A livello politico è iniziata una fase di accaparramento, con conseguente aumento dei conflitti. Questi sono causati non dalla cattiveria o dalla follia di qualcuno, ma da vari aspetti economici e dalla ricerca infinita di risorse energetiche
Chi ha i capelli grigi forse ricorda la crisi petrolifera del 1973. Erano stati presi alcuni importanti provvedimenti, anche legislativi, per consumare meno petrolio e derivati. La velocità massima consentita in autostrada era stata diminuita a 90 km all’ora; dal 2 dicembre 1973 venne imposto il divieto di circolazione dei mezzi privati nei giorni festivi, pena pesanti multe (fino a un milione di lire). Per gli spostamenti domenicali i cittadini ripiegarono sul trasporto pubblico, sui bus turistici e sull’uso della bicicletta. Furono bandite le insegne luminose animate e di grandi dimensioni. Il telegiornale della sera del Primo Canale fu definitivamente anticipato alle ore 20, orario che il TG1 conserva tuttora. I cinema chiudevano alle 22, mentre le trasmissioni televisive della Rai terminavano alle 22:45. Venne anche imposta la riduzione dell’illuminazione stradale e commerciale. A più lungo termine, venne impostata una riforma energetica che prevedeva la costruzione di centrali nucleari…
Oggi sembra che l’approccio sia un po’ diverso: si cerca di proporre provvedimenti che facciano diminuire il prezzo, in modo da mantenere lo stesso livello di consumo. È importante confrontare questi due modi di affrontare il problema. Nel 1973 non c’era ancora tutto questo interesse verso la crescita, forse perché l’Italia era cresciuta moltissimo dalla fine della guerra fino a quel momento. Ma basta ricordare che a quell’epoca le stime di crescita e i valori del PIL non facevano parte delle notizie del giornale radio. Oggi, invece, la maggior parte degli economisti sostiene che soltanto la crescita permetterà di mantenere il livello di benessere, e di estenderlo ai Paesi meno ricchi.
Purtroppo questa idea della crescita si scontra con le dimensioni finite del mondo e con la quantità delle risorse a disposizione. Nonostante i segnali di allarme che sono stati lanciati nel tempo da una piccola percentuale di scienziati e di economisti, la Storia ha continuato a muoversi nella direzione della crescita e della globalizzazione, e si è arrivati a un punto in cui è molto difficile cambiare obiettivo e/o stile di vita. In Italia c’è un grandissimo consumo di acqua in bottiglia, nonostante l’alta qualità e il basso costo dell’acqua erogata dalla maggior parte degli acquedotti nel territorio: secondo dati del 2025, ogni italiano consuma in media tra i 173 e i 208 litri di acqua in bottiglia all’anno. Ogni anno, in Italia vengono prodotte e immesse sul mercato fino a 10 miliardi di bottiglie in plastica – anche se non tutte vengono usate per l’acqua –, che alimentano un mercato stimato in più di 400 milioni di euro. La produzione, il trasporto e lo smaltimento di queste bottiglie generano enormi quantità di emissioni di CO₂ e un elevato consumo energetico.
Molte persone nel Paese sono convinte che l’acqua in bottiglia sia da preferire, e qui interviene anche la pubblicità. Ma se con un colpo di bacchetta magica si potesse convincere tutta la popolazione a utilizzare l’acqua del rubinetto, le conseguenze sull’economia non sarebbero trascurabili: le persone che lavorano negli impianti di imbottigliamento perderebbero il lavoro, come del resto i camionisti che trasportano bottiglie d’acqua su e giù per la penisola. I supermercati perderebbero una parte non trascurabile del loro incasso, e anche l’attività di coloro che si occupano della pubblicità in questo campo diminuirebbe. Dal punto di vista del consumo energetico, il risparmio non sarebbe trascurabile: si risparmierebbe l’energia necessaria per l’estrazione e l’imbottigliamento, quella utilizzata per produrre le bottiglie, quella per il trasporto. Tanto per dare dei numeri, per ottenere un chilogrammo di plastica per le bottiglie (PET) occorrono una quantità di petrolio grezzo pari a 1,9 chilogrammi e quasi 18 litri d’acqua. Una bottiglia da mezzo litro pesa circa 10 g (da 1,9 kg di petrolio se ne ricavano 100), mentre quelle da 1,5 litri pesano circa 35 g, quindi da 1,9 kg di petrolio se ne ricavano quasi 55.
Il ragionamento fatto per l’acqua da bere si può ripetere per molti altri consumi che non sono indispensabili, ma sono utili per mantenere la crescita dell’economia. Un ragionamento simile si può applicare alla raccolta dei rifiuti: sarebbe molto meglio non produrre rifiuti. Riciclare è un’ottima cosa, ma richiede consumo di energia e lavoro. Se si riuscisse a diminuire la produzione di rifiuti, si diminuirebbe il consumo energetico, anche se alcune persone dovrebbero cambiare lavoro. Cosa ci si può aspettare? In un rapporto pubblicato nel 2019 dal GTK (Geological Survey of Finland – Michaux, S. P. (2019): Oil from a Critical Raw Material Perspective, GTK Open File Work Report, Serial Number 70/2019) si trova schematizzato come il prezzo del petrolio influenza la disponibilità del cibo. Secondo questo autore, sia prezzi del petrolio troppo alti sia prezzi del petrolio troppo bassi rischiano di far diminuire la disponibilità di cibo.

Secondo questo schema, si potrebbero prevedere sollevazioni popolari, come indicato nel rettangolo rosso. Si possono prevedere anche altri conflitti: il petrolio è indispensabile all’agricoltura e all’allevamento, alla produzione di cibo, di medicinali, di metalli, prodotti industriali e mille altri usi per i quali purtroppo a oggi non esistono alternative altrettanto efficienti e abbondanti. Per questo si può che a livello politico è ormai iniziata una fase di accaparramento, con conseguente aumento dei conflitti. È comunque piuttosto preoccupante che le persone accettino senza porsi domande la versione che viene ripetuta, secondo la quale i conflitti sono causati dalla cattiveria e/o dalla follia di qualcuno, e non dall’economia e dalle risorse.
Ma dal punto di vista dell’economia, non è facile uscire da questo circolo vizioso di crescita, prezzi bassi e consumi elevati, in ultima analisi sprechi. Ci sono anche proposte interessanti, per quanto difficili da realizzare. In questa rubrica si è parlato già più volte dell’economia dello stato stazionario, citando gli studi del prof. Herman Daly. Anziché puntare su urbanizzazione senza limiti, trasporto su lunga distanza, abuso di combustibili fossili e di energia, sarebbe necessario occuparsi di agro-ecologia, potenziare i trasporti pubblici, riscoprire le piccole città e le comunità. Bisognerà puntare sulla collaborazione anziché sulla competizione e sulla legalità anziché sulla legge del più forte. Per cominciare da alcune piccole cose, si potrebbe cercare di usare i prodotti locali, diminuire l’uso di acqua in bottiglia e ridurre la produzione di rifiuti.

