Amato è avanti, Letta in corsa

Pubblicato il 24 Aprile 2013 in da redazione grey-panthers
inverno

Le aperture

Il Corriere della Sera: “Amato è avanti, Letta in corsa. Oggi l’incarico, si prepara un governo snello di 12 ministri. Napolitano pensa all’ex premier. Sì di Berlusconi, disponibilità anche dal Pd che però teme resistenze interne”. A centro pagina: “Spread, l’Italia respira. Bankitalia: le tasse pesano sui cittadini onesti”.

Il Sole 24 Ore. “La corsa ai BtP lancia Piazza Affari. L’effetto liquidità premier Italia e Spagna, cresce l’attesa sul taglio dei tassi Bce. I dati economici non fermano i mercati: i rendimenti dei titoli decennali cadono al 3,94 per cento, lo spread a 268 punti. Milano guadagna il 2,93 per cento”. A centro pagina: “Amato in pole, in campo anche Letta. Il Presidente vuole dare l’incarico ad una figura politica. Oggi la scelta”.

La Repubblica: “Berlusconi boccia Renzi premier. Napolitano dà l’incarico: Amato favorito su Letta. Bersani, addio con accuse. Dalla direzione Pd via libera al governo delle larghe intese per ‘occupazione e riforme’. Vendola e Lega non ci stanno, M5S: noi all’opposizione”. A centro pagina: “La Francia dice sì ai matrimoni gay, quattordicesimo Paese al mondo”. E poi lo spread: “Effetto Colle, e lo spread va a picco”.

La Stampa: “Premier, si va verso Amato. Berlusconi blocca Renzi e spinge per l’ex socialista. Letta è in corsa. Oggi la decisione di Napolitano: il nuovo governo forse già in serata”. In prima pagina anche una intervista a Matteo Renzi: “Così voglio cambiare l’Italia. Tony Blair il mio modello”.

Il Giornale: “Meno tasse o voto. Le condizioni di Berlusconi. Governo, Napolitano rinvia su Amato premier. Il Pdl tiene duro su Imu e fisco. Il Pd a pezzi si arrende. Grillo lo molla in Sicilia: è vendetta”.

L’Unità: “Spareggio Amato-Letta. Oggi Napolitano darà l’incarico. Il Cavaliere spinge sull’ex premier, il Pd per il vicesegretario”. A centro pagina: “Bersani conferma le dimissioni. ‘Il Pd diviso perderà sempre’”:

 

Libero: “Occhi alla fregatura. Con la pistola di Napolitano alla tempia, i democratici han dato via libera al governo con il Pdl. Ma ci si può fidare di un partito ostaggio della rete e che ha pugnalato persino i suoi fondatori?”. A centro pagina, con una caricatura, Letta e Amato: “La coppia del nonno. Tramontata l’ipotesi di Renzi: rimangono in lizza Letta e Amato”. In prima anche un riferimento al ministro Grilli: “Accuse al ministro Grilli. ‘Soldi offshore per la casa’”.

 

IL Fatto quotidiano, sulla stessa notizia: “Conti esteri e contanti. Grilli ministri offshore. Ma quando si dimette? Mentre gli italiani (onesti) pagano le tasse il titolare del Tesoro ha un deposito in un paradiso fiscale. Soldi usati per pagare la villa romana ai Parioli”. In apertura: “Pd: signorsì di Napolitano, al governo col Caimano. Bersani dieci giorni fa: ‘Ma ci vedete alleati con Brunetta e Gasparri?’. Adesso l’incubo degli elettori democratici potrebbe diventare realtà. Per le larghe intese B. chiede Amato ma il Presidente decide oggi. In lizza anche Letta jr. Ministri politici”.

 

Renzi, governo

 

La Stampa pubblica una intervista rilasciata da Matteo Renzi il 22 aprile, in occasione della pubblicazione di un supplemento dedicato all’Europa, che uscirà domani con il quotidiano torinese. L’intervista è stata realizzata da diverse testate europee: Suddeutsche Zeitung, The Guardian, Le Monde, El Pais, Gazeta Wyborcza e La Stampa. Sull’Europa dice: “Avrei voluto non una classe politica che dicesse ‘facciamo questo perché ce lo chiede la Merkel’ bensì ‘facciamolo perché ce lo chiedono i nostri figli e nipoti. Detto questo, l’idea di una austerità senza riforme e senza crescita è pericolosissima”. Sulla mancata elezione di Prodi: “E’ mancata la leadership da parte del mio partito”, “non a caso Bersani in modo serio ha rassegnato le dimissioni”, “i prossimi due mesi saranno decisivi per capire se il Pd è il Partito Democratico di Obama o la brutta copia dei partiti italiani degli anni 90”. La sua linea è quella dei Democratici americani, ma nel suo partito c’è anche Fabrizio Barca, su altre posizioni. Renzi risponde che “i democratici in tutto il mondo sono questa cosa qua. Si chiama Partito Democratico quello di Obama, poi dentro ci possono stare anche anime diverse”. C’è posto per queste due anime nel Pd? Non sarebbe meglio dividerlo? “Io vorrei solo due partiti in Italia, come dappertutto”. Renzi dice che in Italia “l’unico sistema elettorale che funziona è quello dei sindaci”, e spiega: “Mi hanno eletto nel 2009, scado nel 2014, quello che devo fare lo faccio, quello che non riesco lo dico, ed eventualmente mi mandano a casa, ma senza inciuci”. In Gran Bretagna la paragonano a Tony Blair, è un paragone positivo per lei? “Blair è stato una pietra miliare per la sinistra europea, le critiche al suo operato che sono venute dopo non possono cancellare il fatto che è un punto di riferimento straordinario. Adoro una sua frase: ‘Amo tutte le tradizioni del mio partito, tranne una: quella di perdere le elezioni’”. Come batterebbe Berlusconi? “Voglio far parte di una generazione che non ha l’obiettivo di mandare Berlusconi in galera, ma di mandarlo in pensione”. E fa appello ad una “Italia delle cose concrete”, che “fa le cose che Berlusconi non ha fatto in venti anni”. E Grillo come si disinnesca? “Abolire il finanziamento pubblico dei partiti e le province, semplificare Camera e Senato, diminuire il numero dei parlamentari, dare immediatamente un segnale di svolta sulla Pubblica Amministrazione”.

Su La Repubblica, ancora in riferimento a Renzi: “Il sindaco rinuncia a Palazzo Chigi. ‘Adesso mi prendo il partito’”. Dove si legge che “sfumata l’ipotesi dell’incarico, Matteo Renzi rilancia e conquista comunque il Pd. Lì dove prima era respinto, da ieri ha le porte spalancate. ‘Ho parlato con Letta, Franceschini, Orfini, con i veltroniani. C’era un sostegno pieno al mio governo, alla fine il vero no è arrivato da Berlusconi. Ma anche questo è un ottimo segno per il futuro’, ha raccontato ai suoi fedelissimi. Significa che la sua leadership è riconosciuta fuori e dentro il Pd. Che adesso tocca a lui decidere come arrivare alle prossime elezioni. Se da segretario del Pd o da candidato in pectore e sostanzialmente unitario, seppure di una forza politica in macerie. ‘Con Letta – spiega – ci siamo capiti al volo. Se andavo a Palazzo Chigi, il segretario sarebbe stato lui’. E’ la saldatura di nuove alleanze, costruita sulla rottura del fronte bersaniano di cui il vicesegretario è stato fino all’ultimo, con lealtà, baluardo. Adesso può succedere il contrario: Letta al governo e lui a Largo del Nazareno”. Tuttavia nello stesso articolo si legge che il gruppo dei sostenitori di Renzi sia, almeno in parte, convinto che il partito sia una “trappola” e che fare il segretario voglia dire consegnarsi ai giochi dei dirigenti “alla Fioroni”: tanto che si parla di voci intimidatorie su un fantomatico dossier contro il sindaco, che sarebbe in preparazione.

Il Corriere della Sera offre un “colloquio” con Renzi dopo la riunione della Direzione del Pd: “La mia impressione è che, se c’è un veto, sia di Berlusconi”, dice, in riferimento ad una sua possibile candidatura a guidare il governo. Il quotidiano scrive anche che Gianni Letta, in seguito, avrebbe chiamato per smentire che Berlusconi abbia qualcosa in contrario. Resta il fatto, dice Renzi, che “Berlusconi ha avuto paura. Paura di andare a votare subito. Ma io non ho fretta”. Perché il “vero dato della giornata”, per Renzi è un altro: “Per la prima volta gran parte del Pd si è ricompattata sul mio nome. Non era mai successo. Il primo che ha avuto l’idea di propormi per la presidenza del consiglio è stato Fassino. Uno a uno, tutti gli altri si sono detti d’accordo. Era d’accordo Walter, era d’accordo Franceschini. In direzione il mio nome è stato fatto esplicitamente da Umberto Ranieri”, allievo di Napolitano, “segno che le perplessità non erano certo del Presidente”. Del siluramento di Prodi dice: “Sono stato l’unico con cui Prodi non se l’è presa. Conservo gli sms che mi ha mandato prima, durante e dopo la votazione con cui è stata affossata la sua candidatura. Io l’ho appoggiato con convinzione”. Rivendica: “Sono stato leale pure con Bersani. Marini non mi pareva l’uomo giusto, e l’ho detto apertamente. E sono contento di aver tirato fuori il nome di Chiamparino. L’ho proposto anche a Berlusconi, che però non lo ha voluto”.

 

Su Il Giornale si scrive che c’è stata – almeno per 24 ore – l’ipotesi di calare la carta più forte e innovativa che il Pd abbia a disposizione. Eppure, secondo il quotidiano, in Direzione il suo nome non è stato pronunciato da nessuno, se non da Umberto Ranieri, l’esponente Pd storicamente più vicino a Napolitano. Entrando in direzione, il sindaco di Firenze si sfila. “Sarebbe l’ipotesi più sorprendente, ma è la meno probabile”. Nel corso della riunione, il segretario dimissionario ha, secondo il quotidiano, riversato sulla platea la propria rabbia e amarezza contro un partito che ha detto “preda di anarchismi e feudalesimi”, che deve assolutamente trovare “un principio d’ordine, altrimenti non saremo mai utili a questo Paese”. Il segretario se l’è presa con i franchi tiratori che hanno affossato Prodi e Marini: “Dicono che volessero colpire me, ma erano missili a testata multipla”. In direzione si sceglie quindi di affidarsi a Napolitano e rimettersi alle sue decisioni. E quando Matteo Orfini ha chiesto di mettere “alcuni paletti” è stato contestato. “Alla fine – commenta Il Giornale – si vota la resa a Napolitano. Il Pd non farà alcun nome per il premier”.

Il Fatto titola: “Delega in bianco al Colle. I Democratici non decidono”.

E ancora secondo Il Giornale la candidatura di Renzi a premier è stata bruciata dal “fuoco amico”, mentre per Il Fatto “Gianni Letta avvisa Renzi: ‘Berlusconi ti teme, non ti vuole’”. In effetti Il Giornale scrive che sulla candidatura di Renzi erano giunte “dosi da cavallo di dichiarazioni favorevoli, persino imbarazzanti per lo spettro politico attraversato. Fratelli D’Italia, Lega, Pdl (con l’eccezione di Gianni Letta e Altero Matteoli) (sic); Scelta civica”.

 

5 Stelle

 

Due intere pagine de La Repubblica sono dedicate al Movimento di Beppe Grillo. Un primo articolo dà conto dei dati relativi alle cosiddette quirinarie, con cui il Movimento doveva esprimersi sui possibili candidati alla Presidenza della Repubblica. Scrive il quotidiano che dei 48 mila aventi diritto hanno votato in 28 mila. Diffusi anche i dati sulle preferenze: Milena Gabanelli 5796, Gino Strada 4938, Stefano Rodotà 4677, Gustavo Zagrebelsky 4335, Ferdinando Imposimato 2476, Emma Bonino 2200, Gian Carlo Caselli 1761, Romano Prodi 1394, Dario Fo 941.

Il quotidiano dà conto dell’ironia sui social network, scrive che il Movimento contesta il calo e Grillo twitta un sondaggio de La 7 che dà i grillini come secondo partito, con il 29.1 (primo sarebbe il Pdl). Alle stesse pagine, si scrive che nel test in Friuli i consensi sono stati dimezzati e che è fallito anche il ballottaggio a Udine, dove si votava per le elezioni comunali ed il candidato sindaco grillino Cavinato si è fermato al 14 per cento, per cui la sfida sarà tra tra l’uscente di centrosinistra Honsell e lo sfidante di centrodestra Ioan. Il quotidiano intervista anche il senatore friulano 5 Stelle Battista, che ammette che in Friuli Venezia Giulia sono stati fatti degli errori, “non abbiamo saputo proporre soluzioni reali ai problemi del Paese”. “Da noi il dramma è l’occupazione, c’è una moria di aziende, la provincia di Pordenone è al secondo posto per fallimenti”, “nel Movimento continuiamo a dibattere di ambiente, turismo, agricoltura”. E poi: “Dobbiamo metterci in testa che Grillo non basta”, dice, in riferimento al fatto che il leader sia andato a fare campagna in regione. “Se anche Beppe riempie cinque piazze con 50 mila persone, ne restano un milione da convincere”. Avete pagato gli errori fatti a Roma? “Basta guardare i numeri delle quirinarie. Hanno votato in 28 mila, i nostri attivisti. 28 mila su 8 milioni di elettori che sono persone normali. E’ l’uomo della strada che prima votava altro e ci vede come forza di rottura”, “a queste persone non importa niente se applaudiamo o no Napolitano (io l’ho fatto) o se andiamo o no al Colle. A loro importa avere risposte per la loro vita, per le loro aziende. Tenere fermi i palazzi per 50 giorni non aiuta”. Cosa dovevate fare? “Piaccia o no, la politica è dialogo”.

Su L’Unità: “Il bluff quirinarie. A Rodotà 4766 voti”. Il quotidiano scrive anche che con “tempismo sorprendente”, mentre il Pd affrontava un delicatissimo passaggio e discuteva di un nuovo governo da allestire, su indicazione del Capo dello Stato, con la destra di Berlusconi, con un post pubblicato ieri sul blog di Grillo si è statuito che il modello Sicilia-Crocetta non esiste più. I 15 consiglieri regionali del Movimento 5 Stelle siciliano affermano che la Commissione finanze avrebbe tagliato tutti i loro emendamenti. La Repubblica dà conto delle dichiarazioni degli esponenti 5 Stelle in Sicilia: “La rivoluzione di Crocetta sta finendo ancor prima di cominciare, stiamo registrando una serie di episodi che vanno verso la strada dell’inciucio rispetto a quella del cambiamento”, ha detto il capogruppo all’Assemblea Regionale Cancelleri.

Su Il Giornale: “La vendetta di Grillo sulla sinistra. Manda all’aria la giunta Crocetta”, “rottura totale in Sicilia. E viene a galla il bluff quirinarie. Hanno votato sul web solo in 28 mila. Per Rodotà ‘presidente degli italiani’ solo 4 mila preferenze. E si cita il commento ironico di Andrea Sarubbi, ex deputato Pd: “Il corpo elettorale delle #quirinarie è pari a quello della parrocchia di Don Bosco, sulla Tuscolana. Forse leggermente inferiore”.

“Quirinarie versione Lilluput. Solo 4677 voti per Rodotà” titola La Stampa.

 

E poi

 

“Francia, via libera alle nozze gay”, titola La Repubblica, spiegando che ci sono voluti otto lunghi mesi per fare della Francia il nono Paese europeo e il quattordicesimo del pianeta dove le coppie gay possono sposarsi. L’Assemblea Nazionale ha dato il via libera con 331 favorevoli e 225 contrari al disegno di legge governativo, ma prima di promulgare la legge il Presidente Hollande dovrà aspettare il verdetto del Consiglio costituzionale, cui la destra si è rivolta per sollevare alcune eccezioni di costituzionalità. Nel 2011 i saggi avevano già detto che la questione riguardava il legislatore e non loro. Malgrado le manifestazioni ostili, secondo La Repubblica, la maggioranza dei francesi è rimasta favorevole alla legge, sondaggi alla mano: meno consensi, invece, raccoglie l’altro punto chiave, ovvero la possibilità per le coppie omosessuali di adottare bambini. Su questo insistevano i dimostranti, il cui slogan principale era, per l’appunto, “un padre, una madre”. Ma il quotidiano ricorda che le famiglie con due genitori dello stesso sesso esistono già in Francia, poiché la legge consente l’adozione ai single. Da questo punto di vista la legge serve soprattutto a dare gli stessi diritti e gli stessi doveri ai due coniugi e non al solo dei due che ha adottato il bambino.

 

Su La Stampa si dà conto delle parole che avrebbe pronunciato con gli investigatori l’attentatore della maratona di Boston sopravvissuto, Dzhokar Tsarnaev: “Abbiamo fatto tutto da soli, senza l’aiuto di gruppi internazionali, per difendere l’Islam sotto attacco”. Nella sua ricostruzione sarebbe stato il fratello maggiore ad ideare l’attacco.

 

Il Foglio pubblica un lungo articolo del Wall Street Journal, old media per eccellenza, cui hanno contribuito ben 18 giornalisti in tre diversi Paesi (Russia, Usa, Canada), per descrivere il “percorso di formazione” e la storia della famiglia dei due fratelli ceceni, la svolta verso l’Islam radicale, la vita condotta nel Paese in cui si erano trasferiti. Gli interrogatori dell’FBI del fratello poi ucciso, Tamerlan, che negli anni passati fu fermato dai servizi americani su segnalazione di quelli russi.

 

Sul Corriere della Sera si dà conto della pubblicazione di una ricerca inter-universitaria diretta da Enzo Pace, edita da Carocci: “Le religioni nell’Italia che cambia. Mappe e bussole”. Ne parla sul quotidiano Francesco Margiotta Broglio, evidenziando come emerga da questo studio tutta la complessità di una società religiosa sempre più multietnica, e come alla crescente secolarizzazione si accompagni, nell’Italia di oggi, la sorprendente vitalità delle minoranze religiose, moltiplicate dai flussi migratori.

 

Alle pagine R2 de La Repubblica si parla di Russia, con una intervista al blogger Alexei Navalny e un articolo di Bill Keller: “Il blogger e lo zar. Le sue inchieste hanno svelato la corruzione del potere: così Navalny è diventato il grande oppositore di Putin. Oggi inizia il processo contro di lui”.