Curata da Luca Massimo Barbero e Federico Giani, la mostra celebra la vita di Arnaldo Pomodoro, nella ricorrenza del centenario della sua nascita. Le quarantacinque opere esposte provengono dalle collezioni della Fondazione Arnaldo Pomodoro e di Intesa Sanpaolo – in particolare dalla Collezione Luigi e Peppino Agrati, parte del patrimonio artistico della Banca
Questa mostra celebra la vita di Arnaldo Pomodoro, nella ricorrenza del centenario della sua nascita. Le quarantacinque opere esposte provengono dalle collezioni della Fondazione Arnaldo Pomodoro e di Intesa Sanpaolo – in particolare dalla Collezione Luigi e Peppino Agrati, parte del patrimonio artistico della Banca. Apertura o coda della mostra – a seconda del punto di osservazione – è la grande piattaforma che occupa il Salone Scala, sulla quale è posizionato un gruppo di sculture in fiberglass bianco. Nella pratica di Pomodoro questo materiale assolve al compito che altri scultori assegnano al modello in gesso: azzerare la temporalità – dei metalli, dei lustri e delle patine – conferendo ai volumi e ai loro movimenti un grado di essenzialità ideale.
In apertura: ritratto Arnaldo Pomodoro. 2014 foto © NICOLA GNESI
Da questo punto di vista si passa alla sequenza di ambienti affacciati sul Salone Scala. Ciascuno rappresenta un carotaggio nella geologia di Pomodoro, e insieme compongono dunque una stratigrafia del suo percorso artistico, durato oltre sessant’anni. Si comincia da un gruppo di bassorilievi scalati tra il 1954 e il 1960, testimoni della ricerca iniziale di Pomodoro sulla materia e sul segno; si passa al tuttotondo dei solidi euclidei – cilindro, cubo e sfera – della prima metà degli anni Sessanta; segue, alla fine dello stesso decennio, lo studio sul rapporto tra pieno e vuoto del Rotante di bronzo e della Forma X in acciaio; si attraversano, quindi, gli anni Settanta, Ottanta e Novanta con opere – come le Cronache e i Papiri – che costituiscono una meditazione sulle forme della memoria e sul loro rapporto con lo spazio; un grande Continuum, in dialogo con tre Colonne e uno Scudo, evocano, infine, le ricerche degli anni Duemila, incentrate sull’environment e sulla presenzialità della scultura. L’ultimo ambiente affacciato sul Salone Scala ospita una selezione di materiali provenienti dall’Archivio di Arnaldo Pomodoro, “messi in scena” attraverso quattro grandi cassettiere. Ciascuna di esse è dedicata a un tema: I materiali, Le forme, I tempi e Gli spazi, chiavi di lettura diacroniche e trasversali, offerte alla libera esplorazione dei visitatori.

Lasciando il Salone Scala, il percorso della mostra prosegue in Sala Manzoni dove, al centro del “Cantiere del ‘900”, Pomodoro dialoga con i suoi contemporanei – maestri, amici, compagni di viaggio – con tre opere degli anni Sessanta legate ai temi della tecnologia e della comunicazione: La vera perla dei lucidi, il Radar e il Grande Ascolto. Di qui, tre Colonne del 2010 segnano il percorso che guida i visitatori attraverso le collezioni dell’Ottocento esposte nelle sale Brentani, fino ad arrivare al Chiostro ottagonale, dov’è esposto il Disco in forma di rosa del deserto (1993-1994) di bronzo, e di lì al Giardino di Alessandro, dov’è installata la Sfera grande (1966-1967), versione in fiberglass della prima Sfera monumentale di Pomodoro, parte della Collezione Agrati.
La mostra si conclude dunque in uno spazio che, seppur afferente al museo, non è museale, in quell’esterno dove Pomodoro riteneva che la scultura trovasse la sua dimensione più autentica, diventando “come una creatura vivente, che muta nel volgere della luce e delle ombre, ma anche nell’incontro con le persone, creando un inconsueto dialogo che lega opera e fruitore”. È un invito a proseguire il viaggio e la scoperta: a Milano – cominciando, a pochi passi dalle Gallerie d’Italia, dal Disco grande di Piazza Meda e dalla Sala d’armi del Museo Poldi Pezzoli– e di lì nel mondo.
La vita di Arnaldo Pomodoro
Arnaldo Pomodoro nasce a Morciano di Romagna il 23 giugno 1926, trascorre l’infanzia e la giovinezza nel Montefeltro e a Pesaro. Diplomatosi come geometra, lavora per il Genio Civile (1948-1957). Nel frattempo comincia a cimentarsi nella progettazione di allestimenti scenici e nella creazione di gioielli, fondando con il fratello Gio’ e l’amico Giorgio Perfetti il gruppo “3P” (1952-1956). Nel 1954 si trasferisce a Milano e stringe profondi rapporti di amicizia e collaborazione con Lucio Fontana, punto di riferimento fondamentale, e con gli artisti della sua generazione, con i quali partecipa a esperienze di gruppo e collabora alla pubblicazione di riviste d’avanguardia.
Nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta Pomodoro elabora la propria personalissima cifra stilistica, caratterizzata da una scrittura segnica che è stata definita “sconcertante” e da una ricerca sui solidi della geometria euclidea, forme perfette squarciate e corrose, a svelarne il mistero interiore. I primi importanti riconoscimenti della critica artistica internazionale sono alla VII Biennale di San Paolo (1963) e alla XXXII Biennale di Venezia (1964). Altri seguiranno nel tempo, tra i quali: i premi del Carnegie Institute di Pittsburgh (1967) e dell’Hakone Open-Air Museum (1981), il “Praemium Imperiale” della Japan Art Association (1990) e il “Lifetime Achievement” dell’International Sculpture Center (2008).
Nel 1966 realizza la Sfera grande, dal diametro di tre metri e mezzo, per il tetto del padiglione italiano all’Expo di Montreal del 1967, oggi a Roma di fronte alla Farnesina. Quest’opera segna il passaggio alla grande dimensione ed è la prima di tante che trovano collocazione negli spazi pubblici di tutto il mondo, dalle piazze ai parchi fino a luoghi di grande suggestione e importanza simbolica, come il Cortile della Pigna dei Musei Vaticani o la sede delle Nazioni Unite a New York. Nel 1966 comincia anche la sua esperienza di insegnamento negli Stati Uniti: a Stanford (1966), alla UC Berkeley (1968-1970) e al Mills College di Oakland (1979-1984). Il contatto e il confronto con i giovani costituiranno uno stimolo importante per Pomodoro, che in seguito darà vita al Centro TAM (Trattamento Artistico dei Metalli, 1991-2014) di Pietrarubbia, nelle Marche.
La stagione a cavallo tra anni Sessanta e Settanta è caratterizzata anche dall’impegno di carattere politico e controculturale, in particolare attraverso l’esperienza del collettivo della rivista “Che fare” (1966-1972), fondata con Francesco Leonetti e altri amici. Fondamentale, nel corso dei decenni successivi, la ricerca sulle dimensioni ambientale e in progress della scultura, dall’irrealizzato Progetto per il Cimitero di Urbino del 1973 a Ingresso nel labirinto (1995-2011). Altrettanto importante l’attività di scenografo, ripresa dopo gli anni Cinquanta con la Das Kätchen von Heilbronn, diretta da Luca Ronconi sul lago di Zurigo (1972), e poi definitivamente avviata con la trilogia dell’Orestea, riscritta in siciliano da Emilio Isgrò e messa in scena sui ruderi di Gibellina in Sicilia (1983-1985). Anche in questo campo, che lo coinvolge per oltre cinquant’anni, riceve importanti riconoscimenti, tra i quali due Premi UBU (1990 e 1992).
Nel 1995 istituisce la Fondazione Arnaldo Pomodoro, con il compito di tutelare e valorizzare la sua opera e la sua memoria, materiale e immateriale, di organizzare un Premio rivolto alle nuove generazioni di artisti ed essere un luogo di sperimentazione e dialogo aperto alla collettività. Il 22 giugno 2025, a poche ore dal compimento del suo novantanovesimo compleanno, Arnaldo Pomodoro si spegne serenamente nella sua casa di Milano, lasciando un’eredità immensa, non solo per la forza della sua opera ma anche per la coerenza e l’intensità del suo pensiero, capace di guardare al futuro con instancabile energia creativa.


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