“Un sogno chiamato Florida”, di Sean Baker

Pubblicato il 19 marzo 2018 in , , da Auro Bernardi
Un sogno chiamato Florida

tit orig The Florida Project sceneggiatura Sean Baker, Chris Bergoch cast Willem Dafoe (Bobby) Brooklyn Kimberly Prince (Moonee) Bria Vinaite (Halley) Valeria Cotto (Jancey) Christopher Rivera (Scooty) Caleb Landry Jones (Jack) genere drammatico prod Usa, 2017 durata 111 min

Finalmente un film americano sull’America come non si vedeva da decenni: graffiante, aspro, a volte persino feroce e assolutamente credibile nel rappresentare la nuova realtà trumpista a stelle e strisce. Ovvero la provincia profonda, le acconciature colorate di verde o blu, le unghie smaltate a pallini fosforescenti, i tatuaggi chiassosi, i fast food, i supermercati zeppi di paccottiglia, i negozi di regali a forma di mago, le gelaterie a forma di cono e poi i bambini obesi, i turisti in bermuda e infradito… Insomma, il degrado, l’ignoranza elevata a sistema, la povertà diffusa, il malessere che trova alloggio in motel abbandonati o riciclati in residenze per immigrati e soggetti border-line. Mamme single, per lo più, con stuoli di ragazzini abbandonati a loro stessi. Siamo a Kissimmee, nelle vicinanze di Orlando, Florida, ossia nel divertimentificio della Disney, dove capita di abitare in Via dei Sette Nani (Seven Dwarf Lane) e dove il rumore di fondo della giornata è quello di un’autostrada (US Highway 192) o dell’elicottero che porta a spasso i turisti per 35 dollari l’ora. Insomma, un bel ritrattino dell’America contemporanea con la macchina da presa costantemente a un metro e dieci d’altezza. La statura di un bambino di 7-8 anni. Anche se gli adulti non entrano per intero nell’inquadratura. Perché i protagonisti, o meglio i testimoni, del quadretto sono alcuni ragazzini che abitano appunto nella squallida periferia del mondo, dentro il paese che vorrebbe guidarlo (il mondo). Sguardo infantile e per questo innocente, dell’unica innocenza rimasta perché tutto il resto è violenza e degrado. Violenza quotidiana, sommessa, che sta dentro le cose, le persone che non hanno conosciuto altre realtà. Una sorta di “I bambini ci guardano” aggiornato all’era globale e senza l’idea di un possibile riscatto. Bambini allo sbando, destinati in qualche caso all’affido temporaneo o costretti a seguire la loro madre nelle peregrinazioni stradali alla ricerca di qualche dollaro con cui sfamarsi o pagare l’affitto settimanale. E quando arriva la cuccagna, frutto naturalmente di reati, si spende e si spande in sciocchezze e cibarie dannose alla salute. Altro che le campagne salutiste di Michelle Obama. E in casa (in stanza)? Programmi trash alla tv o videogames. Perché i telegiornali sono pallosi. Unico barlume di normalità è Bobby, il gestore del residence, cui spetta l’ingrato compito di far rispettare i regolamenti, ma anche di sorvegliare i marmocchi in assenza delle madri. Notevole, al proposito, la sequenza con il pederasta. La scelta stilistica dello sguardo infantile permette al regista di raccontare il male senza farlo pesare, senza strillarlo, ma relegandolo a quinta di un sogno destinato fatalmente a infrangersi. Che sia proprio il “sogno americano”? Piccola chiosa finale: non riusciamo francamente a capire come alcune “signorine grandi firme” della critica de noantri (e pure dell’altri) abbiano potuto definire questo film “allegro”, “brillante” e addirittura “ottimista” o paragonarlo al bolso e banale”Moonlight”. Noi vi abbiamo visto solo una sana e salutare cattiveria nel rappresentare una realtà scomoda. E di questi tempi non è poco.

 

E allora perché vederlo?

Per capire a cosa porterebbe l’americanizzazione del pianeta.