Don Lisander, uno scrittore a spasso per Milano

Pubblicato il 15 Settembre 2020 in , , da Pierfranco Bianchetti
Alessandro Manzoni

Lo chiamano Don Lisander i passanti milanesi che spesso lo incontrano dalle parti di Piazza Scala di fronte a uno dei teatri più prestigiosi d’Europa. Questo austero signore, il cui nome è Alessandro Manzoni, esce ogni mattina dalla tranquilla casa con giardino in Via Moroni con vista su Piazza Belgioioso, per fare la sua quotidiana passeggiata. Il più grande romanziere italiano affezionato alla sua città passa però anche lunghi periodi nella quiete della villa di Brusuglio a Cormano appena fuori Milano. Il 24 aprile 1821 lo scrittore inizia la stesura di un romanzo storico, Renzo e Lucia, che ha in mente da molti anni ispirato a un libro Storia di Milano di Giuseppe Ripamonti. Nel 1925 la sua nuova opera destinata a diventare uno dei capisaldi della letteratura italiana studiata da intere generazioni di giovani, sarà data alle stampe con il titolo di I promessi sposi. Al centro della storia vi è l’amore di due giovani lombardi, Renzo e Lucia, minacciato da Don Rodrigo, un signorotto prepotente che vuole impedire il loro matrimonio facendo pressioni su Don Abbondio, un parroco codardo, mentre a Milano la peste del 1630 sta mietendo migliaia di vittime. La prima edizione è stampata dalla tipografia milanese di Vincenzo Ferrario ed esce il 15 giugno 1827. Manzoni però non è contento del risultato e nell’estate di quell’anno va a vivere con la famiglia a Firenze per “risciacquare i panni in Arno”, cioè correggere in fiorentino il testo la cui versione definitiva sarà terminata tra il 1840 e il 1842. Letto da milioni di persone in tutto il mondo, il romanzo nel 1909, ventiquattro dopo la nascita del cinematografo Lumiére, è pronto per essere raccontato sul grande schermo dal regista Mario Morais nel cortometraggio I promessi sposi prodotto dalla Comerio Film, seguito a ruota dal film omonimo di 70 minuti di Ubaldo Mario Del Colle del 1913 prodotto da Ernesto M. Pasquali e nello stesso anno da un’altra pellicola ancora di 70 minuti per la regia di Eleuterio Rodolfi della Ambrosio Film. Le due pellicole sono il frutto dello spirito di competizione che anima queste due case di produzione cinematografiche torinesi da sempre concorrenti agguerrite. Tocca poi a Mario Bonnard dieci anni più tardi realizzare un nuovo I promessi sposi, che diventa in breve tempo un vero e proprio kolossal di grande successo popolare.

Alessandro Manzoni
I promessi sposi (Camerini, 1941)

Sono gli anni del muto, ma la potenza dell’opera di Manzoni buca lo schermo commuovendo milioni di persone. Passerà ancora diverso tempo prima che gli spettatori italiani tornino nel buio della sala cinematografica a seguire la sorte sfortunata dei due poveri fidanzati. Il film di Bonnard nel 1934 verrà rieditato, sonorizzato e doppiato nelle sequenze più importanti. Nel 1941 tocca a Mario Camerini dirigere una nuova versione de I promessi sposi interpretata da Gino Cervi e Dina Sassoli, prodotta dalla Lux e con la sceneggiatura di Ivo Perilli. La pellicola, girata nel lecchese e nel comasco, deve fare i conti con la censura del regime. Il lei manzoniano è sostituito dal voi fascista e come ricorderà diverso tempo dopo lo stesso Camerini “il soggetto poteva essere considerato antifascista per la rappresentazione del sopruso e della violenza fortunatamente non colti dal fascismo”. Sei mesi di riprese, un cast di prestigio e un dispendio di energie finanziarie notevoli, sono più che giustificati perché la pellicola, uscita a Roma il 19 dicembre 1941 e a Milano il 22, ottenga il consenso della critica e del pubblico. Alla Mostra del Cinema di Venezia del 1942, l’ultima edizione prima dell’interruzione bellica, I promessi sposi vince il premio come miglior film uscito nella stagione 1941-’42.

Alessandro Manzoni
I Promessi sposi (1967)

Filippo Sacchi sul Corriere della Sera del 24 dicembre lo definisce “un bel romanzo di avventure e un’illustrazione riuscita e utilmente divulgativa”. Nel 1963 è Mario Maffei a firmare una piatta produzione italo – spagnola con Gil Vidal nel ruolo di Renzo e Maria Silva in quello di Lucia. Il capolavoro manzoniano passa poi in televisione per la regia di Sandro Bolchi nel 1967 con ascolti record. I due attori protagonisti, Nino Castelnuovo (Renzo Tramaglino) e Paola Pitagora (Lucia Mondella), diventeranno popolarissimi presso il grande pubblico italiano. Nel 1989 è ancora il regista Salvatore Nocita a firmare una nuova edizione televisiva interpretata da un cast stellare con Danny Quinn (Renzo), Delphine Forest (Lucia), Franco Nero (Fra’ Cristoforo), Gary Cady (Don Rodrigo), Dario Fo (Azzeccagarbugli), F. Murray Abraham (l’Innominato), Burt Lancaster (Cardinale Federico Borromeo) e Alberto Sordi (Don Abbondio). Nel 2004 è Francesca Archibugi a rileggere liberamente il capolavoro di Manzoni in Renzo e Lucia, uno sceneggiato sempre per la tv scritto da Nicola Lusuardi e Francesco Scardamaglia e andato in onda su Canale 5 in due puntate. Gli interpreti sono Michela Macalli (Lucia), Stefano Scandaletti (Renzo), Stefano Dionisi (Don Rodrigo), Paolo Villaggio (Don Abbondio) affiancati da molti altri attori.

Alessandro ManzoniAlessandro Manzoni ritorna nuovamente nel 1840 con il saggio Storia della colonna infame alla Milano della peste del 1630 raccontando la vicenda di una terribile ingiustizia dimenticata e rimossa, l’uccisione di due presunti untori responsabili del diffondersi della malattia. Nel 1973 dopo vari tentativi falliti del produttore Venturini e dei registi Visconti, Lattuada e Damiani, il milanese Nelo Risi (Diario di una schizofrenica) fratello di Dino, traduce in immagini questo racconto storico intitolandolo semplicemente La colonna infame, sceneggiato da lui e da Vasco Pratolini. La pellicola descrive con efficacia l’ignoranza, la superstizione e il pregiudizio che dominano la società milanese del 1630 colpita dall’epidemia. Il capitano di giustizia Arconati (Helmut Berger) alla ricerca degli improbabili untori responsabili della diffusione della peste effettuata imbrattando i muri e le porte della città, arresta il commissario di sanità di Porta Ticinese Guglielmo Piazza (Vittorio Caprioli). L’uomo è torturato atrocemente fino a indurlo a confessare davanti al tribunale la colpevolezza di Gian Giacomo Mora (Francisco Rabal), il barbiere con negozio in piazza Vetra quale autore del contagio. I due, malgrado le proteste del Cardinal Borromeo, moriranno sulla ruota e sulle macerie della casa di Mora una colonna “infame” verrà eretta come monito per le masse destinata a diventare il simbolo della vergogna dei giudici assassini. Il monumento forse per una sorta di senso di colpa dei cittadini milanesi, verrà abbattuto nel 1778. Il film di Nelo Risi con Lucia Bosè nel ruolo di Chiara, la moglie di Mora, pur non tradendo il testo letterario, si ispira all’ attualità politica italiana dei primi anni Settanta. Alessandro Manzoni dopo una vita dedicata alla narrativa, alla poesia e alla drammaturgia, muore nella sua città il 22 maggio 1873 (i funerali saranno imponenti come quelli di Giuseppe Verdi tre decenni dopo). Nel 1875 nella vicina piazza S. Fedele verrà costruito in suo onore un teatro poi distrutto dai bombardamenti del 1943. Don Lisander dalla limpida, incisiva e avvincente scrittura, probabilmente se fosse vissuto in un’epoca successiva sarebbe stato un grande narratore per il cinema, uno sceneggiatore capace di mettere per immagini la sua poetica visione del mondo.

Alessandro Manzoni
I Promessi sposi (1989)

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