L’estremo Oriente ebbe un influsso significativo sugli stili e i gusti dell’Europa a più livelli e a più riprese. Le chinoiserie Rococò si diffusero in tutta Europa già a partire dal XVII° secolo, poi arrivarono dal Giappone gli arredi Meiji
L’Estremo Oriente ha esercitato, nel corso dei secoli, un’influenza profonda e intermittente sugli stili e sui gusti europei, manifestandosi in forme diverse e su più livelli. A differenza di quanto si potrebbe pensare oggi, non furono però gli Stati Uniti a incidere precocemente sull’evoluzione dell’interior design europeo: nemmeno il rigoroso e ormai celebrato stile degli Shakers ebbe un impatto significativo nel Vecchio continente, neppure nel momento della sua massima diffusione tra inizio e metà Ottocento. Le influenze americane, in questo ambito, si faranno sentire solo nel secondo dopoguerra.
Al contrario, già dall’età moderna è l’Asia orientale — e in particolare Cina e Giappone — a rappresentare una fonte costante di suggestioni. I primi segnali risalgono al XVI secolo, quando i Medici tentarono di replicare la porcellana cinese, un materiale allora misterioso e ambitissimo. Ma è soprattutto a partire dal XVII secolo che il fenomeno si diffonde su larga scala con le cosiddette chinoiserie: un gusto decorativo che rielabora in chiave europea motivi, forme e immaginari attribuiti alla cultura cinese.
In apertura: Cassettiera con pannelli in lacca giapponese e vernice parigina. Consegnata per la camera di Luigi XV a Choisy e realizzata nel 1774 dall’ebanista Antoine Robert Gaudreaus. ©Versailles-musée national des châteaux
Questo interesse non nasce dal nulla. È il risultato di decenni di scambi culturali e di studi avviati grazie alle missioni gesuitiche in Cina. Opere come la “China illustrata” (1667) del gesuita tedesco Athanasius Kircher contribuirono a diffondere immagini e racconti che, pur spesso imprecisi, alimentarono la curiosità di un pubblico sempre più ampio. La sinologia usciva così dall’ambito ristretto degli eruditi per diventare un fenomeno culturale diffuso. Nel corso del Settecento, questa fascinazione si tradusse in una vera e propria estetica. Pittori come François Boucher e Giambattista Tiepolo iniziarono a raffigurare scene di fantasia ambientate in un Oriente immaginato: paesaggi esotici, figure eleganti, architetture improbabili. Non si trattava di rappresentazioni filologicamente corrette, ma di invenzioni decorative che rispondevano al gusto europeo per l’esotico.

A queste immagini si accompagnavano arredi e architetture altrettanto evocativi: dalla Sala delle Cineserie affrescata da Tiepolo nella villa Valmarana a Vicenza, fino alle pagode da giardino che punteggiavano i parchi aristocratici. In tutta Europa sorsero costruzioni ispirate — liberamente — all’architettura cinese: la pagoda dei Kew Gardens a Londra, i padiglioni voluti da Federico II di Prussia a Potsdam, il villaggio cinese fatto realizzare da Caterina II di Russia nei pressi di San Pietroburgo. Anche Reggia di Versailles partecipò a questa moda, dal perduto Trianon de Porcelaine di Luigi XIV fino al giardino cino-inglese di Maria Antonietta.
In questa fase, è l’Europa a reinterpretare e appropriarsi di forme e oggetti orientali. Emblematico è il lavoro dell’ebanista Antoine-Robert Gaudreaux, che realizzò per Luigi XV una cassettiera capace di fondere la struttura rococò con pannelli originali in lacca giapponese, riadattando materiali esotici a tipologie europee. Con l’avvento del Neoclassicismo e gli sconvolgimenti della Rivoluzione francese, il gusto per le chinoiserie sembrò tramontare. Tuttavia, questa stagione lasciò un’eredità duratura: un’attenzione ormai radicata verso le arti orientali, destinata a riemergere con forza nel secolo successivo, in un contesto sociale mutato. Alla fine dell’Ottocento, infatti, non sono più le corti a guidare il gusto, ma una nuova borghesia internazionale.

Dal Giappone arrivano i mobili Meiji
Ciò che nel Settecento erano oggetti rari e preziosi — porcellane, lacche — diventa ora accessibile sotto forma di stampe, oggetti e arredi provenienti soprattutto dal Giappone. L’apertura del Giappone all’Occidente, sancita dalla Restaurazione Meiji, segna un punto di svolta. Dopo oltre due secoli di isolamento, il Paese avvia una rapida modernizzazione, trasformandosi da società feudale a potenza industriale. Questo processo non riguarda solo l’economia e le istituzioni, ma anche la produzione artistica e artigianale, sempre più orientata verso l’esportazione. Come ha osservato l’orientalista Ildikó Farkas, il Giappone di quest’epoca costruisce la propria modernità attraverso una sintesi tra modelli occidentali e tradizioni locali, in parte reinventate. Nasce così una nuova produzione di arredi — i cosiddetti mobili Meiji — che, pur mantenendo tecniche tradizionali come la laccatura o gli incastri senza chiodi, si rivolge a una clientela borghese internazionale.
Il loro successo in Europa è rapido e significativo, soprattutto in Francia e nel Regno Unito. Un ruolo fondamentale nella diffusione di questa cultura lo ebbe il designer britannico Christopher Dresser, che nel 1882 pubblicò uno dei primi studi sistematici sul tema, “Giappone: architettura, arte e manifatture artistiche, contribuendo a spostare l’attenzione dall’esotismo superficiale a una comprensione più profonda delle qualità tecniche ed estetiche dell’arte giapponese. A Parigi, nel 1884, il mercante Samuel Bing inaugurò la galleria L’Art Japonais, punto di riferimento per artisti e collezionisti. Parallelamente, le esposizioni internazionali — da Chicago nel 1893 a Glasgow nel 1901 — offrirono al pubblico occidentale un contatto diretto con l’architettura e gli oggetti giapponesi. Anche la critica contribuì a consolidarne il prestigio: nel 1896 Edmond de Goncourt dedicò una monografia a Katsushika Hokusai, consacrandone la fama in Europa.
Non furono però solo le stampe a influenzare l’Occidente. Gli arredi Meiji introdussero nuovi principi compositivi: asimmetria, equilibrio tra pieni e vuoti, modularità. Le shodana — librerie e armadi a giorno — ne sono un esempio emblematico: strutture articolate in mensole, cassetti e ante scorrevoli, spesso disposte secondo schemi irregolari ma armonici. Questi oggetti derivavano, in parte, da elementi architettonici interni delle case giapponesi, dove l’arredo era spesso integrato o ridotto al minimo. In Europa, tali soluzioni vennero reinterpretate: le semplici mensole si trasformarono in mobili autonomi, mantenendo però caratteristiche fondamentali come l’uso di incastri complessi al posto dei chiodi.
Alla fine del secolo, quando la moda giapponese iniziò ad attenuarsi, la sua influenza era ormai profondamente radicata. Architetti, artisti e designer avevano assimilato nuovi principi: un equilibrio compositivo non basato sulla simmetria, una maggiore integrazione tra struttura e decorazione, una rinnovata attenzione alla natura come fonte di ispirazione. Movimenti come la Scuola di Glasgow — evoluzione del lavoro dei cosiddetti “Glasgow Boys” — e lo stesso Art Nouveau, promosso anche dalla galleria di Bing, testimoniano come l’incontro con il Giappone abbia contribuito a ridefinire il linguaggio estetico europeo, ben oltre la superficie dell’esotismo.



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