Sono soprattutto gli over50 a perdere la fede

Pubblicato il 25 Febbraio 2016 in da redazione grey-panthers

Il Corriere della Sera ha nella parte alta della prima pagina un intervento del professor Angelo Panebianco, commentatore del quotidiano che nei giorni scorsi è stato oggetto di contestazioni da parte del collettivo dei Cua (Comitato universitario autonomo): “Il pensiero libero e quegli slogan tristi”, “Riflessioni sulle due contestazioni subite in università”, “Il ’68 in Italia non fu un anno ma un decennio. C’è qualcosa di speciale nella nostra cultura politica”.
A centro pagina, il titolo in maggior rilievo: “Unioni civili, patto con i centristi”, “Testo senza adozioni né riferimenti alla fedeltà. Renzi esulta, no delle associazioni gay”, “Nuovi diritti. Boschi: fiducia, voto in settimana. La Consulta non ammette il ricorso delle due donne sposate negli Usa”.
La foto a centro pagina è per Donald Trump: “Huge, tremendous, stupid. E’ il ‘trumpese’ che vince” (di Maria Laura Rodotà). Da Las Vegas, Nevada, ne scrive Giuseppe Sarcina.
Di fianco, il caso Regeni: “L’indagine egiziana su Giulio Regeni un’offesa alla verità”. Giovanni Bianconi commenta l’ultimo comunicato del ministero dell’Interno egiziano (che ipotizza una “vendetta privata’”).
“Le scelte giuste sull’Europa” è il titolo dell’editoriale di Lucrezia Reichlin sul “processo di disintegrazione dell’unione economica e monetaria” dell’Ue: “perché i rischi vanno condivisi”.
A fondo pagina Sergio Rizzo si occupa dell’Autorità nazionale Anticorruzione: “Cantone: pochi fondi, non posso lavorare”, “Nota di protesta dell’Authority, che non può spendere i 50 milioni che ha in cassa”.
In prima anche la vicenda del bimbo autore dell’aggettivo “petaloso”: il neologismo è stato sottoposto all’Accademia della Crusca, che lo ha accettato. Ne scrive Giuseppe Antonelli, che ricorda come il più prolifico sia stato Dante e che a D’Annunzio dobbiamo, tra le altre, parole come “tramezzino”.
La Repubblica: “Unioni, c’è l’intesa, adozioni stralciate. Oggi voto di fiducia”, “Accordo Pd-Ncd, pronto il sì dei verdiniani al governo. Italicum in pericolo, la legge finisce alla Consulta”.
Sul tema unioni civili l’analisi di Stefano Rodotà: “Quanto siamo lontani dall’Europa”.
Più in basso: “Wikileaks, il giallo dei telefoni intercettati. Boschi: inaccettabile lo spionaggio Usa”, “La procura apre un’inchiesta, tensione tra Roma e Washington”.
Al tema è dedicato il commento di Gianluca Di Feo: “La sottile linea rossa” (“il governo Renzi deve trovare un percorso che garantisca il rispetto della chiarezza nel rapporto con l’alleato più importante senza scivolare nell’isolamento internazionale”).
Di fianco, le indagini sull’omicidio di Giulio Regeni: “L’Egitto: ‘Regeni ucciso per vendetta personale’. La rabbia della famiglia. Gentiloni: verità di comodo”.
In prima il foto-reportage di Ramak Fazel sui sostenitori di Donald Trump e la corrispondenza di Federico Rampini da Las Vegas: “America, il popolo di Trump che ora crede nel successo”, “Primarie, nel Nevada il terzo successo”.
Sulla colonna a destra, “la polemica”, con un intervento della senatrice Elena Cattaneo: “La scienza all’Expo e la favola del pifferaio”, “Perché è sbagliato dare fondi a istituzioni private mentre la ricerca muore”. Il commento prende spunto dalle dichiarazioni del presidente del Consiglio ieri a Milano su Human Technopole, per fare dell’area Expo un centro di ricerca di rilevanza mondiale. La scienziata e senatrice definisce senza mezzi termini Renzi il “pifferaio magico”.
In basso, sulla base di alcune segnalazioni di Bankitalia su Alfio Marchini, candidato sindaco a Roma: “Marchini e il 60 milioni di Vincenza” (leggi: Banca popolare di Vicenza, ndr.), “le carte di Bankitalia sui finanziamenti della Popolare. Lui: fango”.
In prima, con foto di una donna iraniana che sventola bandierina e cartello, sulle elezioni domani: “La scommessa dell’Iran. Rouhani alla ricerca del Paese normale”, “Sulle elezioni il peso dei delusi”. A scriverne è Roberto Toscano.
La Stampa: “Unioni civili, c’è l’intesa. Ma il piano di Verdini nuova spina per Renzi”, “L’ex berlusconiano pronto a entrare nel governo sbilanciando la coalizione verso il centrodestra”.
“La corsa per conquistare i moderati” è il titolo del commento di Federico Geremicca.
Mattia Feltri spiega “come cambia il testo per le coppie omosessuali”: “Via l’obbligo di fedeltà”.
Di fianco a destra, il reportage di Leonardo Martinelli “Tra i disperati nella giungla di Calais”, “Pronto lo sgombero. I migranti: le ruspe non ci manderanno via”.
A centro pagina i dati Istat letti da Rapahel Zanotti e Giacomo Galeazzi: “Sono gli over 50 a perdere la fede”, “Cresce l’Italia che diserta le chiese”.
Sul caso Wikileaks: “Stati Uniti”, “Uno scudo per la privacy degli alleati”, di Paolo Mastrolilli.
E più in basso: “Regeni, un mese di melina: Roma protesta”, di Francesco Grignetti.
In prima una foto da Teheran: un muro colorato, con tanto di graffiti di street artist e poster elettorali: “Iran, è lontana la rivoluzione verde”. Reportage di Claudio Gallo.
Su Il Fatto: “E’ nata la Democrazia Renziana: vincono Alfano&Verdini col 2,5%”, “Unioni civili. Oggi la fiducia in Senato: testo senza adozioni e obbligo di fedeltà”.
“Stepchild rendition” è il titolo dell’editoriale del direttore Marco Travaglio.
E a fondo pagina: “Niente corna, siamo etero: i gay invece possono tradire”, di Alessandro Robecchi.
Sotto la testata: “Fondi esteri, Bankitalia accusa Alfio Marchini”, “Nell’interrogatorio di un ispettore di Palazzo Koch ai pm i flussi finanziari (e un’operazione sospetta segnalata dall’Uif) tra la banca e le società a lui ricniducibili. La replica: ‘La Imvest non è del mio gruppo’”.
Di fianco, sullo “Scandalo Lega”: “Sanità, intercettazioni in anteprima a Maroni”, “Una fuga di notizie sull’inchiesta”, “In un dialogo registrato dagli inquirenti, la ‘cricca verde’ della Asl lombarde si vanta: ‘Abbiamo letto i testi che ci hanno fatto avere i servizi segreti e, se è accaduto, anche la procura dev’essere d’accordo’”.
A centro pagina: “Depistaggi”, “Regeni, l’ultima bugia del’Egitto: ‘delitto privato’”. Ne scrivono Valeria Pacelli e Guido Rampoldi.
E di fianco: “Spioni”; “’Da B. a tutti noi, il Grande Fratello non perdona’”, di Marco Lillo.

Unioni civili

Il governo ha ieri posto la questione di fiducia su un emendamento del governo da cui è stata stralciata la stepchild adoption. “Asse con i centristi sull’emendamento, alle 19 il voto”, scrive Il Corriere. “Renzi: fatto storico. Scompaiono anche i riferimenti alla fedeltà. Alfano: vince il buon senso”. Il quotidiano spiega che nella versione che verrà approvata non vi sarà l’obbligo delle “fedeltà”: secondo il Ncd si rischiava di assimilare le unioni civili tra persone dello stesso sesso ai matrimoni.
La Repubblica: “Unioni civili, intesa Pd-ncd, via adozioni e obbligo di fedeltà. Renzi: ‘E’ un fatto storico’”, “Oggi il voto. Bersani: la fiducia è un errore. Resta la libertà dei giudici di riconoscere la stepchild. Protesta delle associazioni Lgbt al Senato”. E a pagina 7: “Verdini schiera i suoi 19, ‘Matteo ci ha chiamato, a questo punto ormai siamo in maggioranza’”, “Ala verso il primo sì ma non entrerà nel governo. I consensi aggiuntivi non saranno decisivi”, secondo Tommaso Ciriaco.
Su La Stampa, Giuseppe Alberto Falci riferisce le parole di Denis Verdini: “’Con noi un sottosegretario’. Così Verdini punta al governo”, “Il piano del senatore: Tonino Gentile aderirà al nostro partito. A Renzi serve il mio sostegno, non saremo più in minoranza” (Tonino Gentile è al momento sottosegretario allo Sviluppo economico ed entrato in quota Ncd, ).
A pagina 2: “Niente fedeltà e divorzio veloce. Il nuovo ddl Cirinnà oggi ai voti”, “Via le adozioni, ma resta il cognome unico: il governo mette la fiducia”.
E sulla stessa pagina: “Tradimento libero per i gay tra nervosismi e ironie”, di Mattia Feltri. Che riferisce le parole del sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova: “Hanno introdotto l’obbligo di scappatella”.
Su Il Fatto: “Sulle unioni vince Alfano. E Verdini pensa al governo”. Il quotidiano intervista il senatore Pd Ugo Sposetti: “’In un colpo solo Renzi ha cambiato la natura del Pd e della maggioranza”. E Alessandro Robecchi firma un commento: “Niente corna, siamo etero: i gay invece possono tradire”.

Il caso Regeni.

A un mese esatto dalla scomparsa in Egitto del ricercatore italiano Giulio Regeni, è arrivata -scrive sul Corriere Virginia Piccolillo- “la quinta versione”: vendetta per motivi personali. Dopo l’incidente stradale, il festino gay, la rapine e l’omicidio-complotto dei Fratelli musulmani, il ministro Maghdi Abdel Ghaffar (Interni), “ne ha tirata fuori un’altra: “Malgrado il team investigativo non sia finora riuscito ad individuare il colpevole o il movente, i dati e le informazioni disponibili portano a tutte le piste, compresa quella della vendetta per motivi personali”. E si riferiscono le parole del nostro ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, che ieri ha risposto al Questio Time alla Camera: “Non ci accontenteremo di verità di comodo né tanto meno di piste improbabili come quelle che ho sentito evocare anche stamattina dal Cairo”, “La cooperazione con il nostro team deve essere più efficace. Gli investigatori italiani devono avere accesso ai documenti sonori e filmati, ai reperti medici, agli atti del processo”. Piccolillo sottolinea anche che queste notizie dall’Egitto arrivavano in una giornata in cui il presidente Al Sisi ha parlato di un “complotto un corso per destabilizzare il Paese”; ha attribuito la colpa dell’abbattimento dell’aereo russo ai terroristi e ha minacciato: “Giuro su Dio che rimuoveremo dalla faccia della terra chiunque coglia danneggiare l’Egitto”.
Sulla stessa pagina Fiorenza Sarzanini, in un retroscena, scrive di “voci di un nuovo arresto” e riferisce che “Il Cairo voleva ‘scaricare’ il delitto su uno spacciatore”, “Ma l’autopsia ha già accertato: mai usate droghe”. Scrive Sarzanini: “l’indicazione è stata esplicita: gli investigatori italiani al Cairo non dovranno prendere alcun documento che riguardi la cattura e la morte di Giulio Regeni. Potranno accettare soltanto la consegna dell’intero fascicolo di indagine. Di fronte all’ennesimo depistaggio, alle accuse infamanti rilanciate dal ministero dell’Interno egiziano”, Gentiloni reagisce pubblicamente, ma decide anche di cambiare la strategia sul fronte giudiziario. E lo fa dopo il rincorrersi di voci che parlano di un nuovo arresto che la polizia locale potrebbe annunciare nelle prossime ore: è quello di uno spacciatore ed è proprio questo ad avere provocato l’ira delle autorità italiane. Di fianco, anche un commento di Giovanni Bianconi: “L’affronto continuo e la necessaria linea della fermezza” ,“finora nulla di serio è stato comunicato né tanto meno condiviso con poliziotti e carabinieri incaricati di seguire il caso, e il risultato è il beffardo (oltre che bugiardo) comunicato di ieri”.
Sul Corriere si riferisce anche di una notizia di una condanna all’ergastolo in Egitto per un bambino di tre anni: è accaduto in uno dei processi di massa contro i Fratelli musulmani. L’accusa: omicidio e atti vandalici compiuti in un corteo di sostenitori del deposto presidente Morsi. Dopo le proteste, l’assurdo verdetto è stato ritirato: c’è stato uno scambio di persone, hanno detto le autorità egiziane.
Su La Stampa: “Regeni, un mese di inganni. Tensioni tra Italia ed Egitto”, “Non arrivano le risposte promesse ai nostri investigatori”, scrive Francesco Grignetti. Che riferisce anche della visita, oggi, del ministro Gentiloni a Cipro per un vertice con i Paesi mediterranei. Potrebbe incontrare il suo omologo egiziano: “ovvio che ripeterà il mantra di queste settimane. Gli italiani infatti si attendono dall’Egitto non parole, ma tabulati telefonici, il traffico dei cellulari che hanno sostato sotto casa Regeni il giorno del rapimento, e poi ancora i verbali di interrogatorio delle persone interrogate finora, i risultati dell’autopsia, le registrazioni dei video che riprendevano la via dove abitava Regeni”.
Su La Repubblica: “Regeni, l’ultima verità del governo egiziano: ‘vendetta personale’”, “Il Cairo: ‘Contatti con ambienti della droga’. Ma gli esami tossicologici lo smentiscono. Gentiloni: ‘Bugie’”. Di Carlo Bonini e Giuliano Foschini. E sulla stessa pagina: “’Basta fango, pronti a denunciarli’”, “Lo sdegno dei familiari del ricercatore: ‘Un depistaggio’. Oggi sit in davanti all’ambasciata” (oggi alle 14.00 davanti all’ambasciata egiziana a Roma)
Su Il Fatto: “L’Egitto gioca a mosca cieca: ‘Regeni? Vendetta personale’”, “Gli inquirenti del Cairo cambiano di nuovo versione. Gentiloni: ‘Vogliamo la verità’”, “Il team legale mandato dal governo italiano – scrive Valeria Pacelli- continua a esser di fatto tenuto fuori dalle indagini”. E a pagina 11: “Gli assassini di Giulio ci prendono in giro”, scrive Guido Rampoldi.

La Consulta e le moschee in Italia.

Sul Corriere a pagina 27 un articolo di Pierpaolo Rio si occupa della bocciatura da parte della Corte costituzionale della legge della Regione Lombardia sui luoghi di culto: “Lite tra gli islamici e Maroni sulla legge ‘anti moschee’”, “La reazione del governatore al no della Consulta: ‘Allah Akbar’”. Le norme che prescrivevano regole urbanistiche più severe per la nascita di spazi di preghiera erano state approvate nel gennaio 2015 dalla giunta Maroni. Paletti severi: telecamere collegate alla Questura, parere preventivo dei residenti e della polizia, aree parcheggi grandi almeno due volte la superficie dell’edificio. Immediate furono le polemiche: proteste delle comunità religiose, dubbi della Curia milanese, opposizioni in rivolta che chiedono l’intervento del governo. Che due mesi dopo impugna la legge. Il caso è stato affrontato ieri dal presidente della Corte costituzionale Paolo Grossi, che è stato eletto proprio ieri: “la nostra preoccupazione è essere custodi dei diritti fondamentali: il nucleo essenziale della sentenza poggia sull’evitare discriminazioni”.
La Repubblica intervista il presidente della Regione Lombardia, il leghista Roberto Maroni, che dice: “La Corte mi boccia ma sulle moschee voglio il voto popolare”.
Roberto Rho, sulla stessa pagina, in un commento, sottolinea: “Ma confinarli in un garage non garantisce la sicurezza”.
Il quotidiano raccoglie anche le reazioni alla decisione della Corte costituzionale: “Le comunità: ‘Quei divieti un favore ai fondamentalisti’”, “L’Ucoii (Unione comunità islamiche d’Italia) plaude alla sentenza. L’allarme del Viminale per il moltiplicarsi di centri islamici indipendenti: ‘Zona grigia a rischio’”.

Libia

Sul Corriere: “Forze speciali e blitz in Libia, la guerra ‘segreta’ di Parigi”, “Si delinea la strategia francese. Mentre Roma aspetta un governo”. E’ Guido Olimpio a riferire delle indiscrezioni di Le Monde, che ieri confermava la presenza di forze speciali francesi.
Due intere pagine su La Repubblica: “’Forze speciali francesi in Libia’. Azione a Bengasi”, “Parigi ha inviato due unità da settimane a sostegno della fazione di Tobruk” (ovvero quella del generale Haftar, sostenuto dall’Egitto, ndr.), “Gentiloni: ‘No a improbabili spedizioni militari’. Dopo i raid Usa l’Is assalta Sabrata”.
A pagina 15 “lo scenario” e “la guerra del petrolio”, dove vengono illustrate le questioni cruciali su questo tema: “Ecco perché l’Is incendia i pozzi” (di Vincenzo Nigro), “Droni e check-point (di Giampaolo Caladanu), “Business ormai ridotto di un terzo” (di Maurizio Ricci), “Rinnegata la regola di Bin Laden” sul tema dei disastri ambientali (Renzo Guolo) e “L’Eni estrae ancora, teme ritorsioni” (di Andrea Greco).
Su La Stampa: “Libia, le mani di Haftar su Bengasi”, “Il generale a capo dell’esercito di Tobruk avanza col sostegno dei commando francesi, L’Isis tenta il contrattacco a Sabrata ma viene respinto dalle forze di Tripoli”. Ne scrive Giordano Stabile.

Iran

Su La Repubblica due intere pagine dedicate alle elezioni domani in Iran. Lo “scenario” viene tracciato da Roberto Toscano: “In Iran la battaglia del cambiamento, le riforme di Rouhani al test delle urne”, “La consultazione di domani sarà cruciale per determinare il rapporto tra le diverse componenti del regime. Il progetto di apertura del presidente è in salita e contrastato dai conservatori. Su 3mila candidati moderati, il Consiglio dei guardiani ne ha ammessi solo 30”, “la speranza che l’accordo nucleare potesse essere il primo decisivo passo verso un rinnovamento interno comincia a essere intaccata da un crescente pessimismo sulle promesse di libertà individuali”. “In un certo senso -scrive Toscano- proprio nel momento in cui i riformisti -sia per la potente reazione dei conservatori all’esperimento Khatami che per i propri errori- sono apparentemente fuori gioco, è la maggioranza del Paese ad avere adottato il progetto politico di un cambiamento graduale, un progetto che ha l’appoggio di riformatori che non sono riformisti, ma che sono convinti della necessità del cambiamento e del pericolo di un ritorno all’estremismo ideologico di Ahmadinejad. Una coalizione che infatti si presenta alle elezioni come ‘Alleanza dei riformisti e dei sostenitori del governo’”.
Di fianco, intervista di Vanna Vannuccini al Premio Nobel per la Pace, Shirin Ebadi: “Ma l’esito del voto non intaccherà il potere del Laeder” (la Guida suprema, Khameney, ndr.), “Non accade nulla senza che Khameney sia d’accordo”, “se fossi in Iran non andrei a votare”.
Su La Stampa: “Teheran al voto per il nuovo Parlamento. Khameney chiama gli iraniani alle urne”, “Ma l’esito più importante riguarda l’Assemblea degli Esperti che controlla la Guida Suprema”. Se ne occupa in un reportage Claudio Gallo. Ed è il tema dell’inserto “Origami” oggi in edicola con il quotidiano.

Lega araba

Su La Stampa Francesca Paci si occupa del vertice della Lega araba che dovrebbe tenersi il 6 aprile a Marrakesh: “’La Lega araba non esiste più’. E il Marocco cancella il vertice”. Con una dura nota il ministro degli Esteri del Marocco Salaheddine Mazouar, re Mohamed VI ha fatto sapere al segretario generale Nabil al-Arabi e ai colleghi con base al Cairo che il suo Paese si tira indietro e non ospiterà il 27esimo summit perché “in assenza di obiettive condizioni di successo” rischia di essere “fine a se stesso” e di rifilare alla gente “una falsa impressione di unità e di solidarietà fra gli Stati arabi”. A tre quarti di secolo dalla creazione della Lega araba -scrive Paci- l’Iraq è a pezzi, la Siria non c’è più , lo Yemen è lacerato da una guerra, la Libia è una polveriera, il Libano balla tristemente sul Titanic, l’Arabia saudita ha perso con il valore del greggio tutta l’allure dell’onnipotente petrolmonarchia. E nelle parole del ministro Mazouar si ode anche l’eco della tensione crescente testimoniata dalla decisione dell’Arabia saudita di tagliare 3 miliardi di dollari di aiuti all’esercito libanese, reo di non aver affiancato a sufficienza Riad nello scontro politico con Teheran e di conseguenza in quello tra sunniti e sciiti.

Usa (primarie)

Sul Corriere: “’Trump express’ travolge tutti. Già decisa la corsa repubblicana?”, “In Nevada terzo successo di fila. E i suoi elettori non si nascono più”, scrive Giuseppe Sarcina da Las Vegas. “C’è un’America che sta uscendo dal sottosuolo della politica e urla ‘Donald Trump for president’. Lunedì 22 febbraio ottomila di questi cittadini amareggiati, delusi, arrabbiati, hanno stipato il casinò Saoth Point Arena di Las Vegas. Erano arrivati dallo Utah, dal Wisconsin, dalla California, dall’Arizona”. Il giorno dopo, il 23, i risultati dei caucus, le assemblee dei votanti in Nevada, “sono semplicemente devastanti. Nel 2012 si erano presentati ai caucus 33mila persone su un bacino di 400 mila repubblicani. Questa volta, si diceva alla vigilia, saranno al massimo 40 mila. Sono stati, invece, 74.870. e il 45,95 del totale, cioè 34.531 elettori ha scelto Trump. Il leader ha praticamente doppiato i concorrenti diretti (Rubio 23,9%, Cruz 21,4%). “A questo punto -scrive Sarcina- il fenomeno nuovo che andrebbe studiato, compreso più a fondo, non è più tanto Donald Trump, quanto i suoi elettori”. “Macchiette?”, “forse ancora per qualche commentatore europeo (sempre meno)”. Dopo aver “steccato” nella tappa iniziale dell’Iowa, Trump “ha sfondato tra gli evangelici del New Hamshire, sulla costa Est del Paese, nel South Carolina e nel Far West del Nevada”: quella di Trump è “un’offerta rozza e politicamente scorretta finché si vuole, ma trasversale alle geografie, ai ceti sociali, agli orientamenti religiosi”.
Sulla stessa pagina Maria Laura Rodotà scrive che quattro studenti della Rice University di Huston hanno creato un programma che fa comunicare in “trumpese”. Per il “TrumpScript” le regole sono: “niente decimali, solo numeri interi. L’America non fa nulla a metà”; “Tutti i numeri devono essere maggiori di un milione”, “Tutti i programmi devono terminare con l’America è grande’”. Rodotà ricorda che se con Obama otto anni fa le parole e gli slogan furono “speranza” e “cambiamento”, con Trump sono “great” (grande, così deve tornare l’America); “huge” (enorme, pronunciato alla newyokese, “hiuuuug”), e “tremendous”, e tali sono le sue vittorie. Ma anche “wall” (il muro da costruire con il Messico) e “stupid” (qualunque avversario) o “muslims” (musulmani da deportare).
Su La Stampa, pagina 14: “Trump-Clinton, i super favoriti che possono ancora essere sconfitti”, “Hillary alle prese con lo scandalo mail. Il tycoon ripudiato dall’establishment”. Ne scrive Paolo Mastrolilli.
Su La Repubblica, il fotoreportage di Ramak Fazel correda l’articolo dell’inviato Federico Rampini: “I volti della folla che vuole Trump e sogna un’altra ‘Grande America’”

E poi

Su La Repubblica, alle pagine della cultura, intervista allo storico e politologo francese Pierre Rosanvallon: “Non basta il voto per essere cittadini”, “La democraticità delle elezioni va unita alla democraticità dell’azione di governo”, “Per diventare davvero responsabile l’esecutivo deve essere sottoposto a valutazioni più frequenti, a un controllo continuo da parte della gente comune. Così si evitano le derive autoritarie o populiste”. “I nostri regimi possono essere considerati democratici, noi però non siamo governati democraticamente”, scrive Rosanvallon nel suo ultimo saggio, ‘Le bon gouvernement”. Ne scrive da Parigi Fabio Gambaro.
Su La Stampa Raphael Zanotti e Giacomo Galeazzi si occupano della ricerca Istat sulla nostra propensione alla pratica religiosa: il quadro che ne vien fuori -scrive Raphael Zanotti- è quello di un Paese che viaggia verso la secolarizzazione. “Cresce l’Italia che diserta le chiese. Più facile perdere la fede a 55 anni”, “La secolarizzazione avanza. E uno su cinque non entra mai in un edificio di culto”. Il confronto con il 2006 ci dice che la fascia d’età più disillusa è quella tra i 55 e i 59 anni (-30% dei frequentatori di luoghi di culto). Gli over50 lasciano la Chiesa? Sulla stessa pagina, intervista al cardinal José Saraiva Martins, prefetto emerito della congregazione dei Santi, che dice: “Gli ex ragazzi degli anni 80 pensano di essere sufficienti a se stessi”, “Colpa dell’edonismo di quell’epoca. Siamo una società basata sull’effimero e sui piaceri immediati”.