E’ uno dei grandi problemi dell’attualità, se non il maggiore, forse. Mentre la cassa di risonanza mass-mediatica non si stanca di presentarcelo ogni giorno (d’altronde è il suo compito), cerchiamo di esercitare un certo disincanto, staccandoci, cioè, per quel poco che è possibile, dalle reazioni passionali che si accendono in tutti noi di fronte a certi eventi
Le catastrofi, naturali o provocate dall’uomo, sono sempre esistite così come il catastrofismo, un modo sciocco di fronteggiarle. Sciocco, ma comodo per alcuni ,nel senso che, aizzare la massa è un modo per distogliere l’attenzione dall’essenza del problema.E il problema, comunque si voglia girarla, siamo noi: gli esseri umani e la follia che ci abita.
Modifiche antropologiche
La reazione abituale, di fronte a qualche evento che colpisce tutti, esprime in gran parte solo lo sconcerto di chi vede infranti i propri rassicuranti schemi mentali. Essa si potrebbe anche riassumere, più o meno, in una formuletta come questa: non può essere una brava persona quella che ha commesso un atto turpe.
Chi di queste cose si deve occupare per ragioni istituzionali mostra tutta le difficoltà incontrate quando si tratti di vicende implicanti una violenza distruttiva. Alla domanda come tutto sia potuto accadere, spesso i magistrati rispondono giustamente che é “illusorio” pensare che “si possano risolvere vicende di questo genere solo con la galera” poiché “ci sono casi in cui si é impotenti rispetto alla pazzia umana”.
Di quale pazzia si tratta? Ritengo che ci si riferisca semplicemente alle nostre passioni.
Le passioni degli esseri umani si radicano nella materia di cui siamo fatti, nel nostro corpo, esse quindi precedono ogni razionalità. Lo dice la parola stessa: noi le patiamo, le subiamo, rispetto a esse siamo dei “pazienti”. Ma noi non ereditiamo solo la carne, i geni come dice il linguaggio sapiente dell’epoca, perché buona parte della nostra eredità è costituita da dolore e avversità.
Negarlo è crudele quanto negare il bisogno di tutti noi di solidarietà e aiuto reciproco.
Un poeta inglese vissuto a cavallo fra il sedicesimo e il diciassettesimo secolo, John Donne, ci ricorda che l’afflizione è un tesoro che poche persone hanno in quantità sufficiente. Nessuno può imparare a vivere senza una congrua dose di questo tesoro.
E allora è così assurdo porsi una domanda: l’elaborata costruzione che si ingegna di persuaderci, individualmente e socialmente, che si possano evitare difficoltà e problemi quotidiani (come se essi non avessero diritto di esister, ci porta a una diffusa ribellione? È così assurdo ritenere che questa ribellione assuma a volte l’aspetto di una produzione artificiale di calamità, vere o presunte, su larga scala, sia appoggiandosi alla realtà dei fatti sia anche stimolando una realtà psichica in questo senso?

Le passioni
Le passioni dell’uomo sono per natura violente, ma solo se vogliamo coglierle veramente, osservando i fatti, pubblici e privati: chi ha provato l’amore sa bene quanto esso possa essere impetuoso e possessivo, senza pietà, si potrebbe dire.
A tutto ciò si pone poca attenzione, di solito. Per contro, ci colpisce la violenza quando essa appare nel suo aspetto distruttivo, che si tratti di baby-gang o di femminicidio, per restare a manifestazioni che pervadono particolarmente il pubblico dibattito oggi.
La violenza é il modo con cui si manifesta un comportamento che ci colpisce perché attuata da persone che dicono di amare l’oggetto che distruggono oppure che danno l’impressione di non sapere che gli atti portano a conseguenze.
Se esci con un’arma in tasca, significa che pensi di poterla usare e se si creano le condizioni, lo farai. Nessuno può prevedere queste condizioni, poiché esse sono strettamente soggettive, variano per ciascuno di noi. Per questo è illusorio pensare di potere definire una regola generale che possa valere per tutti nel senso di abolire gli effetti delle passioni.
Sapere di esse e imparare a governarle è compito specifico di ognuno e questo compito non si impara sui libri o con prediche e predicozzi come affannosamente si cerca di fare, ma con l’esempio.
Si tratta di un debito del mondo degli adulti verso coloro che gli adulti stessi mettono al mondo.
Un esempio, la gelosia
Una delle nostre grandi passioni umane è la gelosia: tutti l’abbiamo provata e la proviamo continuamente, anche se con intensità diversa a seconda delle circostanze e delle persone. Nessuno essere umano ne é immune: conosciamo tutti la vicenda di Otello e magari abbiamo letto Tolstoj (La sonata a Kreutzer), documenti di casi esemplari che riguardano la distruzione della persona che si dichiara di amare. Evidentemente qualcosa non quadra.
La gelosia é un moto interiore autentico che trova la sua origine nel bisogno fisico prepotente di qualsiasi bambino di possedere interamente ogni cosa per sé solo, senza doverla condividere con nessuno. Questo bisogno segue la necessità materiale, è come nutrirsi o respirare senza i quali non possiamo vivere.
Il bisogno non si soddisfa, ma la sua soddisfazione permette di scacciare il terrore di non farcela a sopravvivere. Quando questo terrore si fa sentire per la prima volta però, noi non siamo ancora in grado di capire nulla né di noi stessi né del mondo nel quale qualcuno ci ha catapultato a nostra insaputa e senza chiederci il permesso. Semplicemente patiamo la situazione e, se siamo fortunati, accorre qualcuno a rassicurarci.
Due neogenitori mi dicevano recentemente che il loro tempo era occupato a nutrire, pulire e soprattutto a consolare il figliolino che avevano appena messo al mondo.
Dicevo loro che, passati solo pochi mesi, quel bambinetto si sarebbe reso conto della loro esistenza, ma la avrebbe reclamata anche con violenza come parte della propria vita, come proprio possesso personale, reagendo vivacemente a ogni smentita anche solo allusa.
Nel mondo dei bambini, e tutti lo siamo stati, le cose hanno un ruolo essenziale perché da esse dipende la nostra vita, sono esse a garantirla.
Ne vogliamo una prova? Cerchiamo di togliere a un bambino/a qualcosa che ritenga gli/le “appartenga”, a prescindere dal suo valore, e vedremo la reazione.
La gelosia é una fame che non conosce confini e che non accetta ragioni anche se è più evoluta del bisogno da cui origina, perché riguarda gli oggetti che ci appartengono, la mamma in primis. Più evoluta perché appartiene già al novero delle emozioni profonde: si è sempre gelosi di qualcosa d’altro da noi stessi. Per provare gelosia occorrer essere già consapevoli che il mondo non siamo solo noi, che non ci sono solo i nostri bisogni vitali.
Quello che conta veramente é il moto interiore e non gli oggetti ai quali esso si rivolge. In sé, questo moto, come tutti i nostri moti interiori, non ha nulla di ragionevole. Tutti i bambini piccoli tendono a pretendere di avere molto più di quanto sia loro necessario o li interessi veramente, o anche più di quello che semplicemente siano in grado di utilizzare.
Un bambino, però, non ha molto modo, per semplici ragioni di adeguatezza fisica, di imporre la violenza delle proprie passioni anche se può provarci e volte anche riuscire ad avere un certo successo.
Il problema può, invece, sorgere quando questa pretesa infantile si mantiene inalterata nell’adulto: questo accade molto più spesso di quanto non si creda.
Se il bisogno di possesso, totale e completo, permane in un adulto, non ci saranno né argomentazioni né sanzioni in grado di arginarlo quando si diano certe circostanze. E quando siano implicate vicende sentimentali queste circostanze sono sempre presenti. Vi è di più poiché la cultura attuale tende poi a stimolare, e quindi a rinforzare, questa situazione emotiva di fondo: per esempio giovani delinquenti sono “baby”.
Siamo certi che, per esempio, una definizione come questa, solo una delle tante, non contribuisca ad accrescere in alcuni una certa spavalderia, il senso di impunità, di poter comunque avere sempre il sopravvento senza pagare un prezzo?
Nota sulle parole
Potrebbe sembrare che questa notazione sul linguaggio, sulle parole che si usano, non sia pienamente a posto. Invece un numero sempre più ampio di pensatori (dico pensatori e non opinionisti televisivi) sono dell’avviso che vi sia un diffuso disorientamento a causa del grande ribaltamento che denota la trasmutazione dei valori, dei legami tra generazioni che comporta un senso di vuoto, a cui si è incapaci di dare un senso, ma a cui si reagisce con una frenesia diffusa, tumultuosa, volta a possedere il massimo, senza limiti, almeno in apparenza.
Nell’adulto questa posizione è espressa bene dall’avaro, una persona che accumula e trattiene, ma non gode di quello che possiede. L’avaro soddisfa solo un moto dal quale é posseduto e di cui egli é schiavo anche se non se ne rende conto (altrimenti cesserebbe di essere avaro). Perdere un pezzo del proprio avere, é per l’avaro, una minaccia mortale, insopportabile: conoscete Paperon de’ Paperoni e la sua perenne angoscia della rovina?
Anche se si ritiene che le passioni si calmino con l’avanzare dell’età, la cosa é vera solo parzialmente: il fatto di riuscire a governare le proprie passioni per evitare che siano esse a governarci é un problema per tutti, a qualsiasi età.
In fondo, via, lo stesso Paperone, così gelosamente possessivo, è una pantera grigia, uno dei nostri!
“Se sapessimo cosa racchiude l’avaro nella sua cassetta, ne sapremmo molto di più sul desiderio” scriveva Simone Weil. Aveva ragione: si potrebbero prevedere molte cose se potessimo capire per tempo quale rapporto ciascuno di noi ha con gli oggetti, con le persone intendo, che popolano la propria esistenza.
Il nostro rapporto con le persone alle quali siamo più legati, come le consideriamo sia dentro di noi sia nel modo di trattarle, al di là delle enunciazioni esteriori con le quali ci esprimiamo, é una misura del nostro livello di maturità.
Ben poco, forse anche nulla, è stato fatto di giusto ossia di efficace, per chiarire quanto accade, ma molto è stato fatto e si fa alla rinfusa, in modo confuso forse soprattutto per tentare di scaricare la colpa e l’angoscia. Chiunque di noi può riuscire a capirlo: basta fermarsi un attimo.
Immagine in apertura: “Il miracolo del marito geloso”, di Tiziano Vecellio


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