Esitazione non come protratta incapacità di decidere o dilazione. Piuttosto come un recupero di una intelligente, colta pratica dell’indugio nella ricezione, in particolare, dell’opera d’arte. Queste le basi del nuovo libro di Massimo Carboni, “Elogio dell’esitazione. Le forme filosofiche dell’indugio”
L’accezione comune di esitare dice incertezza e perplessità, atteggiamento dubbioso e protratta incapacità di decidere, evoca ritardo e dilazione. L’idea che sta alla base del nuovo libro di Massimo Carboni, “Elogio dell’esitazione. Le forme filosofiche dell’indugio” si basa sulla costellazione semantica costituita dai termini esitazione-indugio, esitare-indugiare, comunemente associati a qualcosa di negativo: il rinvio, l’indecisione, la dilazione. Per svolgere l’analisi contenuta nel libro, l’autore ha deciso di andare oltre.
Nel significato di ‘esitare’ come indugiare-trattenersi è percepibile al contempo il significato di un’uscita-verso, di una soluzione: l’esito è il risultato raggiunto. Ad esempio, oggi non avremmo forse bisogno, ipnotizzati dalle rapidità digitali e dai miraggi dell’istantaneità comunicativa, del recupero di una intelligente, colta pratica dell’indugio nella ricezione dell’opera d’arte? Su questi binari interpretativi, prende vita il percorso di Carboni, che vede come sue stazioni decisive, ma non uniche, autori come Franz Kafka e Paul Valéry, Orson Welles e Henry James, analizzati secondo una prospettiva di natura critico-letteraria ed estetico-filosofica.
In apertura: Orson Welles
L’autore
Massimo Carboni è docente di Estetica. La sua riflessione verte da tempo sul rapporto tra pensiero filosofico e le arti moderno-contemporanee. Tra i suoi ultimi libri “Il genio è senza opera” (2017), “Filosofia dell’ombra” (2025).
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