Storia dell’architettura – Gli Shakers, arredi ancora sul mercato dopo tre secoli

Pubblicato il 21 Aprile 2026 in , da Arturo Dell'Acqua Bellavitis
Shakers

Gli Shakers, gruppo religioso che ha fatto della semplicità, del lavoro e della vita comunitaria i pilastri della propria esistenza, hanno sviluppato uno stile essenziale, fatto di mobili in legno massello dalle forme semplici e quasi sprovvisti di ornamenti

Quarant’anni fa, in occasione di un viaggio in Danimarca, stavo visitando gli edifici progettati dall’architetto danese Jørn Utzon,  allora sulla cresta dell’onda perché aveva appena terminato l’Opera House di Sidney, poi diventato l’edificio iconico per eccellenza di quella città. Fra le sue numerose opere mi fu segnalato un nuovo negozio di arredamento appena aperto in prossimità di un porto, nell’area nord della città. Durante la visita a questo interessante spazio, in cui i pilastri interni richiamavano un insieme di alberi a sollecitare le affinità con il più usato materiale nel mondo dell’arredo, ebbi l’occasione di scoprire  semplici arredi in legno naturale, realizzati dalle comunità Shakers del nord America su prototipi realizzati duecentocinquanta anni prima. Circa vent’anni dopo Maddalena De Padova, la compianta titolare dell’omonimo negozio milanese (non a caso premiato come il miglior show room italiano) ebbe l’dea di importare questi stessi prodotti anche in Italia.

Andando a New York, ho scoperto come il museo Met dedica tutta un’ala all’esperienza progettuale e produttiva di questa comunità, che dopo quasi trecento anni continua a produrre questi arredi, veri classici del design.

In apertura: Interno abitazione. Foto © Vitra Design Museum / AlexLesage, courtesy Shaker Museum,Chatham, New York

Chi sono gli Shakers: lo spiega bene anche un film

Sebbene la pellicola “Il testamento di Ann Lee” possa destare più di un dubbio in merito all’aderenza al quadro storico e sociale in cui visse la rappresentante carismatica del movimento degli Shakers, il film attesta incontrovertibilmente un interesse artistico mai sopito e ancora acceso per la setta cristiana millenarista. Nati a metà del Settecento dal movimento puritano dei Quaccheri (o Società degli Amici), gli Shakers trasformarono, infatti, le manifestazioni fisiche estemporanee di alcuni Quaccheri, quel mistico ‘tremore’ (to quake in inglese) esibito dagli accoliti più ferventi, in un nuovo agitarsi rituale (‘to shake’) che esprimevano nelle loro celebrazioni di gruppo. Nonostante il film riferisca di due ultimi Shakers viventi nel 2025, l’estinzione della setta era già stata registrata a inizio anni ’90. Nel 1979, il Consiglio per le Arti e l’Università del Kentucky avevano dovuto inscenare un servizio di culto Shaker su musiche del 1971 a firma della compositrice, cantante e docente Salli Terri: un lavoro di ricerca e ricostruzione filologica, in mancanza di una vera e propria tradizione e pratica religiosa ancora viva. Il video della performance dei giovani coristi dell’Università rappresentava già un quadro idealizzato probabilmente non del tutto corrispondente alle reali celebrazioni.

Certamente, rispetto alle coreografie ordinate e a una performance pressoché impeccabile dei giovani artisti degli anni ’70, sembra più verosimile immaginare che all’apice della cosiddetta Era delle Manifestazioni, ovvero quando a metà Ottocento il movimento raggiunse l’apice del suo successo, queste manifestazioni fossero eseguite da persone comuni, di diversa età e senza particolari capacità artistiche nel ballo e nel canto. Le stampe d’epoca non riportano, infatti, né i movimenti coordinati né i costumi curati come quelli dell’Università del Kentucky, quanto piuttosto un ballo di gruppo apparentemente scomposto e certamente senza rigide regole per l’abbigliamento, dati i colori e le fogge (persino delle cuffie femminili) visibilmente diversi. Da questo punto di vista non fa purtroppo eccezione neanche il lavoro dell’autrice e regista Mona Fastvold, sebbene all’apparenza venga ricreato un certo grado di pretesa spontaneità nei costumi, nelle danze e nella colonna sonora (nelle stesse tecniche di ripresa senza luci artificiali). La presenza stessa della star Amanda Seyfried nel ruolo principale di Ann Lee ed il fatto stesso che il film sia un musical, chiariscono del resto senza equivoci l’incolmabile distanza tra ciò che dovettero realmente essere le cerimonie dei primi Shakers britannici esuli in New England all’alba della Rivoluzione Americana e le calibrate coreografie hollywoodiane.

Quanto fu lenta, quasi ieratica, la ricostruzione degli anni ’70, altrettanto frenetica ed emotiva appare la rappresentazione del 2025,  ma apparentemente meno plausibile della prima. Le due visioni trovano comunque un punto di contatto nella ricostruzione degli interni e degli arredi, che furono il vero lascito duraturo e ancora attuale degli Shakers. Non a caso il Museo Vitra ha organizzato una mostra, nell’estate 2025, dedicata proprio agli arredi originali realizzati dalle comunità degli Shakers nella prima metà dell’Ottocento.

Shakers
Sedia inclinabile, Mount Lebanon, NY, c. 1850.Foto: © Vitra Design Museum / AlexLesage, courtesy Shaker Museum,Chatham, New York

Lo stile Shakers

Quando in Europa fioriva lo stile Impero e l’eclettismo iniziava a diffondersi nella convivenza di più stili e reinterpretazioni, l’America di questo gruppo religioso sviluppava uno stile essenziale, oggi diremmo funzionalista, fatto di mobili in legno massello dalle forme semplici e quasi sprovvisti di ornamenti, soprattutto se paragonati ai coevi arredi europei. Nella nuova visione di una società egalitaria, le comunità Shakers si organizzarono autonomamente con nuovi nuclei abitativi dotati di architetture spoglie e funzionali, separati dal resto della società e delle istituzioni e adatti a una vita comunitaria ma in segregazione tra uomini e donne, – la sessualità era ritenuta l’origine di ogni male umano, la famiglia e la procreazione erano un male, l’educazione dei pochi bambini giunti dall’esterno veniva affidata all’intera comunità-. In questo, sebbene mossi da motivazioni religiose, l’organizzazione sociale di queste prime comunità americane trova alcuni punti di contatto con similari esperimenti europei di matrice socialista, come la visione dei Falansteri teorizzati dal filosofo francese Charles Fourier (1772-1832), nuclei abitativi autosufficienti per comunità ideali di 1600-2000 persone dove la proprietà sarebbe stata comune e ogni relazione e attività umana sarebbe stata disciplinata in base a una rigorosa autoregolamentazione, pur in assenza di una qualsivoglia forma di governo.

Altrettanto ostile alla famiglia e alle istituzioni, ma più pragmaticamente aperto alla procreazione, questo modello socialista utopista, approdò alla costituzione di piccoli nuclei urbani definiti da comunità che mettevano tutto in comune e da un tipo di architettura altrettanto spoglia e funzionalista quanto quella degli Shakers. Il maggior successo degli Shakers sembra quindi essere rintracciabile non primariamente nelle sue radici religiose, che avevano causato alla fondatrice non pochi problemi, tanto con il marito, con la sua comunità d’origine a Manchester e anche successivamente in America: profetessa per pochi, ma osteggiata dalle istituzioni per la sua neutralità durante la guerra e ritenuta una strega da molti.

Le ragioni dell’interesse odierno vanno, quindi, più probabilmente rintracciati proprio in quel funzionalismo ante-litteram e per la standardizzazione pre-industriale ben visibili nei loro mobili, e arredi come negli accessori per la vita quotidiana. Segregati dal resto della società e dalle istituzioni politiche, gli Shakers non erano, infatti ,ostili al progresso e alle innovazioni come gli Amish: a loro vengono per esempio attribuite molte piccole-grandi invenzioni come le prime mollette da bucato, ma anche la co-invenzione e perfezionamento della scopa di saggina. Innovazioni e funzionalismo non spiegherebbero, però, ancora l’incredibile valore a oggi realizzato nelle aste internazionali dagli oggetti originali prodotti da queste comunità: le prime sedie a dondolo, le cassettiere spartane o gli armadi quasi minimalisti come le spoglie scatole ovali. Un ulteriore e forse più forte motivo del perdurare di questo successo risiede nello stesso mito fondativo americano: sebbene osteggiata di fatto dagli americani a lei contemporanei, tanto la figura di Ann Lee, pacifista, contraria alla schiavitù, favorevole all’uguaglianza dei sessi e oggi dipinta come una proto-femminista e con lei gli Shakers in generale, sono stati raccontati e reinterpretati in seguito come uno dei simboli stessi dell’operosità, dell’uguaglianza, della libertà religiosa e dell’autorealizzazione individuale americane.

Il Servizio Nazionale dei Parchi Americani, ancora nel 2014 per chi si incamminava lungo il sentiero storico degli Shakers, definiva il loro messaggio come attuale, ovvero “un messaggio valido oggi come quando fu espresso per la prima volta”. A ben vedere, però, l’estinzione programmata del movimento era inevitabile: questa, infatti, non poteva che essere la logica conseguenza della loro obiezione di fondo alla possibilità dell’umanità di riprodursi e di un modello dichiaratamente millenarista, da fine dei tempi, a prescindere da quanto una parte della popolazione americana possa ancora oggi condividerlo.

Senza nulla togliere al valore di questa esperienza, gli Shakers sono diventati un vero mito nel mondo del design anche perché Americani e quindi fortemente supportati dalla campagna culturale che sempre circonda le nazioni politicamente ed economicamente dominanti. Da Italiani potremmo domandarci chi valorizzi gli arredi francescani o la tradizione contadina del nostro Paese. Avremo modo di parlare delle sedie di Chiavari e delle loro riedizioni nel tempo, ma occorre sempre contestualizzare le diverse esperienze in rapporto a più ampie strategie di potere.

 

Shakers
Scatole ovali. Foto © Vitra Design Museum / AlexLesage, courtesy Shaker Museum,Chatham, New York

 

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