Perché non dobbiamo dimenticarci del cambiamento climatico oggi

Pubblicato il 27 Aprile 2020 in , , da Margherita Corti

Dopo tanti anni in cui il problema dei cambiamenti climatici veniva preso sotto gamba, ignorato o posposto, il 2019 sembrava essere l’anno della presa di coscienza collettiva riguardo l’avvicinarsi del punto di non ritorno. Ciò si deve in gran parte ai giovani che hanno occupato le piazze e le strade di tutto il mondo chiedendo ai loro Governi di considerare il clima un punto chiave dei loro tavoli di discussione.
Gennaio 2020 con i suoi 2° sopra la media e i 21° raggiunti in Antartide è stato il più caldo di sempre.
L’Unione Europea però si stava muovendo. La nuova presidentessa Ursula von der Leyen, subito dopo l’insediamento della nuova Commissione, aveva promosso il Green Deal Europeo come risposta del nuovo esecutivo all’emergenza climatica. Si ragionava su come mettere in atto una serie di misure volte a rendere la produzione di energia e lo stile di vita dei cittadini dell’Unione sempre più sostenibili e meno dannosi per l’ambiente. In febbraio è arrivato però in Europa il coronavirus, che con la sua portata globale sembra aver modificato quelle che sono le nostre priorità.
Il fattore climatico sembra aver giocato un ruolo anche nello sviluppo di questa epidemia. Lo mostrano i risultati di una ricerca condotta dai professori Rubolini e Ficetola del Dipartimento di Scienze e Politiche Ambientali dell’Università di Milano. Sfruttando il database della Johns Hopkins University, sono state generate mappe globali che mostrano come il tasso di crescita dell’epidemia potrebbe variare nei prossimi mesi. La crescita del virus sembra essere significativamente associata a temperatura e umidità: l’epidemia cresce più rapidamente a temperature di circa 5°C ed umidità medio-bassa. Difatti nelle zone tropicali, caratterizzate da climi molto caldi e umidi, l’epidemia sembra starsi diffondendo in maniera significativamente più lenta. L’inquinamento atmosferico, la densità abitativa e le caratteristiche dei sistemi sanitari nazionali non sembrano avere effetti significativi sulla crescita dell’epidemia.