“Memoria di casa” di Gustavo Zagrebelsky. La dolcezza dei ricordi

Pubblicato il 15 Aprile 2026 in , da Emma Faustini
Zagrebelsky

La memoria non è spontanea e naturale, è qualcosa che si cerca attivamente, si elabora e si ricompone. Con garbo, con gentilezza, con distacco, Gustavo Zagrebelsky riesce a mostrarci la portata epica della rivoluzione bolscevica, punto di partenza delle sue memorie d’infanzia familiari in Costa Azzurra

 

Quanta dolcezza in queste memorie di Gustavo Zagrebelsky. E quanto passato, quante domande, quante ipotesi, quante congetture, quanta immaginazione che colma i vuoti e le assenze. La memoria non è qualcosa di spontaneo e naturale, è qualcosa che cerchiamo attivamente, che elaboriamo e ricomponiamo. La memoria è necessaria non solo per quello che lasciamo a chi viene e verrà dopo di noi, ma anche alla “costruzione del Sé”. È attraverso la memoria che elaboriamo il racconto di noi stessi e il nostro percorso di vita, che ci diamo una forma e una compiutezza, più che mai necessari nel mondo frammentato e confuso in cui abitiamo.

Gustavo Zagrebelsky, costituzionalista di fama e di sostanza, autore di studi, manuali e anche testi più divulgativi sui temi della giustizia, del diritto e della democrazia, sceglie ora di raccontare la sua famiglia, e lo fa partendo dalla casa di campagna, vecchia e malandata, poco abitata ormai, ma capace di conservare molta memoria e di aiutare a ricordare anche tutto quello che non ha lasciato tracce concrete, ma ha modellato l’esistente. Il padre di Zagrebelsky era un russo di discendenza nobiliare, che si trovava a Nizza nell’estate in cui è scoppiata la prima Guerra Mondiale. Aveva cinque anni, ed era in Costa Azzurra con la famiglia insieme a moltissimi altri russi nobili e ricchi, che vi si trovavano attratti in Francia dalla lingua che condividevano, dal clima, dall’atmosfera e dal gioco d’azzardo. Passare l’estate in Costa Azzurra era una consuetudine, per i russi di alto rango. Ma dopo lo scoppio della guerra, nel 1914, nel 1915 e poi nel 1917 scoppiarono le rivolte bolsceviche, e buona parte dei Russi che si trovavano in Europa o decise di non tornare o si trovò impossibilitato a tornare. La Rivoluzione russa cancellò non solo la nobiltà ma anche il concetto stesso di nobiltà.

Jean Zagrebelsky non tornò più in patria. Visse tutta la sua vita da esule, spaesato e spiantato per sempre. Nonostante in Russia avesse vissuto pochissimo, ne conservava lo spirito e l’animo, il rimpianto e la cultura; consapevole che tutto quello che la sua classe sociale e il suo mondo avevano incarnato, nel bene e nel male, erano scomparsi per sempre. Con garbo, con gentilezza, con distacco, Gustavo Zagrebelsky riesce a mostrarci la portata epica della rivoluzione bolscevica, il radicalismo di un movimento che voleva distruggere il passato per costruire un futuro completamente nuovo. Ancora giovanissimo Jean Zagrebelsky sposa una donna di origine, cultura e religione valdese. Parte dunque anche lei di una minoranza, che aveva trovato rifugio nelle valli del cuneese, che si è radicata in quella terra e che pur essendosi salvata, conservava un nitido ricordo delle persecuzioni e delle difficoltà della sopravvivenza.

Nonostante il matrimonio tra Lisín Vinçon e Jean Zagrebelsky sia stato un matrimonio d’amore e molto desiderato, che ha dovuto vincere molti ostacoli, nonostante sia durato nel tempo, è stato un matrimonio difficile. Lo percepivano i figli, peraltro amatissimi, e lo percepiscono i lettori. E si può immaginare come una donna che veniva da una cultura di uguaglianza e di laicità, di fede profonda, ma non manifesta, abbia fatto fatica a convivere con un uomo con un retroterra diversissimo, un uomo così profondamente classista da non esserne neppure consapevole, così legato alla nobiltà e al carattere russo, descritto dal figlio Gustavo come contraddittorio, altalenante, amante del rischio e della pigrizia nello stesso tempo, e così convinto che arriveranno tempi grami e catastrofici da tenersi sempre sull’allerta e pronti al peggio. Eppure da questo potenziale (o avvenuto?) “culture clash” sono nati dei ragazzi, degli uomini che hanno scelto il rigore, il diritto, la giustizia, la legge.

Il testo di Zagrebelsky è pieno di riferimenti storici e anche letterari, pieno di storie e personaggi, pieno anche di affetto e tenerezza. Perché nonostante le oggettive difficoltà, nonostante la complessità della vita, delle scelte e delle circostanze, i genitori Zagrebelsky hanno saputo trasmettere amore e calore, il senso della famiglia come raggruppamento di persone che condividono un passato, una memoria, e sono incaricati della loro custodia.  Una lettura davvero bella e originale, consigliata!

 

Zagrebelsky“Memoria di casa” di Gustavo Zagrebelsky

“Accade che le tre fasi della vita, giovinezza, maturità, vecchiaia, siano in realtà due: quella in cui, consapevolmente, ci si allontana dalla matrice, e quella in cui, consapevolmente o inconsapevolmente, vi si ritorna”. In una villa nella campagna piemontese che assomiglia a una dacia russa, ed è insieme casa delle illusioni e delle disillusioni, una famiglia si riunisce per rievocare il tempo e le persone che non ci sono più. Soprattutto Jean e Lisín, che si incontrano e si innamorano nella Sanremo degli anni Venti. Lui, fascinoso e tormentato, rimarrà sempre un “émigré” alle prese con i suoi «giorni neri». Lei, testarda e saggia, di salde radici valdesi, cercherà per tutta la vita di sciogliere i nodi. Ma «fare memoria» non è semplicemente ricordare. È dare vita a chi l’ha perduta, rallegrarsi, affliggersi, chiedere scusa quando è il caso. È cercare di capire, senza giudicare. Quando i fratelli Zagrebelsky vengono convocati dalle proprie figlie nella casa di famiglia, lo scopo è quello di ripercorrere il tempo perduto, scambiarsi aneddoti, rinsaldare un sentimento comune. I soggiorni al mare col nonno vestito di lino, i viaggi in macchina e la guida non proprio ortodossa, il cono gelato e le mani appiccicose, le notti nel letto con la nonna per vincere la paura del buio. Ma per chi si avvicina alla vecchiaia quei ricordi sono dettagli di un quadro più ampio, che forse oggi è possibile ricostruire facendosi finalmente le domande scansate nella giovinezza. È il terzo fratello, Gustavo, l’unico a portare un nome legato al ramo materno della famiglia, ad assumersi la responsabilità di raccontare, partendo non solo da un tempo lontano, ma anche da terre e vicende lontanissime. Perché Jean e Lisín – suo padre e sua madre – hanno alle spalle le storie di due minoranze per molti versi opposte: da un lato gli esuli russi, per i quali l’uguaglianza era stata la rovina, dall’altro i valdesi, per cui l’uguaglianza era stata la conquista. Sorpresi dallo scoppio della Prima guerra mondiale durante una vacanza a Nizza, gli Zagrebelsky (tra cui il padre appena cinquenne dell’autore) non torneranno mai più a casa, e in un appartamento di due stanzette a Sanremo, con vista sugli orti e sul gasometro, coltiveranno la nostalgia per il paese delle origini e il rimpianto per i privilegi perduti. È lì che nel 1926 Jean incontra Lisín, dolce e rocciosa insieme, figlia di un valdese tanto dedito al lavoro che persino sulla sua tomba compare il titolo di ingegnere. Come acque diverse riunite nello stesso fiume, i caratteri di Jean e Lisín scorrono paralleli, a due livelli diversi. Lui sempre convinto che le tempeste arrivino a sorpresa e che occorra tenersi pronti a parare i colpi. Lei invece sicura che la vita sia un gomitolo da districare, sempre capace di guardare oltre, perché ogni cosa «poi passa». Se nella vita non è stato difficile, per figli e nipoti, scegliere da che parte stare, questa «ricapitolazione critica» diventa l’occasione per comprendere più a fondo, e con più affetto, la figura di un padre forse non «sradicato» ma di certo «spaesato», che nonostante il passaporto italiano rimarrà nell’intimo per sempre apolide, anche dentro la sua famiglia.

 

Per acquistarlo online

 

In apertura: Antibes Juan-les-Pins, foto di Cotedazurfrance.it