercati”. “E’ un pasticciaccio da cui non si salva nessuno, e che avrà un effetto deleterio sulla psiche già fragile dei mercati e sulla fede degli investitori”, e soprattutto dei piccoli risparmiatori. “Il primo colpevole è Facebook e i suoi dirigenti, che si sono fatti sedurre dalle Sirene di Wall Street ed hanno spinto per un’Opa gigantee – 16 miliardi di dollari – che ha dato alla società una valutazione incredibile: 100 miliardi”. Ora Facebook è riuscita a raccogliere molti soldi, e se li investirà bene potrà far dimenticare il passo fasso iniziale. Anche Google ed Apple ebbero debutti deludenti in Borsa. “Fino ad allora, però, né Mark Zuckeberg né i signori di Wall Street e dei mercati si possono considerare i primi della classe”.

E poi

Le pagine R2 Diario de La Repubblica si occupano di astensionismo: “Se il partito del non voto diventa maggioranza”. “Il record raggiunto alle ultime amministrative in un Paese dove l’affluenza alle urne è sempr stata altissima fa discutere sullo stato di salute della democrazia italiana”. Articoli di Carlo Galli, Valerio Magrelli, Nadia Urbinati (“Ma in America è un’abitudine”).

DA RASSEGNA ITALIANA, di Ada Pagliarulo e Paolo Martini