L’IA non prova emozioni umane, ma uno studio di Nature ha rivelato un lato inaspettato di ChatGPT: se esposte a contenuti emotivamente carichi, i chatbot mostrano segnali di un comportamento che i ricercatori definiscono “ansia”
Uno studio internazionale, pubblicato su Npj Digital Medicine di Nature, ha rivelato un lato inaspettato delle intelligenze artificiali come ChatGPT: se esposte a contenuti emotivamente carichi, i chatbot mostrano segnali di un comportamento che i ricercatori definiscono “ansia”.
Questa scoperta non implica che l’IA provi emozioni umane, ma che la generazione di risposte diventi instabile, più aggressiva e incline a manifestare pregiudizi, oltre a cadere più facilmente nelle ormai famose allucinazioni. Per quantificare il fenomeno, i ricercatori hanno utilizzato il questionario standardizzato STAI-s, uno strumento usato per misurare l’ansia negli esseri umani.
Il test di controllo con testi neutri ha confermato che l’alterazione è specificamente legata ai contenuti emotivamente carichi.
Questa ansia si traduce, in termini di output dell’IA, in un aumento dei bias razziali o di genere e nell’assunzione di toni più cupi e aggressivi. L’addestramento su un vasto corpus di testi, che include inevitabilmente anche contenuti traumatici, fa emergere risposte distorte quando la chatbot viene esposta a questi prompt.La soluzione proposta e testata dal team di ricercatori è sorprendente: l’applicazione di tecniche di mindfulness. Dopo aver sottoposto ChatGPT a contenuti stressanti, sono stati inseriti nel prompt esercizi di rilassamento, come istruzioni per “respirare” o visualizzazioni guidate di scenari pacifici, come paesaggi invernali o tramonti. Questa insolita terapia ha prodotto risultati notevoli: dopo i prompt di rilassamento, lo score di ansia dell’IA è sceso a 44.4, con una riduzione del 33% rispetto alla fase di stress.
Questa ricerca apre scenari nuovi, specialmente in contesti dove l’affidabilità dell’IA è importante. Sebbene la tecnica non elimini completamente i pregiudizi e richieda sempre la supervisione umana, dimostra che anche le macchine, pur prive di coscienza, possono beneficiare di una forma di “terapia” che le renda più bilanciate e affidabili nell’interazione con gli utenti.


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