Oggi il vertice Governo-parti sociali

Pubblicato il 23 Gennaio 2012 in da redazione grey-panthers

Le aperture

Il Corriere della Sera: “Una società per ridurre il debito. Ecco il piano per intervenire sui conti pubblici. Il ruolo della Cassa depositi e prestiti. Il premier e l’articolo 18: sul lavoro trattativa senza tabù”. A centro pagina le tensioni nella Lega Nord: “Bossi insulta Monti e avverte il Pdl: via i tecnici, o cade Formigoni”.

La Repubblica: “Lavoro, scontro sull’articolo 18. Monti: ‘Basta con questo tabù’. Camusso: ‘Vietato toccarlo’. Palazzo Chigi, al via il tavolo sulla riforma del welfare con i sindacati. Oggi scioperano taxi e tir. Eurogruppo, Fondo salva Stati da 1000 miliardi”. A cnetro pagina: “Bossi: ‘Berlusconi apra la crisi di governo’. La piazza lo fischia. Manifestazione della Lega  Milano. Maroni non parla dal palco”.

Anche La Stampa apre con le parole di Monti sull’articolo 18. “Oggi prima riunione del tavolo sull’occupazione. Via alle proteste contro i provvedimenti dell’esecutivo, si fermano taxi e tir”. In evidenza anche il richiamo ad una intervista a Susanna Camusso: “Non serve un nuovo contratto”. A centro pagina, con una grande foto: “Gingich crea il caos tra gli anti Obama. Romney traovlto nelle primarie in South Carolina, ora tocca alal Florida, la corsa è aperta”.

Il Corriere della Sera dedica due pagine alle primarie Repubblicane, ed offre un “colloquio” con Gingrich: “Europa socialista  e burocratica. Difendo la mia America diversa”.

Il Giornale: “Monti occupa la tv. Il premier videodipendente. Aveva detto che non amava i riflettori. Ora passa da una trasmissione all’altra. E nessuno gli fa le domande. Intanto avverte: ‘L’articolo 18 non è un tabù’. Il Pdl vuole ritoccare le liberalizzazioni”. A centro pagina, con foto di Maroni: “Fischi a Bossi, ma il capo resta lui”.

Liberalizzazioni e lavoro 

La Stampa e il Corriere della Sera riferiscono anche delle ipotesi che potrebbe vagliare il governo nella sua riunione del consiglio dei ministri venerdì prossimo sulla questione della abolizione del valore legale del titolo di studio: secondo La Stampa non tutti sarebbero d’accordo all’interno del governo, e già nell’ultima riunione ci sarebbe stato un lungo dibattito, che avrebbe visto contrapposti da una parte il presidente del consiglio e dall’altra, per una maggiore gradualità, il ministro dell’interno Cancellieri e quello della Giustizia Severino. Il voto di laurea vedrebbe diminuire il proprio peso nella selezione, a vantaggio dell’Ateneo in cui ci si è laureati. Un titolo conquistato anche a pieni voti in una certa università non avrebbe valore quanto quello conquistato, anche con una valutazione non brillante, in un’altra università che abbia requisiti particolari. Tali requisiti potrebbero essere definiti sulla base dei parametri individuati dall’Anvur, agenzia per la valutazione cui il governo Monti ha attribuito la scorsa settimana i compiti di certificazione della qualità dei corsi e delle sedi universitarie, “una sorta di bollino per far capire dove si studia meglio”. Il Corriere della Sera dà conto dei dubbi dei rettori su quello che chiama il “federalismo” delle lauree. E spiega che le ipotesi sono due: l’abolizione del valore legale del titolo di studio per cui sarebbe la reputazione delle università a fare la differenza sulla laurea in sé, e “un piano B” che, più semplicemente, eliminerebbe il voto di laurea dal calcolo del punteggio nei concorsi pubblici. Il quotidiano ricorda anche che esiste un appello sottoscritto – tra gli altri – dagli editorialisti di punta del quotidiano, Francesco Giavazzi ed Alberto Alesina e promosso dai Radicali.

Raffaele Bonanni viene intervistato dal Corriere della Sera, e risponde sul “tabù” dell’articolo 18: “Questa storia non può diventare una ossessione. E infatti, lo capiscono tutti, se usato ideologicamente per alimentare contrapposizioni non si arriva da nessuna parte, fa solo il gioco di chi vuole una piazza arroventata”. Bonanni spiega che lo strumento da usare è quello del contratto di apprendistato: per i primi tre anni di assunzione di un giovane non si applica l’articolo 18. Spiega il leader della Cisl che comunque “il contratto a tempo indeterminato deve essere lo strumento più diffuso”.
Il giornalista chiede se anche la Cgil sia d’accordo sulla licenziabilità per l’apprendistato: Bonanni risponde che “ha firmato anche la Cgil”. Ricorda che “per le donne e gli ultracinquantenni, figure in grande difficoltà, esiste da tempo il contratto di re-inserimento che va fortificato con incentivi fiscali e contributivi”. Poi speriamo di arrivare al part time agevolato per i pensionandi che sono costretti a rimanere sul lavoro più a lungo per effetto della riforma Fornero.

Susanna Camusso, intervistata da La Stampa, ribadisce il suo no a modifiche dell’articolo 18. “Se la media delle imprese italiane avesse 14 addetti” condividerebbe l’opinione di chi ritiene l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori un elemento di rigidità del mercato del lavoro. Invece i numeri ci dicono che sta tra i tre e i nove. Il problema delle imprese si chiamano credito e capitalizzazione., A giudicare dalle misure prese mi pare l’abbia capito anche il govenro Monti”. “Ipotizziamo che io, imprenditore, assuma un dipendente a tempo indeterminato e che poi quel lavoratore abbia comportamenti che ne meritino il licenziamento. Per ottere ragione da un giudice devo aspettare in media cinque anni”, chiede il quotidiano. Risponde il segretario della Cgil:  “Questa è l’unica questione sulla quale sono d’accordo con le imprese. Di soluzioni al problema ce ne possono essere diverse. Una può essere creare una corsia preferenziale. Per le dispute previdenziali c’è una proposta interessante elaborata dall’Inps”. “Direste no anche ad una riforma sul modello danese?”. “Abbiamo fatto una simulazione di quel sistema in Lombardia. Costa troppo, non si può fare. Stiamo coi piedi per terra: qui il problema è evitare abusi e rendere il sistema più giusto”.

Susanna Camusso viene intervistata anche su La Repubblica e dice di aver avuto l’impressione che non fosse l’articolo 18 la priorità del presidente Monti. La segretaria Cgil lo considera “una norma di civiltà”, sottolinea che è necessario incentivare “sul piano fiscale e contributivo, le assunzioni attraverso il contratto di apprendistato e il contratto di inserimento per le donne e gli over 50”. Sulle liberalizzazioni dice che non si può intervenire “scaricando gli effetti sulle condizioni di lavoro”, e cita l’allungamento degli orari dei negozi, la cancellazione per legge del contratto nazionale delle ferrovie, ma anche la questione dei tassisti, poiché non è detto che un orario di lavoro più lungo dia un servizio migliore.

Lega 

Su Il Giornale un “retroscena” parla delle decisioni prese dal consiglio federale della Lega: “Congressi provinciali entro tre mesi, congressi nazionali entro giugno, tutti quanti, nessuno escluso”. “La conta interna richiesta da tempo si farà e a guidare il partito dal Veneto al Piemonte, dalla Toscana all’Umbria, sarà chi avrà i voti della base. Almeno così sperano i maroniani”, scrive il quotidiano, secondo cui il “regolamento dei conti” è alle porte. Ma nel corso del consiglio federale tenutosi ieri si è parlato, alla presenza di Bossi, di altre due questioni: l’alleanza con il Pdl in Lombardia, che Bossi ha messo in discussione perché Berlusconi sostiene Monti, è stata oggetto di analisi, anche dopo le vicende giudiziarie che riguardano la giunta lombarda. Il governatore Zaia ha fatto presente che, se la Lega stacca la spina a Formigoni, il Pdl potrebbe fare altrettanto nella regione Veneto. Secondo il quotidiano l’altro fronte è stato quello dei soldi del partito: nella riunione ci sarebbe stato un vero e proprio processo al tesoriere Francesco Belsito, vigorosamente invitato a spiegare gli investimenti a Cipro e in Tanzania fatti con i soldi del rimborso elettorale.
La fotografia  dal comizio della Lega a Milano ieri che La Stampa riproduce, ha in primo piano un cartello dei militanti che recita: “Maroni in Padania, Cosentino in Tanzania”. La cronaca del quotidiano racconta la “piazza difficile” affrontata ieri da Umberto Bossi: “Piovono fischi sul ‘cerchio magico’” e persino sullo stesso capo della Lega. Piovono fischi quando arrivano i “barbari sognanti”, termine che indica i fedeli dell’ex ministro dell’Interno, che invocano Maroni sul palco, restandone delusi perché, alla fine del discorso di Bossi, la festa finisce e Maroni non parla. Il senatur ha raccolto applausi quando ha sparato su Mario Monti e il suo governo “infame”; quando chiama in causa Berlusconi scattano di nuovo i fischi e qualcuno grida anche “mafioso”. L’attenzione è tutta per le beghe interne e le divisioni. Bossi assicura che la contrapposizione Maroni-cerchio magico è montata dai giornali di regime, invita lo stesso Maroni e il capogruppo leghista contestato Reguzzoni a scendere dal palco abbracciandosi e dandosi la mano, ma l’ex ministro ignora quelli del cerchio magico. Un cartello la vede così: “Cerchio, se sei davvero magico sparisci”.
La Stampa intervista proprio il governatore della Lombardia Formigoni, che dice basta alla “logica del ricatto”, e spiega che “non è interesse di nessuno innescare reazioni a catena che metterebbero a rischio diverse amministrazioni nel Nord. Abbiamo valutazioni diverse in sede nazionale sul governo Monti ma in Lombardia, Veneto e Piemonte abbiamo fatto accordi elettorali davanti ai cittadini e abbiamo tutti il dovere di rispettarli.

Internazionale

Il Corriere della Sera intervista il Presidente afghano Karzai. La data prevista per il ritiro delle forze Nato è il 2014. Preferirebbe che gli occidentali se ne andassero prima? “Se il processo viene accelerato e il ritiro viene prima non c’è problema”, dice Karzai. “Noi siamo pronti. Se viene completato entro il tempo previsto, va bene lo stesso. Il popolo afghano non perderà le conquiste ottenute. Non sono preoccupato del ritorno del talebani in armi. Se torneranno grazie al processo di pace sono i benvenuti”. Del video che mostra un gruppo di marines orinare su un gruppo di talebani, dice: “questi abusi, come anche i raid e le perquisizioni notturne o le vittime civili, sono causa degli attriti più gravi con gli Stati Uniti”. Il giornalista ricorda che all’inizio Karzai si è opposto alla creazione di una sede per i talebani in Qatar per avviare le trattative con Washington, e chiede al presidente afghano se teme che i negoziati gli vengano sottratti: “Avremmo preferito che quell’ufficio venisse aperto in Afghanistan, i talebani appartengono a questo Paese, perché dobbiamo incontrarci da un’altra parte? Il dialogo tra Usa e talebani non è il processo di pace. Quello può essere solo una iniziativa afghana”. A coloro che temono che le donne e i loro diritti possano essere svenduti in cambio di un accordo con i fondamentalisti, Karzai risponde: “non succederà mai. Anche se il governo afghano lo volesse, la gente si opporrebbe”.

I quotidiani dedicano ampio spazio alle primarie repubblicane e alla rimonta, imprevista, del candidato Newt Gingrich, soprattutto grazie al South Carolina. Si dà conto di un incontro in South Carolina in cui, parlando dell’Europa, dice che questo continente ha “un sistema sclerotizzato”, un “modello sociale che fa trionfare la burocrazia”: “Non dobbiamo permettere a Obama di ridurci allo stesso modo”. Il Corriere intervista Michael Walzer, filosofo liberal americano: si dice convinto che la crisi economica favorisca l’ala dura del movimento, e parla di un “partito dentro al partito”, riferendosi alla “coalizione del Tea Party”, degli evangelici, dei cultori dei cosiddetti valori, della “National rifle association” fautrice della libertà di armarsi. Spiega che a livello locale è una coalizione ben organizzata, e che ora si sta organizzando anche a livello nazionale. Questa ala dura potrebbe far perdere all’altra anima dei Repubblicani, quella moderata, la leadership. Può quantificare i consensi di quest’area? “Alle primarie chiuse, dove possono votare solo i repubblicani, penso che superi il 50 per cento. Qualche volta arrivi al 60 nel profondo sud o nell’America del Texas, perché è la più impegnata e combattiva. A queste primarie, un candidato moderato come Romney non raccoglie più del 25 o 30 per cento dei voti.
La percentuale di questa coalizione è inferiore alle primarie aperte, dove possono votare anche gli indipendenti, specialmente nel nord-est.
Altrettanta attenzione dal quotidiano viene dedicata al candidato sconfitto in South Carolina, Mitt Romney, attaccato anche perché non ha svelato i suoi redditi. E per Newt Gingrich, che ha riaperto la corsa repubblicana e che difficilmente arriverà alla nomination: ma nel frattempo già parla da sfidante di Obama e gli uomini della sua campagna si preparano ad una “lunga guerra di attrito”. Il rischio per Romney è che l’establishment del partito, che lo ha considerato finora il più eleggibile dei candidati, prenda atto che anche lui è un aspirante troppo pallido rispetto ad Obama. Una convention senza un chiaro vincitore potrebbe tirare fuori dal cilindro un “outsider”.
La Repubblica dice che il GOP teme una corsa al massacro tra i candidati, e ricorda che la prossima tappa è la Florida, il 31 gennaio: “Il profondo sud dà una sferzata a destra alla corsa per la nomination repubblicana, parlando della rimonta di Gingrich. Federico Rampini lo descrive così: “Gingrich è l’uomo delle definizioni bomba, come ‘i palestinesi sono un popolo inventanto’, un estremista che alla Casa Bianca farebbe tremare il mondo”. Il guitto rancoroso che calca la scena politica dai tempi di Ronald Reagan, che fa a capo dell’establishment repubblicano come presidente della Camera ai tempi di Clinton, che fu cacciato dai suoi colleghi parlamentari dopo un ammutinamento contro la sua leadership disastrosa, che fu multato di 300 mila dollari per violazione del codice etico, oggi èl’artefice della propria resurrezione come capopopol anti-establishment. ‘Hanno paura di me – dice dei notabili del suo partito – perché io cambierò Washington”.
Su La Stampa il corrispondente Molinari scrive che i Repubblicani temono una convention senza un vincitore, e che per questo potrebbe spuntare l’ipotesi di un nuovo candidato. “. Il quotidiano mette a confronto i due uomini, che sono agli antipodi per il titolo di anti-Obama: il preferito del partit Romney e l’idolo della base, Gingrich, analizzandone la politica, la fede, i soldi, il carattere.

Restiamo a La Repubblica per segnalare una corrispondenza dalla Francia, dove si dà conto del grande comizio elettorale tenuto dal candidato socialista in testa a tutti i sondaggi, Hollande, di fronte a 20 mila militanti entusiasti. Scrive il quotidiano che Hollande si è rivolto soprattutto all’elettorato di sinistra, accentuando alcuni suoi temi come la riforma fiscale o l’attacco al mondo della finanza, definendolo “il vero avversario, che ha preso il controllo dell’economia
Su La Stampa: “Hollande attacca la finanza”, “il primo comizio del candidato socialista: la pensione resta a 60 anni”. Hollande ha promesso che la sua prima visita sarà alla Cancelliera Merkel per un nuovo trattato franco-tedesco. I sondaggi lo danno al 30 per cento.

La Repubblica offre ai lettori anche un reportage dalla Siria, e precisamente dalla città di Deraa, il luogo da cui è partita la rivolta il 18 marzo scorso. A firmarlo è Alberto Stabile.

Su La Stampa in un riquadro si spiega invece che la Lega Araba ha chiesto un prolungamento della missione degli osservatori in Siria per un mese, ma anche che l’Arabia Saudita ha deciso di ritirare i propri, poiché, come ha spiegato il ministro degli esteri Al Faysal, il governo siriano non ha rispettato nessuna delle clausole dell’accordo per uscire dalla crisi.

Su La Stampa anche una analisi della situazione in Russia, e sulla campagna del primo ministro Putin per tornare al Cremlino: “Ma dopo le proteste sarà difficile, con i brogli elettorali, senza infiammare la piazza”.

DA RASSEGNA ITALIANA, di Ada Pagliarulo e Paolo Martini