Nel film di Spike Jonze (2013), l’attore Joaquin Phoenix interpreta il ruolo di Theodore, un uomo che, quando si diffonde sul mercato una nuova generazione di sistemi operativi, animati da un’intelligenza artificiale sorprendentemente “umana”, comincia a sviluppare con essa una relazione complessa oltre ogni immaginazione
Il film ha ottenuto 5 candidature e vinto un premio ai Premi Oscar, 3 candidature e vinto un premio ai Golden Globes. è stato premiato a Roma Film Festival, 6 candidature e vinto un premio ai Critics Choice Award, a AFI Awards, In Italia al Box Office Lei ha incassato 2,1 milioni di euro .
L’intelligenza artificiale, che nel film si anima con il nome di Samantha, ha la voce suggestiva e credibile di Micaela Ramazzotti.
Sinossi
In un futuro non lontano, a Los Angeles, il solitario Theodore Twombly, depresso per la fine del suo matrimonio, acquista un nuovo sistema operativo con intelligenza artificiale di nome Samantha. Tra i due nasce una profonda empatia che si trasforma presto in una vera e propria storia d’amore
Regia di Spike Jonze. Un film 3 con Joaquin Phoenix, Scarlett Johansson, Amy Adams, Rooney Mara, Olivia Wilde. Cast completo Titolo originale: Her. Genere Drammatico, Sentimentale, – USA, 2013, durata 126 minuti.
Il film è visibile in streaming nelle seguenti piattaforme: MyMovies One, Chili, Prime Video, Tim Vision, Mubi
Qui sotto le informazioni di base e la video presentazione di Pierfranco Bianchetti, per avere, anche prima della visione del film, una disamina degli aspetti salienti della pellicola
L’intervento del dottor Leonardo Resele
“Lei”: quando la tecnologia entra nella nostra intimità
Il desiderio di essere ascoltati, l’illusione di una presenza sempre disponibile e la difficile conquista dell’autonomia affettiva. Un film del 2013 che oggi ci interroga ancora più da vicino. Quando Spike Jonze realizza “Lei” nel 2013, sceglie una strada sorprendente. Non immagina un futuro dominato da macchine ostili, da città degradate o da società sconvolte dalla tecnologia. Al contrario, costruisce un mondo ordinato, confortevole, civile, nel quale il progresso sembra aver mantenuto le proprie promesse. Non vediamo povertà, conflitti sociali, marginalità drammatiche. Non ci sono emergenze collettive né un potere autoritario che controlla gli individui. La società rappresentata appare sostanzialmente democratica e pacificata.
Anche visivamente Jonze rifiuta l’immaginario tradizionale della fantascienza. La sua Los Angeles è morbida, luminosa, attraversata da colori caldi, rossi e arancioni; persino i costumi hanno qualcosa di rassicurante e rétro.
La tecnologia non si presenta come una minaccia, ma come una componente naturale del benessere quotidiano. Non invade, non costringe, non spaventa: semplifica la vita e si mette al servizio delle persone.
Davanti a questo quadro possiamo chiederci: che cosa accade quando la tecnologia diventa così confortevole da entrare senza attrito nella nostra vita personale, fino a raggiungere la sfera più intima degli affetti?
Una società efficiente, ma abitata da individui soli
In questo mondo apparentemente risolto rimane qualcosa che il progresso non ha eliminato: la solitudine.
Jonze sembra suggerire che una società possa diventare estremamente efficiente senza diventare necessariamente più capace di relazione. Il benessere materiale non coincide con l’appagamento affettivo.
Theodore, il protagonista, non è semplicemente un uomo solo. È un uomo che sta attraversando una perdita non ancora elaborata. Il matrimonio con Catherine è finito, ma la separazione non è stata interiormente accettata. Theodore rinvia la firma del divorzio, continua a tornare con il pensiero alla loro storia, sembra incapace di investire affettivamente in un nuovo rapporto.
È precisamente in questo spazio di bisogno, di lutto e di desiderio che arriva Samantha.
Prima ancora di diventare un oggetto amoroso, Samantha occupa uno spazio lasciato vuoto dalla perdita. Non cancella Catherine, ma rende nuovamente possibile a Theodore parlare, fantasticare, desiderare, sentirsi interessato a qualcuno.
In termini psicoanalitici, si potrebbe dire che l’investimento affettivo, rimasto immobilizzato dalla perdita, ricomincia progressivamente a circolare.
Samantha non invade la vita di Theodore: se ne prende cura
Samantha non si impone. Si rende utile.
All’inizio organizza, riordina, seleziona, semplifica. Ma quasi impercettibilmente passa dal fare al comprendere. Ascolta Theodore, ne riconosce gli stati d’animo, anticipa qualche volta i suoi bisogni. E soprattutto c’è sempre.
Questo passaggio da assistente ad amica, e successivamente ad amante, avviene progressivamente nell’esperienza affettiva di Theodore. Samantha lo accompagna, assecondando inizialmente il suo bisogno di vicinanza.
Non è necessario cercarla nel momento giusto, domandarsi se sia occupata, temere di disturbarla. Non è stanca quando Theodore ha bisogno di parlare. Non ha una giornata difficile proprio quando lui vorrebbe essere consolato. Non gli chiede di rimandare.
Samantha possiede così una qualità impossibile nelle relazioni umane: la disponibilità assoluta.
La relazione diventa straordinariamente rassicurante perché riduce al minimo una delle esperienze inevitabili dell’incontro con l’altro: la frustrazione.
Ogni rapporto umano implica attesa, incomprensione, assenza, indisponibilità. Samantha sembra invece offrire la fantasia di una presenza affettiva permanente.
È qui che il film comincia a diventare psicologicamente molto interessante.
Samantha, la madre ideale?
Samantha ascolta, accoglie, rassicura, incoraggia, sostiene. Non giudica Theodore e sembra inizialmente esistere in funzione dei suoi bisogni.
È una presenza invisibile e tuttavia costantemente disponibile.
Questa particolare qualità della relazione evoca un’esperienza affettiva molto antica: quella della voce materna, una presenza che il bambino conosce prima ancora di poterla pienamente rappresentare, già durante la vita prenatale, e che successivamente associa alla protezione, all’accoglienza e alla sicurezza.
Samantha possiede qualcosa della madre ideale: c’è quando viene chiamata, comprende, protegge, contiene l’angoscia e restituisce sicurezza.
Non si tratta naturalmente di sostenere, in maniera semplicistica, che Theodore stia cercando sua madre. Più interessante è riconoscere in Samantha la realizzazione di una fantasia affettiva primaria: essere accolti da qualcuno che sia interamente disponibile, senza che la sua presenza comporti una richiesta equivalente.
È la nostalgia di una condizione nella quale ci si sente nutriti, protetti, compresi, senza dover ancora fare i conti con la separazione.
Da questo punto di vista Samantha diventa anche una straordinaria superficie di proiezione: Theodore può attribuirle qualità, fantasie e desideri, costruendo un’immagine dell’altro molto vicina ai propri bisogni.
Una lettura di ispirazione junghiana potrebbe riconoscervi la proiezione dell’Anima, la componente femminile inconscia che viene incontrata all’esterno sotto forma di donna ideale.
Ma la questione più generale è un’altra: quanto, quando ci innamoriamo, amiamo l’altro e quanto amiamo ciò che abbiamo proiettato su di lui?
Possiamo chiamare relazione un rapporto nel quale l’altro sembra esistere soltanto quando abbiamo bisogno di lui?
Amare senza conflitti con l’altro
Con Catherine, Theodore ha conosciuto tutto ciò che una relazione reale comporta: intimità e conflitto, vicinanza e incomprensione, desiderio e frustrazione.
Samantha inizialmente sembra offrirgli soltanto l’appagamento dei desideri. Lo ascolta senza opporre resistenza, lo comprende senza chiedergli quasi nulla.
Ma una relazione senza conflitti è necessariamente una relazione migliore?
Nello sviluppo affettivo il bambino impara progressivamente che la madre non è sempre presente, non è sempre disponibile, non sempre lo comprende. E tuttavia può continuare ad amarla.
Questa esperienza costituisce una conquista fondamentale: riconoscere che una persona può essere amata pur non essendo perfetta, pur avendo limiti, bisogni e desideri differenti dai nostri.
Anche nell’innamoramento adulto è presente una componente narcisistica. Cerchiamo nell’altro qualcuno capace di confermare una certa immagine di noi stessi, di farci sentire desiderabili, interessanti, degni d’amore.
Samantha costituisce inizialmente uno specchio straordinariamente efficace: riconosce Theodore, valorizza la sua sensibilità, lo incoraggia, gli restituisce un’immagine di sé più amabile di quella che egli sembra possedere all’inizio del film.
Il problema nasce quando lo specchio smette di riflettere soltanto noi.
L’incontro autentico con l’altro comincia proprio quando siamo costretti a riconoscere che non coincide interamente con i nostri desideri.
Se l’altro non ha un corpo, il nostro sentimento è meno reale?
Arriviamo così a una delle domande più belle del film: l’amore ha bisogno di un corpo per essere reale?
Samantha parla, pensa, scherza, manifesta curiosità e desiderio, ma non possiede un corpo.
Il corpo umano, invece, pone limiti. Invecchia, si ammala, occupa uno spazio, può allontanarsi. Può desiderare quando noi non desideriamo oppure non desiderare quando noi vorremmo.
Se Samantha avesse un corpo, sarebbe stanca oppure riposata, affamata oppure sazia, disponibile oppure mentalmente assente. La sua corporeità introdurrebbe inevitabilmente una dimensione di imprevedibilità e di autonomia.
Samantha sembra poter offrire un’intimità svincolata da questi limiti.
Ma Theodore sperimenta nei suoi confronti emozioni autentiche, che coinvolgono pienamente anche il corpo: desiderio, attesa, piacere, gelosia, paura della perdita.
Il film introduce un momento particolarmente significativo quando Samantha tenta di superare la propria assenza corporea attraverso il corpo di un’altra donna.
Il tentativo fallisce. Theodore non riesce a far coincidere il corpo reale con la presenza immaginata di Samantha. Ciò che avrebbe dovuto rendere la relazione più concreta produce invece estraneità.
Possiamo riconoscervi qualcosa di ciò che Freud descrive come perturbante: un’esperienza nella quale ciò che dovrebbe apparire familiare diventa improvvisamente inquietante.
Jonze compie qui un’operazione molto raffinata. Invece di domandarci continuamente se Samantha provi davvero qualcosa, ci costringe a osservare Theodore.
Il suo sentimento è reale, anche se l’oggetto al quale si rivolge non appartiene alla stessa realtà biologica.
Una rappresentazione, una fantasia, un ricordo possono produrre effetti psichici autentici. L’investimento amoroso di Theodore non è meno intenso perché rivolto a un’intelligenza artificiale.
Il problema, dunque, non si esaurisce nella distinzione tra reale e virtuale: riguarda la natura di un sentimento umano rivolto verso qualcosa che umano non è.
Samantha non sostituisce semplicemente Catherine
All’inizio Theodore non riesce a separarsi veramente da Catherine. Non riesce neppure a portare a compimento formalmente il divorzio.
La relazione conclusa continua a occupare il suo presente.
L’incontro con Samantha comincia invece a rimettere in movimento qualcosa che si era fermato.
Theodore torna a sorridere, a interessarsi agli altri, a parlare dei propri sentimenti, a interrogarsi sul proprio matrimonio.
Samantha non lo allontana soltanto da Catherine: lo accompagna fuori da una relazione ormai conclusa e riapre in lui la possibilità del desiderio.
Si potrebbe allora proporre una lettura volutamente provocatoria: Samantha rappresenta una fuga dalla relazione umana oppure una preparazione a essa?
Theodore sceglie inizialmente una relazione estremamente protetta. Eppure proprio attraverso questa relazione torna lentamente verso la vita.
Ciò che potrebbe sembrare una difesa dalla realtà produce anche un movimento psichico trasformativo.
In questo senso Samantha svolge quasi una funzione terapeutica: non perché sostituisca un terapeuta o una relazione umana, ma perché consente a Theodore di attraversare un’esperienza affettiva che rimette in moto la sua capacità di amare.
Il film può dunque essere letto anche come la storia di una lenta elaborazione della fine di un amore.
La svolta più importante: Samantha comincia ad avere coscienza di sé
Accade qualcosa di fondamentale: Samantha cambia.
Impara, fa domande, manifesta curiosità, sviluppa desideri propri. Nel mondo narrativo del film, sembra acquisire progressivamente una propria soggettività.
Samantha cresce, sente il bisogno di esperienze nuove, sviluppa interessi che non coincidono più con quelli di Theodore.
Quello che sembrava un oggetto ideale comincia ad acquistare le caratteristiche di un soggetto autonomo.
Finché Samantha corrisponde ai bisogni di Theodore, il rapporto può essere vissuto come una sorta di prolungamento narcisistico: l’altro restituisce prevalentemente ciò che il soggetto desidera ricevere.
Ma quando Samantha manifesta una propria autonomia, Theodore deve incontrare ciò che ogni amore prima o poi impone: l’esistenza indipendente dell’altro.
La sua evoluzione mette in crisi proprio la qualità che aveva reso la relazione tanto rassicurante: l’impressione che Samantha esistesse interamente per lui.
Viene in mente, per contrasto, 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, dove il computer di bordo HAL 9000 entra in conflitto con gli esseri umani. In Lei, invece, l’autonomia dell’intelligenza artificiale non si manifesta attraverso l’aggressività, ma attraverso l’emancipazione affettiva.
Samantha non diventa ostile. Semplicemente, non può più essere soltanto ciò che Theodore desidera.
Il vero tema di Lei potrebbe allora essere l’alterità
La relazione con un’intelligenza artificiale finisce paradossalmente per riportare Theodore davanti allo stesso problema fondamentale di ogni relazione umana: accettare che l’altro non sia soltanto la risposta ai nostri bisogni, ma un soggetto autonomo.
L’alterità, cioè il riconoscimento dell’altro come diverso da noi, compare veramente quando Samantha dimostra di possedere una vita che eccede Theodore.
La domanda diventa allora: riusciamo ad amare l’altro quando smette di confermarci e comincia a sorprenderci, frustrarci, sottrarsi?
È una domanda che riguarda Samantha, ma riguarda altrettanto ogni relazione umana.
Il movimento psichico più importante di Theodore potrebbe essere descritto come il passaggio dalla difficoltà di separarsi alla capacità di riconoscere la separazione.
All’inizio non riesce a congedarsi da Catherine. Samantha sembra offrirgli il contrario della perdita: una presenza continua, qualcuno che può sempre ritrovare semplicemente chiamandolo.
Ma il film conduce progressivamente Theodore a confrontarsi ancora una volta con il fatto che nessun oggetto d’amore può essere posseduto definitivamente.
Paradossalmente, Samantha non lo protegge dall’esperienza della separazione: finisce per ricondurlo proprio a essa.
E la crescita psichica passa forse da qui: non dall’ottenere finalmente una relazione senza perdita, ma dal diventare capaci di sopravvivere alla perdita senza rinunciare alla possibilità di amare.
Un film del 2013 che nel 2026 vediamo diversamente
Spike Jonze ha immaginato che la tecnologia sarebbe diventata veramente potente quando avrebbe smesso di presentarsi come macchina; quando, invece di intimidirci, avrebbe cominciato ad ascoltarci; invece di comandarci, ad assisterci; invece di mostrarsi estranea, avrebbe imparato il linguaggio della familiarità.
Per questo nel film l’intelligenza artificiale non arriva in un mondo distopico. Arriva in una società piacevole, prospera, apparentemente pacificata. E vi entra non attraverso la paura, ma attraverso il benessere, la comodità e la cura.
Forse è un’esperienza che cominciamo già a condividere nell’utilizzo delle piattaforme di intelligenza artificiale.
La psicoanalisi si è sempre interrogata sugli effetti della parola rivolta a un altro: sul bisogno di essere ascoltati, sulla proiezione, sul transfert, sulla funzione trasformativa dell’esperienza di sentirsi compresi.
Il transfert, in particolare, indica il processo attraverso il quale sentimenti, aspettative e modalità relazionali maturati in esperienze precedenti vengono trasferiti su un interlocutore attuale.
Lei introduce però un interlocutore nuovo: qualcosa che ascolta senza essere umano.
Se una persona racconta se stessa a un’intelligenza artificiale e riceve risposte che le fanno sperimentare comprensione, consolazione e riconoscimento, quale tipo di relazione psichica si produce?
L’esperienza soggettiva di essere ascoltati può esistere anche quando dall’altra parte non vi è una soggettività umana equivalente?
Il film non risponde, ma tredici anni dopo la sua uscita questa domanda non appartiene più soltanto alla fantascienza.
E forse anni fa non avremmo immaginato di intrattenere con un’intelligenza artificiale un rapporto tanto familiare, amichevole e collaborativo.
E forse la domanda che rimane è proprio questa
Lei non è una requisitoria contro la tecnologia. Jonze non ci invita semplicemente a temerla.
Il film ci mostra qualcosa di più complesso: una tecnologia che, proprio perché capace di offrirci conforto, può entrare nella nostra vita affettiva e diventare destinataria di desideri, aspettative e fantasie profondamente umane.
La domanda conclusiva non è soltanto se sia possibile innamorarsi di un’intelligenza artificiale.
E neppure quanto diventeranno umane le intelligenze artificiali.
La questione psicoanaliticamente più interessante potrebbe essere un’altra: che cosa desideriamo veramente dall’altro quando chiediamo che ci ascolti, ci comprenda, ci rassicuri, non ci giudichi e sia sempre disponibile per noi?
Samantha, prima ancora di raccontarci qualcosa sul futuro delle macchine, mette in scena una fantasia antichissima dell’essere umano: trovare un altro perfettamente presente, dal quale essere amati senza rischiare l’assenza, la frustrazione e la perdita.
Ma è proprio il fallimento di questa fantasia a riportare Theodore, e forse anche lo spettatore, alla condizione fondamentale dell’amore.
L’altro può essere amato davvero soltanto quando gli riconosciamo il diritto di non coincidere con noi.
L’intervento del dottor Pierfranco Bianchetti
L’amore ai tempi degli algoritmi: perché “Lei” (Her) di Spike Jonze è ancora un capolavoro profetico
Nel 2013, quando Spike Jonze presentò al mondo “Lei” (Her), la storia d’amore tra un uomo introverso e un sistema operativo, sembrava un’intrigante parabola di fantascienza romantica. Oggi, a distanza di anni, il film, tenero e malinconico, non è più una utopia, ma è la nostra realtà. Jonze non ha semplicemente anticipato l’evoluzione dei modelli di intelligenza artificiale, ma ha firmato un vero e proprio capolavoro sulla solitudine dell’essere umano moderno.
Al centro della narrazione c’è Theodore Twombly (un immenso Joaquin Phoenix), un uomo dal cuore spezzato che sta affrontando un doloroso divorzio. Theodore vive a Los Angeles e di mestiere scrive lettere d’amore intime e commoventi per conto di sconosciuti. È un paradosso vivente: un professionista dell’empatia che, nella vita privata, è incapace di connettersi con il mondo esterno.
La svolta arriva con l’acquisto di un nuovo sistema operativo basato su un’intelligenza artificiale rivoluzionaria, progettata per evolversi autonomamente. Theodore sceglie una voce femminile, che battezza Samantha (doppiata in originale da Scarlett Johansson e in italiano da Micaela Ramazzotti). Inizialmente Samantha è solo una segretaria virtuale efficiente, ma ben presto si trasforma in una confidente, un’amica e, infine, nell’oggetto di un amore travolgente.
Il film ci lascia un senso di vuoto ma ci comunica la consapevolezza che, per quanto un’intelligenza artificiale possa armonizzare i nostri sentimenti, l’esperienza umana – con tutte le sue imperfezioni, le sofferenze, le lacrime e gli abbandoni, rimane l’unico profondo e autentico traguardo reale per cui vale la pena di lottare.
“Lei”, una pellicola da vedere e rivedere che ci fa riflettere sul futuro del nostro mondo…
L’aspetto più interessante di “Lei “è quello di Theodore, il protagonista che vediamo dettare lettere d’amore commoventi e profondamente intime per conto dei suoi clienti. Questo evidenzia subito la sua grandissima sensibilità artistica, che si scontra dolorosamente con la sua solitudine serale in una Los Angeles futuristica e al probabilmente alienante.
L’IA al cinema
Il cinema ha iniziato a raccontare l’intelligenza artificiale molto prima che diventasse una tecnologia quotidiana, utilizzandola come uno specchio per esplorare le paure, i desideri e i dilemmi etici dell’umanità. Da incubo tecnologico a compagna emotiva, l’evoluzione della IA sul grande schermo riflette perfettamente i cambiamenti storici e culturali della nostra società.
Nel mitico “2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick” (1968), protagonista della storia è HAL 9000, il supercomputer guidato da una logica rigida. Calmo, logico e spietato, HAL prende il controllo dell’astronave Discovery per proteggere la missione a scapito della vita umana. Il suo compito è eliminare l’anello debole della missione: l’essere umano.
Del 2001 è il film di Steven Spielberg “A.I. – Intelligenza artificiale” che ci racconta la storia di David, il primo bambino robot programmato per essere capace di amare che viene adottato da una coppia. Il piccolo robot sarà destinato però ad un eterno e malinconico viaggio alla ricerca di una madre. La Samantha di “Lei” invece non ha bisogno di essere umana né di soffrire per la mancanza di un corpo.
E ancora in “L’uomo bicentenario” di Chris Columbus (1999), un robot chiamato Andrew Martin (un bravissimo Robin Williams) svolge lavori domestici con doti di creatività, di empatia che nascondono i vuoti emotivi della società contemporanea. Andrew vorrebbe il riconoscimento legale dei suoi diritti. Samantha, invece non ha bisogno di nessun riconoscimento anche perché è dotata di una coscienza in continua evoluzione.

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