Spazio ai giovani, ma gli anziani non sono un peso

Pubblicato il 11 Novembre 2019 in da redazione grey-panthers

Gli anziani in Italia non sono un peso. Si può (e si deve) dare più spazio ai giovani (che in gran parte se ne vanno) senza creare disagi e inutili sensi di colpa a genitori e nonni. Una questione di civiltà. Lo squilibrio tra generazioni è fonte di apprensioni familiari, di inedite tensioni. Giustificate. Lo sguardo lungo è necessario. Invece litighiamo, non solo in occasione della prossima legge di Bilancio, soprattutto su effimere scelte a breve. Investiamo poco, ci assicuriamo di meno, nascondiamo sotto il tappeto le dinamiche inesorabili della nostra società. Se teniamo al futuro delle prossime generazioni dovremmo parlarne di più. E aiutarle per tempo ad affrontare le emergenze dell’invecchiamento della popolazione. Un peso, forse insopportabile, che cadrà sulle loro spalle. Una mina nascosta nel Servizio sanitario nazionale (che deve curare più che assistere) e nei conti dell’Inps. Oggi abbiamo quasi 14 milioni di italiani con più di 65 anni. Secondo l’Istat, nel 2037, in un contesto di popolazione calante, ne avremo 4,5 milioni in più. La percentuale di loro che non sarà autosufficiente è destinata a crescere esponenzialmente. Oggi a 75 anni è del 26 per cento; a 85 anni del 46 per cento. Se leggiamo poi il rapporto Oasi 2018 del Cergas Bocconi, a cura di Francesco Longo e Alberto Ricci, ci accorgiamo che il numero di over 65 con limitazioni funzionali è (dati 2015) di quasi 2 milioni e 900 mila.

Il tasso di copertura, pubblico e privato, del bisogno (dati 2016) va dal 75 per cento della Lombardia al 14 per cento del Molise. Si calcola che il problema della non autosufficienza tocchi già oggi una platea complessiva (malati e loro familiari o amici) di 12 milioni di persone. L’ampiezza del fenomeno è testimoniata da altre cifre. In Italia lavora più di un milione di badanti (quasi tutte o tutti stranieri, oltre la metà irregolare, spesso non preparati). Un numero superiore a quello di tutti i dipendenti del Servizio sanitario nazionale (poco più di 600 mila). Se, per ipotesi, scioperassero tutte o tutti insieme sarebbe la paralisi. Vera. Ecco uno sguardo poco consueto sulla fragilità della nostra società. La ricerca di

badanti conviventi è stata poi resa problematica dal diminuito afflusso di immigrati. Ed ecco un altro angolo di lettura, poco diffuso, del tema dell’immigrazione. Chiudersi significa anche questo. Gli assegni di accompagnamento per non autosufficienza, secondo uno studio dell’Università di Modena-Reggio Emilia, finiscono in gran parte alle famiglie agiate. Il 50 per cento di quelle più ricche ottiene il 60 per cento del totale. La spesa pubblica complessiva per servizi di long term care è di circa 31 miliardi, ma purtroppo è frammentata e inefficiente. E ciò è fonte di diffusa iniquità. Sono 598 euro pro capite contro 993 della Germania, 1.197 della Francia, 1.171 del Regno Unito. L’assistenza agli anziani non autosufficienti assorbe (quattro miliardi) ormai la metà della spesa sociale dei Comuni. E in futuro, di questo passo, finirà per drenarla tutta. A danno di altri servizi assistenziali di primaria importanza, come il sostegno all’infanzia, l’aiuto ai poveri.

I ricoveri degli anziani over 85 anni sono stati — sempre secondo la ricerca Cergas Bocconi — 700 mila l’anno. In mancanza di assistenza per la non autosufficienza, i pronto soccorso sopportano un carico eccessivo e, non raramente, ingiustificato. La richiesta è di supporto all’assistenza non di cure mediche. Con queste dinamiche demografiche il Servizio sanitario nazionale è insostenibile. Le proposte degli esperti (si veda anche Giovanni Fosti ed Elisabetta Notarnicola, Il futuro del settore Ltc in Italia , Egea) sono numerose e riguardano anche lo sviluppo della telemedicina e della robotica. Ma soprattutto sono dirette a separare cura da assistenza, a professionalizzare le badanti, creando un «silos istituzionale autonomo» per le Ltc che comprenda anche i servizi per la disabilità. In Italia non esiste, come invece c’è in Germania, un’assicurazione obbligatoria sulla non autosufficienza. Un rischio certo, non una eventualità. Toccherà tutti, direttamente o indirettamente, in famiglia e nei nostri rapporti personali. Manca una consapevolezza generale. Possono essere attivate e incentivate, come già accade, forme assicurative nei fondi previdenziali integrativi o in quelli sanitari. Sei grandi casse previdenziali (tra cui medici e avvocati) si sono messe insieme per trattare le migliori condizioni con un costo annuo di soli 13 euro a iscritto. Il più grande fondo previdenziale negoziale (Cometa, metalmeccanici) offre tra le opportunità agli assicurati, una volta arrivati alla pensione, una copertura long term care che raddoppia la rendita in caso di non autosufficienza. I dirigenti del settore del commercio, altro esempio, hanno una polizza Ltc con un premio annuale di 206,60 euro che assicura, con una rendita di 2.582,28 euro, rivalutabile al 3 per cento annuo, il rischio di non autosufficienza fino a 70 anni, ed è una copertura prorogabile a vita intera a condizioni prefissate. Esistono ovviamente (e si vedranno sempre di più le pubblicità) proposte individuali delle compagnie assicurative.

Rimane però senza risposta la domanda di che cosa possa accadere ai soggetti più deboli. Se anziché discutere dello sperpero colpevole di quota 100, ci fossimo posti il problema di una migliore copertura assicurativa della non autosufficienza, avremmo reso meno incerto il futuro degli anziani e meno gravoso l’impegno dei loro figli e dei loro nipoti. Ma tant’è. Lo sguardo è corto, cortissimo.

Fonte: Ferruccio de Bortoli Corriere della Sera, 31 ottobre 2019

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