Marilyn Monroe e Arthur Miller, l’intellettuale e la diva sexy

Pubblicato il 3 Settembre 2026 in , , da Pierfranco Bianchetti
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La storia d’amore tra Marilyn Monroe e il celebre drammaturgo Arthur Miller è stata una delle unioni più celebri degli anni Cinquanta e Sessanta, descritta dalla stampa dell’epoca come l’incontro tra “il grande cervello americano” e “il grande corpo americano”. Il loro legame, durato circa un decennio ha unito il glamour di Hollywood alla profonda intellettualità teatrale di New York

“La più bella infelice del mondo!” È il titolo del Corriere d’informazione di Milano del 6/7 agosto 1962, dedicato alla tragica scomparsa di Marilyn Monroe, citando una frase che la diva aveva scritto pochi giorni prima della morte: “La gloria è come il caviale: eccellente una volta ogni tanto, ma stucchevole tutti i giorni”. Un chiaro presentimento della sua fine. Nata a Los Angeles il 1° giugno 1926 come Norma Jean Baker, sua madre è una donna affetta da gravi problemi psichici, quindi la piccola trascorre un’infanzia non certo felice, allevata da diverse famiglie adottive all’interno delle quali non si è mai sentita accettata.

Violentata da ragazza, si sposa giovanissima, ma divorzia presto. Prima lavora come modella e poi nel 1946 riesce a entrare nel mondo del cinema, recitando in piccoli ruoli, ma significativi (“Giungla d’asfalto”, “Eva contro Eva”, “Una notte sui tetti”) e poi imponendosi in parti di seduttrice sia sul versante drammatico sia su quello della commedia. In poco tempo Marilyn diventa  un mito irraggiungibile del cinema, protagonista di alcuni film memorabili quali i due film di Billy Wilder “A qualcuno piace caldo” (1959), “Quando la moglie è in vacanza” (1955), due di Howard Hawks, “Il magnifico scherzo” (1952) e “Gli uomini preferiscono le bionde” (1953), ma anche in altre sue indimenticabili interpretazioni come “La tua bocca brucia” (1952) di Roy Card Baker, “Come sposare un milionario” (1953) di Jean Negulesco, “Niagara” (1953) di Henry Hathaway, “La magnifica preda” (1954) di Otto Preminger, “Follie dell’anno” (1954) di Walter Lang, “Fermata d’autobus” (1956) di Joshua Logan, “Facciamo l’amore” (1960) di George Cukor).

Anche la sua vita sentimentale è tumultuosa, complessa e segnata dalla costante ricerca di stabilità emotiva. L’attrice ha numerose relazioni con figure di spicco del cinema e della politica del suo tempo, tra cui spiccano i fratelli Kennedy e Frank Sinatra.  Da 1942 al 1946 è stata la moglie di James Dougherty che aveva sposato a soli 16 anni, soprattutto per evitare di ritornare in affido presso una famiglia o in un orfanotrofio. L’unione arriva al capolinea quando lei inizia la sua carriera di modella e lui è arruolato nella Marina dopo l’entrata in guerra degli Stati Uniti.  Nel 1952 conosce Joe DiMaggio, leggendario campione di baseball che sposa il 14 gennaio 1954. Il matrimonio diventa un evento mediatico clamoroso, ma l’unione durerà solo nove mesi, fino al 27 ottobre, a causa della forte gelosia dell’atleta, che non riesce a sopportare l’immagine di sex symbol di Marilyn. La celebre sequenza della gonna alzata sulla grata della metropolitana di New York nel film “Quando la moglie è in vacanza“, sarà il fattore scatenante di forti tensioni tra i due coniugi. DiMaggio però rimarrà sempre legato all’ex moglie e ogni anno, dopo la scomparsa della diva avvenuta nel 1962, non mancherà di deporre delle rose sulla sua tomba.

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Il matrimonio tra Joe DiMaggio e Marilyn Monroe

L’incontro con l’intellettuale Arthur Miller

La storia d’amore tra Marilyn Monroe e il celebre drammaturgo Arthur Miller è stata una delle unioni più celebri degli anni Cinquanta e Sessanta, descritta dalla stampa dell’epoca come l’incontro tra “il grande cervello americano” e “il grande corpo americano”. Il loro legame, durato circa un decennio tra il primo incontro e il divorzio, ha unito il glamour di Hollywood alla profonda intellettualità teatrale di New York. Quando il 29 giugno 1956 Arthur Miller e Marilyn Monroe si sposano con una cerimonia civile quasi clandestina a White Plains (New York), i giornali dell’epoca non nascosero il loro scetticismo. La stampa definì quell’unione l’incontro impossibile tra “il Cervello” e “il Corpo”, il matrimonio del più grande intellettuale impegnato d’America con la bionda platinata per antonomasia. Eppure, l’evento svoltosi tra i flash accecanti dei fotografi e i numerosi articoli dei rotocalchi, non fu una trovata pubblicitaria, ma l’incastro perfetto di due disperazioni. Quella tra il drammaturgo premio Pulitzer e la dea di Hollywood non è stata una semplice storia d’amore, ma probabilmente il tentativo disperato di due anime complesse di salvarsi a vicenda, finendo invece per consumarsi.

La scintilla della passione scatta dopo il primo vero incontro tra i due avvenuto nel 1951 sul set del film “As Young as You Feel”, dando così inizio ad un amore eccentrico e bizzarro. Marilyn non è ancora il mito affascinante che conosciamo, ma una giovane attrice in lotta contro l’industria cinematografica americana che la vuole solo sexy e muta. Miller, dal canto suo, è un uomo rigoroso, sposato, già consacrato dal successo di “Morte di un commesso viaggiatore”. In quella Manhattan intellettuale e distaccata, Marilyn vede in Miller non un amante, ma un rifugio. Spera che Arthur sia stato affascinato dalla sua personalità, e non solo dal suo corpo che fa sognare milioni di maschi americani.  Arthur Miller è senza dubbio conquistato dalla fragilità di Marilyn, così lontana dal suo mondo borghese. La loro unione si basa sull’illusione che gli opposti si attraggono. Lei cerca di evolversi attraverso la cultura di lui, lui cerca una nuova dimensione di vita inseguendo la luce radiosa di lei. Anche durante il maccartismo, quando il Comitato per le attività per le attività anti-americane mette sotto accusa e processa per le sue idee politiche il commediografo, Marilyn rimane al suo fianco ammirandolo per il suo coraggio e ignorando la pressione degli studios di Hollywood spaventati dalla possibilità che la carriera della diva potesse essere rovinata dal suo legame con Miller.

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Monroe e Miller nella casa del Connecticut

Miller, che ha messo a nudo le contraddizioni del Sogno Americano

Arthur Miller nasce il 17 ottobre 1915 da una famiglia di origine polacca, un tempo benestante ma poi colpita dalla crisi economica a causa della Grande Depressione. Nonostante la sua famiglia non fosse particolarmente religiosa, cresce in un ambiente profondamente ebraico che “aveva limitati rapporti con il mondo esterno” e si reca a pregare, durante l’infanzia, con il nonno, un osservante che ricopre il ruolo di presidente della sinagoga. Da bambino, Miller legge l’ebraico correntemente e, sulle ginocchia dell’adorato nonno, studia i testi sacri e prega. Arthur, a causa del conflitto col padre Isidore, che spesso lo schernisce per la sua poca cultura, e per la crescente vicinanza alle élite intellettuali newyorchesi e alle idee di sinistra, sviluppa un crescente ‘raffreddamento’ verso la propria identità ebraica tanto da definirsi ateo e diventando insofferente verso qualsiasi regola. Per questo decide di affrontare un processo di progressiva “americanizzazione” come molti intellettuali della sua generazione, anche e soprattutto a causa dell’antisemitismo americano che durante la sua giovinezza, negli anni Trenta, aveva subito in prima persona.

Intellettuale molto curioso, riservato e razionale, appassionato di letteratura, studia alla facoltà di giornalismo e teatro. Il giovane è uno studente svogliato, ma un ottimo atleta. Più tardi Miller scopre di essere affascinato dalla cultura, che per lui diventa una missione di vita. A causa dei soprusi antisemiti e del progressivo disinteresse verso la religione, in molte sue opere l’elemento ebraico è decisamente poco presente, contrariamente ad altri grandi della letteratura ebraica d’oltreoceano come Philip Roth o Chaim Potok. Il suo debutto come scrittore di teatro a Broadway arriva nel 1944, ma è con “Erano tutti miei figli” (1947) che Miller impone la sua personalità artistica. In questo dramma, incentrato su un imprenditore che vende pezzi di ricambio difettosi all’esercito, emergono già i cardini della sua poetica: il conflitto generazionale tra padri e figli e l’impossibilità di fuggire dalle proprie responsabilità sociali. Molto ironico è il suo romanzo “A fuoco” del 1945, le peripezie del protagonista antisemita, Lawrence Newman, che a causa del deterioramento delle sue condizioni di salute somiglierà sempre di più a un ebreo da stereotipo, subendo come punizione l’ostilità che egli stesso nutriva verso gli ebrei.

Il crollo del Sogno Americano viene raccontato da Miller nel 1949 con “Morte di un commesso viaggiatore”, un capolavoro gli vale il Premio Pulitzer. Attraverso la figura tragica di Willy Loman, un venditore ormai anziano e consumato dalle sue stesse illusioni, lo scrittore sferra un attacco frontale al Sogno Americano. Miller dimostra che la promessa di felicità basata solo sul successo materiale e sul consumo è una trappola mortale che schiaccia l’individuo. Pochi anni dopo, nel 1953, firma un’altra opera monumentale: “Il crogiuolo” (noto anche come “Le streghe di Salem”). Utilizzando i reali processi per stregoneria del XVII secolo, Miller scrive una potente metafora del maccartismo e della “caccia alle streghe” anticomunista che sta sconvolgendo gli Stati Uniti della Guerra Fredda. Coerente con la sua scrittura rifiuterà di collaborare con la Commissione per le attività anti-americane, rischiando il carcere per difendere la propria integrità. Nel 1964 va in scena l’opera teatrale “Incidente a Vichy”, una riflessione sul nazismo e sulla mancanza di opposizione della società francese (ma anche europea) incapace di contrapporsi alle persecuzioni del regime e della Shoah. La grandezza della produzione letteraria di Miller risiede nella sua capacità di fondere la tragedia classica greca – dove il destino dell’eroe è segnato – con il realismo psicologico moderno. Opere successive come “Uno sguardo dal ponte” (1955), incentrata sul dramma degli immigrati italiani a Brooklyn, confermano la sua straordinaria abilità nel tradurre i grandi dilemmi etici in storie intime, familiari e profondamente viscerali.

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“Gli spostati”

La crisi del matrimonio tra l’intellettuale e la diva sexy

Arthur Miller e Marilyn Monroe scelgono di ritirarsi nella tranquilla campagna del Connecticut, rifugio che però presto si trasforma in una prigione. La frattura insanabile tra i due si consuma la sera in cui Marilyn trova un taccuino di Miller lasciato aperto su un tavolo. Tra quelle pagine, l’uomo di lettere aveva riversato le sue frustrazioni, descrivendo la moglie come una bambina capricciosa e instabile, confessando di vergognarsi di lei davanti ai suoi amici intellettuali. Per Marilyn, che aveva investito in Miller tutta la sua speranza di riscatto culturale, è un trauma devastante. Il marito che lei aveva scelto si comporta nello stesso modo dei cinici produttori di Hollywood. Da quel momento, il matrimonio entra così in una crisi profonda peggiorata dal dolore di ripetuti aborti spontanei e dalla progressiva dipendenza di lei da alcol e barbiturici. Una situazione tragica che lo scrittore non riesce a comprendere né a frenare.

Nella sua produzione sempre di altissimo livello, spicca la pièce teatrale fortemente autobiografica, “Dopo la caduta”, che descrive la fine del matrimonio con la Monroe rappresentandone assai causticamente la personalità fragile, attraverso l’alter ego di Maggie. L’atto finale della loro storia d’amore arriva con il film “Gli spostati (The Misfits)” del 1961. Miller scrive la sceneggiatura della pellicola, diretta da John Huston, proprio come regalo per la moglie nel giorno di San Valentino del 1960, ritagliandole addosso il personaggio della fragile e sensibile Roslyn.

“Gli spostati”, un western moderno di John Huston

La pellicola è ambientata a Reno in Nevada, protagonista la bionda e sexy Roslyn Taber (Marilyn Monroe) che in attesa di divorzio incontra tre cowboy: il giovane Perce Howland (Montgomery Clift), il maturo Gay Langland (Clark Gable) e l’ex pilota Guido Delinni (Eli Wallach). La donna ingenua e insicura, instaura un rapporto diverso con i tre uomini, ma sarà l’anziano Gay a catturare il suo cuore anche se tutti e quattro in questa strana relazione collettiva, metteranno in mostra la loro fragilità umana e psicologica. Rappresentanti di un’America che sta cambiando, ma ancora libera, indipendente e refrattaria alle regole (il loro motto è “Qualsiasi cosa è meglio che stare sotto padrone!”), i tre misfit, sono disadattati sociali, che preferiscono una vita di lavoro precaria inseguendo i cavalli selvaggi, i Mustang, per le pianure sterminate del Nevada, per ricavarne denaro, piuttosto che accettare un’esistenza ‘normale’, un lavoro dipendente, una famiglia tradizionale.

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Monroe e Miller sul set de “Gli spostati”

È il luglio 1958 quando Miller termina la sceneggiatura del film, che entusiasma l’amico Frank Taylor, editore e produttore cinematografico. Viene contattato il regista John Huston in quel momento a Parigi, che accetta subito di realizzare il progetto e sceglie Clark Gable come protagonista insieme a Marilyn Monroe. Nel cast entra a far parte anche Thelma Ritter, ottima caratterista di Hollywood, qui nel ruolo di Isabelle, l’amica di Roslyn. Nel luglio 1960 iniziano le riprese a Reno, in Nevada.  Nel frattempo però il matrimonio tra Marilyn e Arthur è già in profonda crisi.

John Huston, geniale regista molto stimato, ma purtroppo inseparabile dalla sua bottiglia di whisky, come tutta la troupe è costretto a lavorare nel caldo del deserto in un clima di nervosismo e di tensione. A causa dei rapporti ormai pessimi tra i coniugi la situazione degenera.  Quando la diva non bisticcia con il marito, arriva tardi al lavoro comportandosi quasi sempre da star capricciosa. Le cose non vanno meglio per Clark Gable, una delle leggende del cinema americano, ammalato di cuore e neanche per Montgomery Clift la situazione è rosea. Da sempre fragile e bisognoso di tranquillità e serenità, l’attore in questo contesto disastroso finisce per recitare con malavoglia.

Huston disperato, cerca di gestire la situazione minacciato ogni giorno dal produttore che è tentato di far saltare la lavorazione. Un vero disastro per “Gli spostati”, film poco amato dalla critica, ma paradossalmente considerato come uno dei film più belli della carriera del grande John Huston, soprattutto per le straordinarie sequenze girate nella natura arida e affascinante del Nevada. Ne sono testimonianza le strepitose fotografie di Ernst Haas, quindici scatti che riprendono in particolare i bellissimi cavalli selvaggi del posto utilizzati nella pellicola come simboli di libertà. “Ci sono tre fantasmi sul set” racconta Montgomery a un giornalista che lo intervista. “Oltre a me, c’è il vecchio Clark Gable, che sembra sempre sull’orlo dell’infarto e in quanto a Marilyn credo che si regga in piedi grazie solo a pillole stimolanti e a bottiglie di rum…”.

Parole purtroppo profetiche perché “il re di Hollywood” morirà il 16 novembre, mentre un anno più tardi toccherà alla Monroe trovata morta nella sua casa di Los Angeles. Stessa fine, ma nel 1966, per Montgomery Clift rinvenuto senza vita nel suo appartamento di New York dove viveva solo e depresso.  Miller, offeso dalle dichiarazioni di Monty, viene alle mani con l’attore e i due si prendono a pugni davanti alla troupe allibita. Arthur Miller, per nulla felice del risultato del suo lavoro, con il compenso per il copione acquisterà un ranch nel quale sarebbe vissuto fino alla sua scomparsa nel 2005. “Gli spostati” rimane comunque un film affascinante e maledetto, con un commovente finale: Roslyn e Gay si allontano di notte a bordo del camioncino dopo che in cavalli catturati sono stati lasciati liberi. Lei chiede: ”Come fanno al buio a ritrovare la strada”? e lui risponde: “È facile, basta tenere d’occhio quella stella, la strada è sotto la stella e ci porta diritti a casa”.

Dopo un rapido divorzio in Messico nel gennaio 1961, le strade tra Marilyn e Arthur si dividono per sempre. La diva morirà il 5 agosto 1962, a soli 36 anni. Le cause del suo decesso ancora oggi sono misteriose. Al suo funerale il commediografo non parteciperà, tanto è il peso di un amore fallito che lui non riesce a sopportare. Miller si sposerà nel 1962 una terza volta con la fotografa austriaca Inge Morath da cui avrà due figli, Rebecca Miller (poi moglie dell’attore Daniel Day-Lewis) e Daniel Miller. Dopo la scomparsa di Inge nel 2002, il commediografo si lega alla pittrice Agnes Barley molto più giovane di lui. Arthur Miller morirà a novanta anni il 10 febbraio 2025. Marilyn Monroe e Arthur saranno ricordati per sempre come la coppia più stravagante della storia di Hollywood.

 

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