Nel 1895 a Parigi inaugura una nuova esposizione permanente di scultura, pittura, disegno, stampe, arti decorative, arredo e oggettistica: da qui parte la corrente, sempre attuale, dell’Art Nouveau
A Parigi presso la galleria di Siegfried (Samuel) Bing, già nota come “Art Japonais” per la vasta collezione di stampe giapponesi in vendita, il primo ottobre 1895 si inaugurava una nuova esposizione permanente di scultura, pittura, disegno, stampe, arti decorative, arredo e oggettistica con il nome di Art Nouveau. La selezione stessa, prima ancora del nome inneggiante alla ricerca di novità, indicava un vero e proprio manifesto programmatico, associando esplicitamente il mondo delle arti alla produzione artigianale. Viaggiatore assiduo, oltre che commerciante esperto in arte e artigianato giapponese, Bing conosceva anche il movimento Arts and Crafts britannico, che già da tempo mirava a dare anche in Europa pari dignità alle arti produttive rispetto alle arti maggiori (una distinzione che in Giappone era, per esempio, piuttosto labile), osteggiando al contempo la produzione industriale di massa.
In apertura: le vetrate con una fioritura di corolle variopinte di casa Solvay, a Bruxelles, opera di Victor Horta
Il gallerista era del resto un contemporaneo di William Morris (secondo presidente del movimento), e aveva incluso nelle sue collezioni anche diversi tessuti e carte da parati disegnate dal progettista inglese, il cui lavoro era molto apprezzato anche dal vero ispiratore e padre artistico dell’art nouveau: l’architetto belga Henry van de Velde. Van de Velde, oltre a fornire a Bing diversi dei suoi arredi per la Maison de l’Art Nouveau parigina, divenne negli anni una figura di riferimento per molti progettisti, soprattutto per aver avuto costruito diversi nuovi edifici in varie parti d’Europa (dal Belgio, all’Olanda, alla Germania, dove soggiornò a lungo), inclusa naturalmente la Francia – con gli interni per la galleria di Bing a Parigi – e infine il padiglione belga alla Fiera internazionale di New York del 1939.

Ma van de Velde oltre a edifici ed arredi, dipinse, progettò monumenti (come quello a Frédéric de Mérode a Bruxelles insieme allo scultore Pau Du Bois), curò la grafica della prima edizione postuma de “Ecce Homo” di Nietsche e fu un teorico della progettazione e uno co-fondatore del Deuscher Werkbund (la Lega tedesca degli artigiani). Imbevuto di cultura tedesca, come del resto anche Bing (che nacque ad Amburgo), van de Velde condivise con la Lega degli artigiani non solo la nobilitazione delle arti minori, ma anche della produzione industriale in serie (in quest’ultimo caso distanziandosi dal movimento Arts and Crafts). A livello teorico era inoltre evidente, per quanto implicita, la coincidenza del lavoro di van de Velde con i principi dell’opera d’arte totale (Gesamkunstwerk), sviluppati sempre in ambiente tedesco e tradotti in prassi per primo da Wagner. Una chiara sintesi visiva di questa poetica progettuale è offerta dalla celebre fotografia del 1898 della moglie di van de Velde con un abito da lui stesso disegnato in un ambiente art nouveau, accanto a uno dei suoi più famosi progetti di arredo, la sedia Bloemenwerf. Realizzata con tecniche artigianali tradizionali, in legno massello e con sedile in paglia intrecciata, la vera innovazione della sedia era nelle sue linee sinuose, una sobria anticipazione delle elaborate forme floreali e vegetali art nouveau, qui ispirata più da motivi strutturali con due ‘puntoni’ inferiori a sostenere lo ‘sbalzo’ della seduta. Se l’architettura non era infatti completa in assenza di un coerente progetto decorativo di interni, al contempo gli arredi diventavano essi stessi delle vere e proprie architetture in scala minore.
Questa pervasività onnicomprensiva della progettazione totale di origini teutoniche, sostanzialmente assente nelle arts and crafts inglesi, si diffonderà un po’ in tutto il Continente a cominciare dal Belgio, sia con il fiammingo van de Velde sia con il francofono Victor Horta, e poi anche in Francia con Hector Guimard e molti altri progettisti, per diffondersi a macchia d’olio e perdurare fino al secondo decennio del 1900, divenendo il primo vero movimento artistico internazionale, seppur con spiccate caratteristiche regionali: Liberty in Italia, Jugendstil in Austria, Modernismo in Spagna, Scuola di Glasgow in Scozia. In particolare fu l’enfasi data al Gesamkunstwerk a offrire agli architetti l’occasione di cimentarsi in interventi in cui l’arredo e le arti decorative diventavano insieme all’architettura una parte integrante di un unico insieme artistico coerente. Con l’inizio del 1900 le linee sinuose e dinamiche (il cosiddetto colpo di frusta) divennero ancora più visibili e accentuate, per esempio nel suo scrittoio o nel tavolino da cucito o nella poltroncina, tutti del 1900. Contemporaneamente van de Velde aveva potuto sistematizzare, anche da un punto di vista teorico, queste innovazioni nel suo testo dedicato a “la rinascita delle arti e dell’artigianato moderni” (pubblicato in tedesco nel 1901). Qui, oltre ad attribuirsi un ruolo primario nell’avvio e nel successo commerciale della galleria di Bing che, insieme al pittore Besnard gli sarebbe stato grato per “averlo salvato”, riconosceva il ruolo anche dei colleghi belgi che lo avevano accompagnato in questo percorso di innovazione.

Con altrettanta sicurezza (e scarsa modestia) van de Velde tributava infatti a sé stesso e alla scuola belga (soprattutto a Horta, Hankar e Serrurier-Bovy) non solo il primato sulla più celebre scuola francese, resa immortale nell’immaginario collettivo da Guimard (sue le pensiline della metropolitana di Parigi), ma anche una sorta di primogenitura nei confronti dello Jugendstil tedesco. Riteneva infatti che dalla sua personale lezione fosse nata in Germania una nuova attenzione per le arti applicate e una vera e propria trasformazione degli artisti in artigiani. In particolare arrivava a menzionare esplicitamente architetti come Peter Behrens (i cui apprendisti saranno i giovani Gropius e Le Corbusier) e Bruno Paul (il futuro maestro di Mies van der Rohe), nonchè lo scultore svizzero Hermann Obrist. Se i collegamenti diretti e la condivisione di molti obiettivi con tutti questi progettisti europei erano indubbi, si può ritenere altrettanto indubbia, però, una certa distanza stilistica, tra di loro. Lo Jugendstil tedesco fu infatti più austero e geometrico nello stile rispetto all’art nouveau francese. Analogamente nelle opere di Horta, rispetto a quelle forse più astratte di van de Velde, i ferri battuti (maison du Peuple) divennero tralci di vite, le vetrate una fioritura di corolle variopinte (casa Solvay) e anche gli arredi e le boiserie (casa-museo Horta) o i mosaici (casa Tassel), così come gli inserti lapidei delle facciate (villa Carpentier), presero vita originando altrettante foreste lussureggianti.

Fu questo stile in particolare che fece davvero breccia in Francia e da Parigi, più che da Bruxelles, ebbe una reale diffusione internazionale. Se il valore dell’art nouveau come gesamkunstwerk, è ben comprensibile oggi visitando le case museo di Bruxelles (Patrimonio mondiale dell’umanità), altrettanto rilevanti sono però anche gli arredi e l’innumerevole oggettistica art nouveau che hanno avuto diffusione mondiale e hanno ancora oggi una rilevante schiera di collezionisti ed estimatori, che ogni anno ingrossano le fila dei quasi quattro milioni di visitatori del Museo d’Orsay di Parigi, che oltre ad ammirare le molte celebri opere degli impressionisti (Monet, Manet, Van Gogh, Renoir,…) o del realismo (Courbet), si aggirano curiosi per le vaste sale dedicate proprio all’arredo e agli accessori per la casa art nouveau, soprattutto di matrice francese. Qui, infatti trovano casa pezzi unici di Émile Gallé, ebanista, ceramista e vetraio di Nancy, i cui vasi in vetro policromo in particolare, risultano ancora oggi prodotti incredibilmente innovativi e come tali molto apprezzati. Trovano qui posto anche molte delle opere di van de Velde, ma anche un’intera sala da pranzo realizzata per casa Bénard dal pittore, scultore ed ebanista francese Charpentier. Il museo ospita anche gli schizzi originali per le molte case ed edifici e per i ferri battuti, le grafiche, le pensiline e le infrastrutture a servizio della metropolitana parigina di Hector Guimard, così come alcuni dei suoi pregevoli arredi residenziali di fine Ottocento e inizio Novecento, tutti pezzi unici, nello spirito del movimento.
Da ultimo corre luogo ricordare che uno dei prodotti forse più diffusi da Bing in tutta Europa furono le lampade: solo un anno dopo l’apertura della galleria art nouveau Bing, che non aveva mai smesso di viaggiare, dedicò un approfondimento alla “cultura artistica in America”, dedicando uno spazio importante al lavoro di Louis Comfort Tiffany (figlio del fondatore del marchio di gioielli), divenuto celebre in tutto il mondo per i suoi mosaici vitrei, che trovarono un’applicazione di particolare successo proprio nelle lampade, che si diffusero rapidamente in tutta Europa e che, anche più degli arredi art nouveau, hanno generato uno stile a sè, tanto da essere prodotte ancora oggi in molteplici copie, sebbene non sempre realmente fedeli alle opere dell’artista.



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