Ho sempre questa sensazione che i libri mi chiamino. Passeggiavo tra gli stand del Salone del libro di Torino, a fine maggio. Era domenica mattina presto, la quiete prima dell’ultimo assalto di lettori e visitatori. E a un certo punto, allo stand de L’orma Editore, come un flash vedo la copertina e il titolo: “Veniva da Mariupol”. Certo avevo notato tra le varie pubblicazioni una presenza nutrita e messa in bella vista di autori dell’est Europa, e avevo apprezzato l’impegno degli editori a darci qualche strumento e qualche indizio per capire meglio quello che sta succedendo, la tragedia che ci ha colto alla sprovvista, la guerra non dichiarata che si svolge poco più in là del nostro naso.
“Veniva da Mariupol”, quella semplice scritta su una copertina spoglia, era anche un passo oltre quello sforzo. Un romanzo che già nel titolo portava il nome di luogo sconosciuto e ignorato fino a poco prima e ora così presente e importante. Ho comprato il libro senza esitazioni e, nonostante ne avessi presi altri, altrettanto attraenti e interessanti e di valore, l’ho cominciato subito. Avevo guardato sulla cartina dov’era Mariupol, avevo provato a immaginarmi la città come a suo tempo avevo fatto con Odessa o Kiev, protagoniste di romanzi e letture piene di fascino.
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