Sostenibilità e arredo, un connubio sempre più attuale

Pubblicato il 17 Giugno 2021 in , da Arturo Dell'Acqua Bellavitis

Il telegiornale presenta quotidianamente i danni all’ecosistema che le attività umane in ogni contesto ambientale continuano a provocare. E’ ormai diffusa la coscienza di una strada senza ritorno se non si provvede urgentemente. In Italia questa sta ormai diventando una diffusa convinzione, per cui siamo molto attenti al consumo di cibi la cui produzione generi basse dosi di anidride carbonica sia per effetto della produzione sia del trasporto. Il recupero delle produzioni di vicinato si muove proprio in questo senso. Cosa succede, però, quando ristrutturiamo casa o anche solo rifacciamo gli impianti del bagno o la piastrellatura della cucina? Non è minimamente diffusa una consapevolezza di come ogni cittadino europeo generi una quantità di 1,78 tonnellate di rifiuti da materiali di  costruzione per anno. L’industria delle costruzioni è responsabile in effetti di un terzo dell’ammontare dei rifiuti globale. Peraltro è sorpresa comune l’osservazione della quantità di rifiuti che qualsiasi intervento edilizio genera, così come la sorpresa per i costi del trasporto degli stessi alle discariche e il loro smaltimento. E la ragione è da ritrovarsi nei materiali usati per la maggior parte non riciclabili.

Le aziende, quindi, sono molto sensibili a queste nuove attenzioni e stanno immettendo sul mercato nuovi prodotti come ad esempio i mattoni antifuoco realizzati al novanta per cento con macerie edilizie. Nascono, infatti, mattoni che possono avere una gamma molto ampia di colorazioni, dal maggior potere isolante rispetto a quelli in argilla, con lo stesso peso e con un aspetto molto simile a quelli tradizionali. Molti studi di architettura recuperano infatti materiali tradizionali e particolarmente sani, come il sughero, unitamente a questi nuovi prodotti in materiali riciclati.

Assistiamo anche alla nascita di nuovi validi prodotti come ad esempio i pannelli e controsoffitti in fibre di cellulosa più volte riciclata e non più utilizzabile nell’industria cartaria e che, altrimenti, verrebbero bruciate o portate a discarica. Lo slogan di società produttive come la catalana Honext è “per ogni dieci metri cubi del nostri prodotti risparmiamo nove alberi”.

E’ questo un classico esempio del processo di up-cycling di cui tanto sentiamo parlare nel mondo dell’abbigliamento: il riuso di abiti che dovrebbero essere bruciati o eliminati. Il riferimento alla moda non è casuale perché tutti il sistema moda italiano ha imboccato la strada della sostenibilità e accanto alla  filosofia delle tre R: “Riciclare-Ridurre-Riutilizzare” si aprono nuove strade. Ad esempio abbiamo la produzione di piastrelle utilizzando i gusci dei frutti di mare eliminati dall’industria ittica e dalle ‘sea farms’. Ne nascono piastrelle che possono sostituire molto efficacemente sia per aspetto sia per prestazioni le cementine recentemente tornate tanto di moda.

Una nuova società creata da due ragazze siciliane che hanno studiato a Milano produce oggi tessuti con una stupenda mano ricavati dagli scarti delle arance utilizzate dall‘industria che produce succhi. Ferragamo e altri brand del made in Italy li hanno usati per intere collezioni e oggi se ne stanno studiando le applicazioni nel mondo dei tendaggi e del tessile per gli interni.

Anche il mare ci può aiutare: la poseidonia, alga diffusissima nel Mediterraneo, quando il rizoma della pianta perde le sue fibre viene trasformata per effetto del movimento del mare in inviluppi di fibre col caratteristico aspetto della palla di fibre secche che così spesso troviamo sulle nostre coste.

Hanno un forte potere isolante e si stanno studiando sistemi per realizzare tappeti e pannelli per isolamento termico. Ma anche il mondo delle finiture vede sempre più affacciarsi nuovi materiali come il tessuto ligneo studiato dalla Nuo di Roma che sostituisce efficacemente le impiallacciature tradizionali usate nell’arredo con notevole riduzione delle emissione di CO2. Analogamente il settore delle lampade vede affacciarsi nuovi materiali come l’uso della cellulosa batterica in diverse colorazioni e in diverse traslucenze  che offrono notevoli possibilità interpretative ai designer.

Ma anche l’elettrodomestico vede una vera e propria rivoluzione. La Miele, ad esempio, propone una lavatrice pensata per venti anni di servizio, con un contenuto all’ottanta per cento di metallo riciclato, con un basso consumo di energia  e possibilità di utilizzare acqua piovana, da pozzo o similare. Questa macchina può generare anche un risparmio di detersivo di circa il 30% grazie a un sistema duplice di dosaggio. Oggi  il limite di tali macchine è il loro notevole costo che, evidentemente, ne fanno un oggetto da elite, ma è chiaro che questa sarà la strada che in un  futuro vicino sarà battuta da molti.

Ovviamente il concetto di durata si accompagna a quello di attenzione ambientale. Se, infatti, si afferma sempre di più la ricerca di arredi di qualità che non necessitino di essere sostituiti presto,  le aziende di livello alto come la Riva di Cantu’ o Poltrona Frau elaborano kit di prodotti per la cura, la manutenzione e alla lunga la vita degli arredi di loro produzione. Senza nulla togliere al desiderio di una casa sempre attuale e con un’immagine fresca, forse dobbiamo imparare a far convivere quanto già abbiamo con un nuovo uso degli spazi o dei colori, in questo modo allungando la vita degli oggetto intorno a noi. Dobbiamo in sintesi guardare le nostre case da un nuovo occhio: possiamo acquisire una attenzione alla riduzione dell’impatto ambientale analizzando sempre il ciclo di vita del prodotto. Dobbiamo cioè domandarci quale sia la preproduzione, l’acquisizione cioè delle materie prime, la produzione nel lavorare i materiali, creare i componenti e assemblarli, la distribuzione dei prodotti con i temi del packaging  e della logistica, l’uso e le necessità per la loro operatività e manutenzione ed infine la loro dismissione nelle diverse forme  previste. Concetto fondamentale è come sia molto più efficace ed economico prevenire il danno all’ambiente piuttosto che rimediare quando i prodotti sono sul mercato.